politica

Pratiche di vita sovietica

Nato in URSS – Vasile Ernu di Milena Pavlović Art e illustrazione di copertina: IFIX Nato in URSS (Hacca, 2010) è il libro d’esordio di Vasile Ernu, scrittore e filosofo romeno nato nella Bessarabia sovietica. CCCP (acronimo russo SSSR, Союз Советских Социалистических Республик, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) è la sigla che Ernu racchiude in una Pepsi. Lo scrittore romeno, classe 1971, presenta il suo primo lavoro con questa immagine di copertina, forse variazione di quell’“Enjoy CCCP” di Giovanni Lindo Ferretti realizzato ad imitazione grafica del marchio Coca-Cola. La scelta di Ernu non è casuale. All’importanza testuale e contestuale dell’acronimo CCCP, lo scrittore accosta, in primis, l’immediatezza della fruizione di un’immagine i cui colori, comuni a molte delle bandiere nazionali dei popoli slavi, alludono ad una sorta di panslavismo, e, in un secondo momento, rimanda al significato mediato richiamante quei mondi, pubblicitario e mediatico, definiti da Ernu l’uno produttore di quei “consumatori” che hanno portato alla fine dell’Urss, l’altro produttore di una latente, perfida e sofisticata (e non palese come quella sovietica) propaganda di vincitori di guerra. Vasile Ernu compie un lungo viaggio nella vita di un popolo che oggi non esiste più, se non nella memoria di tutti coloro […]

Esercizi di memoria e di storia (#ioricordo Gen...

di Vincenzo Idone Cassone «La memoria conta veramente – per gli individui, le collettività, le civiltà – solo se tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare.» Italo Calvino In questi giorni lungo tutta la rete ricorre l’anniversario dei fatti del G8 di Genova: dieci anni, praticamente da ricorrenza. Non abbastanza, credo: più spesso il 2001 viene visto come anno di svolta per un’altra data certo importantissima, l’unica a fare storia (la storia del potere). L’11 settembre, croce e delizia degli storici contemporanei, periodo di svolta, ritorno al reale e altro ancora. Forse è proprio per questo che ho apprezzato così tanto la nascita, poche settimane fa, di #ioricordo Genova, pagina in cui è possibile condividere i propri ricordi di quei giorni, come base per un successivo racconto collettivo. La prima pagina del sito segnala: «Non vogliamo ricostruire i fatti di Genova o i processi che sono seguiti: è già stato fatto più volte, nelle sedi più adatte e in quelle meno adatte, con risultati che chiunque può valutare.» Questo è un punto importante: come […]

Femminismi egemonici e potere delle donne. Dopo...

di Carolina Vesce Fare dell’Italia un paese per donne: questo il leitmotiv che ha chiamato a raccolta le duemila partecipanti al meeting senese di “Se non ora quando”. Duemila donne, ma forse meno, che abbandonate le inverosimilmente piene buste della spesa e le pesanti casse d’acqua riprese dalle telecamera di Cristina Comencini, hanno deciso di “mollare tutto e venire a Siena” lo scorso week-end. La retorica un po’ troppo vittimista della Comencini, regista e protagonista dell’incontro senese di SNOQ, ha fatto breccia nel cuore delle neo, o forse post-femministe, che non vedevano l’ora di applaudire (ma anche un po’ contestare) la Camusso, la Turco, la Bindi, la Buongiorno. Duemila donne, ma a tratti molte meno, raccolte nel prato di Sant’Agostino per parlare di lavoro, maternità, corpi, che riunite sotto la bandiera del trasversalismo rinunciano a parlare di precarietà, scelta, desiderio. Duemila donne che riescono a “conquistare” l’attenzione dei media mainstream, salendo alla ribalta del discorso pubblico, invadendo le principali testate nazionali grazie ad un molto-politically-correct discorso sull’impegno ritrovato dalle donne per le donne. Alla faccia di chi in questi anni ha parlato e praticato forme altre di relazione tra donne e tra i generi. Duemila donne a cui sta bene […]

Crack. L’emozione di vincere perdendo un miliar...

di Massimiliano Vatiero [*] Ancor prima della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 6 Luglio, già alcune società di rating avevano espresso (inusualmente nella tempistica) parere negativo sulla manovra finanziaria; una manovra che occorre ricordare è stata anticipata prima dell’estate proprio per poter calmare i mercati, a ulteriore testimonianza che c’era e c’è sentore di pericoli imminenti sulla nostra economia. E anche il mercato, pochi giorni dopo, ha espresso il suo parere: la manovra non è credibile; e questo implica che per dare credito al Tesoro italiano occorre ripagare i titoli di Stato a tassi più alti, molto più alti di quelli tedeschi. Paradossalmente quello che doveva essere il rimedio (secondo chi l’ha proposta) per evitare questa situazione – la manovra finanziaria – ha rappresentato la conferma per gli investitori della scarsissima sostenibilità e consistenza dei conti pubblici italiani. Nella manovra la “correzione” del deficit nei quattro anni è pari a più di 40 miliardi di euro (ovviamente con il segno meno); di questi solo una piccola porzione peserà nel biennio 2011/12, mentre la quasi totalità è rimandata al biennio 2013/2014, che per di più sono anni elettorali (siano esse elezioni anticipate che non); malgrado le parole rassicuranti ma artificiose di Draghi […]

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