Crack. L’emozione di vincere perdendo un miliardo. Piccole note sulla manovra finanziaria

di Massimiliano Vatiero [*]

Ancor prima della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 6 Luglio, già alcune società di rating avevano espresso (inusualmente nella tempistica) parere negativo sulla manovra finanziaria; una manovra che occorre ricordare è stata anticipata prima dell’estate proprio per poter calmare i mercati, a ulteriore testimonianza che c’era e c’è sentore di pericoli imminenti sulla nostra economia.

E anche il mercato, pochi giorni dopo, ha espresso il suo parere: la manovra non è credibile; e questo implica che per dare credito al Tesoro italiano occorre ripagare i titoli di Stato a tassi più alti, molto più alti di quelli tedeschi. Paradossalmente quello che doveva essere il rimedio (secondo chi l’ha proposta) per evitare questa situazione – la manovra finanziaria – ha rappresentato la conferma per gli investitori della scarsissima sostenibilità e consistenza dei conti pubblici italiani.

Nella manovra la “correzione” del deficit nei quattro anni è pari a più di 40 miliardi di euro (ovviamente con il segno meno); di questi solo una piccola porzione peserà nel biennio 2011/12, mentre la quasi totalità è rimandata al biennio 2013/2014, che per di più sono anni elettorali (siano esse elezioni anticipate che non); malgrado le parole rassicuranti ma artificiose di Draghi e Merkel, appare chiara la ragione per cui gli investitori non scommettano sull’Italia. Gli economisti Alberto Bisin e Sandro Brusco hanno scritto in merito su noisefromamerika: “la scelta di rimandare i tagli necessari al 2013 e 2014 è assolutamente irresponsabile perché tra due anni, nel 2013, potrebbe non esserci più il paese, nel senso che, senza agire sui conti pubblici, il paese si potrebbe trovare di qui al 2013, assolutamente impreparato, a dover affrontare una crisi vera e quindi a dover impostare una manovra di quelle che fanno male per davvero, con gente per la strada che tira molotov ai poliziotti e randellate alle vetrate delle banche”.

Difficile che si vada verso uno scenario diverso, più probabile che si ripeta un nuovo 1992, o qualcosa di simile.

Note

[*] Fellow I-Com, Roma

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