di Carolina Vesce
Fare dell’Italia un paese per donne: questo il leitmotiv che ha chiamato a raccolta le duemila partecipanti al meeting senese di “Se non ora quando”. Duemila donne, ma forse meno, che abbandonate le inverosimilmente piene buste della spesa e le pesanti casse d’acqua riprese dalle telecamera di Cristina Comencini, hanno deciso di “mollare tutto e venire a Siena” lo scorso week-end. La retorica un po’ troppo vittimista della Comencini, regista e protagonista dell’incontro senese di SNOQ, ha fatto breccia nel cuore delle neo, o forse post-femministe, che non vedevano l’ora di applaudire (ma anche un po’ contestare) la Camusso, la Turco, la Bindi, la Buongiorno.
Duemila donne, ma a tratti molte meno, raccolte nel prato di Sant’Agostino per parlare di lavoro, maternità, corpi, che riunite sotto la bandiera del trasversalismo rinunciano a parlare di precarietà, scelta, desiderio. Duemila donne che riescono a “conquistare” l’attenzione dei media mainstream, salendo alla ribalta del discorso pubblico, invadendo le principali testate nazionali grazie ad un molto-politically-correct discorso sull’impegno ritrovato dalle donne per le donne. Alla faccia di chi in questi anni ha parlato e praticato forme altre di relazione tra donne e tra i generi. Duemila donne a cui sta bene tutto, dal tailleur indossato per rispetto della piazza dalla parlamentare Fli Giulia Buongiorno (già avvocata dell’on. Picciotto) alla presa di parola delle sex workers che, come ricorda Pia Covre, vogliono vedersi riconosciuto lo status di lavoratrici, dal ritrovato impegno protofemminista della ex ministra per la famiglia Rosy Bindi, ai diritti delle lesbiche, madri e compagne che fanno famiglia, dagli interventi delle attiviste dei comitati territoriali SNOQ, alle rivendicazioni delle studentesse, delle attiviste dei centri antiviolenza o dei gruppi di donne sparsi nel belpaese. Sia chiaro, non c’erano tutte le donne a Siena e SNOQ non può essere raccontato, come pure era nelle intenzioni delle ideatrici, come “gli stati generali delle donne”. Tante avevano scelto di non mollare tutto, abituate a farlo quotidianamente, sveglie da tempo e non solo dopo il 13 febbraio. A Siena c’erano invece le donne che vogliono votare altre donne, ma non si impegnano in una vera analisi del potere, di donna o di uomo che sia, che non esitano a delegare alle “istituzionali”, che non rendono pratica politica l’urgenza di un’azione efficace e organizzata che riporti all’ordine del giorno la questione delle differenze di genere, di generazione, di posizione sociale, senza cedere il passo al discorso sull’uguaglianza, sulla parità. Donne che, seppur ironicamente, si ritrovano ad interrogarsi sul male minore possibile tra essere lesbica o puttana, in una parola subalterna, mentre le donne egemoni ballano sul palco, finalmente liberate nella loro corsa al potere. Donne mainstream, appiattite sul discorso dominante del rosa, del politicamente corretto o del “quanto è bello stare tra donne”. Senza che ci sia un solo valore comune, senza che l’antifascismo, l’antirazzismo, l’antisessismo, possano essere considerati come bussole in un percorso tutto da intraprendere e che non ha nulla di scontato, né può basarsi sulla presunzione di un’identità biologicamente fondata, astraendo ciò che è fisicamente simile da ciò che è culturalmente differente.
Fare rete significa non solo mettere insieme elementi, sistemi o entità interconnessi in base ad un qualche principio, ma mettere a frutto un lavoro comune, rendere accessibili a tutt@ spazi che di per sé non lo sono, sostanziare proposte, farsi contaminare da pratiche e riflessioni, ripercorrere percorsi e condividere itinerari, fare comunità. Senza cedere al buonismo rosa che ci vuole tutte schierate dalla stessa parte della barricata e senza nemmeno aspettare che le donne si sveglino, che smettano di chiedere e comincino a prendere, a pretendere con i modi delle donne la dismissione di quelle pratiche politiche maschie che governano e dirigono immaginari e corpi.
Il rischio di riscoprirsi docili di fronte al potere e di non saper opporre ad esso un progetto veramente alternativo, che sappia andare oltre i congedi parentali per ripensare lo statuto stesso della genitorialità, che voglia comprendere l’universo del lavoro così come oggi si presenta e che provi a ripensare il rapporto col potere e la rappresentanza, si sostanzia, purtroppo, nell’assenza di un discorso veramente generalizzabile, che sappia mettere insieme le lotte per il territorio (da Chiaiano alla Val Susa) quelle per l’istruzione (dalle studentesse e dagli studenti ai precari e alle precarie) e per il diritto al tempo liberato della creatività, della costruzione di spazi di socialità e solidarietà altri, di pratiche politiche che non riproducano la dimensione del pensiero unico rappresentativo, maschile o femminile che sia. Difficile scardinare quei principi se tutto si risolve in una corsa al posto, alla candidatura, al ruolo di rappresentante del popolo delle donne “del nord e del sud, di destra e di sinistra” come piace alla Comencini.
È chiaro che le donne che erano a Siena non sono tutte Comencini, Bindi o Perina; a molte di loro non è piaciuto che la CGIL abbia firmato gli accordi col governo e confindustria insieme agli altri confederali, molte non hanno dimenticato le prese di posizione della ministra Bindi all’epoca dei DICO, tante ricordano che la legge Turco-Napolitano è stata la prima a stringere la morsa contro le/i migranti nel nostro paese.
In una delle animate discussioni che hanno inondato il web nell’ultima settimana Lorella Zanardo, blogger e regista de “Il Corpo delle donne”, ha giustamente scritto che “non si smantella la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”. Ci servono altri strumenti e gli spazi per costruirli ci sono già, seppur non godono dell’attenzione mediatica garantita a SNOQ. Sono gli spazi occupati dalle compagne che, dopo gli stati generali della precarietà 3.0, si sono date appuntamento a Montecitorio il 19 giugno e poi all’hackmeeting, a Firenze, per costruire lo sciopero precario. Sono gli spazi on-line come i blog che fanno parte di Femminismi, agiti dalle compagne impegnate nell’organizzazione del 1st Feminist Blog camp (a Torino dal 28 al 30 ottobre) o della seconda edizione del Ladyfest (in programma a Roma dal 16 al 18 settembre). Spazi in cui sono possibili pratiche e pensieri differenti e non omologanti, in cui la costruzione di un evento è fatto che riguarda tutt@, in cui il D.I.Y. [*] è pratica e teoria dell’agire politico. Spazi che esistono e continueranno ad esistere, con buona pace di SNOQ, dei media mainstream e delle donne moderate resuscitate, più che risvegliate, da Comencini e co.
Note
[*] Do It Yourself

