Le mummie, il Belpaese e i suoi delegati

di Marco De Baptistis

“La società può essere giudicata soltanto dal modo in cui tratta i più deboli.
È forse mai esistito un gruppo più debole dei morti?”
John Ajvide Lindqvist, L’estate dei morti viventi

In Urbania c’è una chiesa chiamata Chiesa dei Morti. All’interno si trova una stanza in cui sono custodite delle mummie. Per un particolare fenomeno chimico, delle muffe hanno conservato i corpi di alcune persone sepolte nella zona. I corpi mummificati sono divenuti oggetto di interesse da parte di scienziati, di curiosi e di semplici visitatori. Al centro della stanza, dietro una teca di vetro come quella che accoglie le altre mummie, fa bella mostra di sé il cadavere di Vincenzo Piccini, priore appartenente alla Compagnia della Buona Morte, fondata a Casteldurante (l’antico nome di Urbania) nel lontano 1567.

Egli è il solo, a differenza degli altri corpi che sono esposti in tutta la loro nudità, ad indossare dei vestiti: i paramenti del suo ordine. Convinto che il fenomeno delle mummie fosse l’esito di un antico esperimento per ottenere la vita eterna, Piccini, stimato farmacista appassionato di alchimia, aveva impiegato gran parte della sua vita per cercare una spiegazione del fenomeno ed un modo per riprodurlo. In realtà, le mummie non erano l’esito di un processo creato da mano umana: una particolare muffa presente nel terreno aveva essiccato i cadaveri, conservandoli nello stato attuale. Dopo l’editto napoleonico di Saint Cloud, del 1804, che proibiva per motivi igienici di seppellire i cadaveri vicino alle chiese, i corpi del cimitero di Urbania furono riesumati e la sorpresa di trovare delle salme così ben conservate fu grande.

Piccini impegnò gran parte della sua vita a cercare il segreto delle mummie ed alla fine elaborò un modo per poter conservare il proprio cadavere al pari delle altre salme. Il processo chimico realizzato da Piccini non riuscì del tutto, infatti il suo corpo si è conservato meno bene degli altri cadaveri mummificati per cause naturali.

Le teche contenenti i corpi sono sormontate da scritte in latino che ci parlano della caducità della vita e della vanità dei piaceri della carne. Ciò che dovrebbe attirare l’interesse di uno spettatore attento, però, è il fatto che il significato moraleggiante delle scritte -ciò che si legge in alto-, contrasta con ciò che si vede in basso: alla luce di un macabro lampadario composto da ossa umane, realizzato in epoca più tarda, ciò che si può osservare non sono dei semplici cadaveri -con cui noi vivi siamo chiamati a confrontarci ed a differenziarci-, sono delle mummie, cioè dei cadaveri che son riusciti, almeno in parte ad ingannare il tempo, a rallentare la caducità delle carni.

Il confronto non si attua soltanto tra gli esseri viventi che si specchiano (e si fotografano, alle volte) nel vetro della teca, ma anche rispetto alle ossa e ai teschi che li sormontano. Essi sono collocati in alto sopra le teche, proprio accanto alle scritte e costituiscono, in sé, delle perfette vanitates. Sono i corpi delle mummie in basso che sfuggono al discorso della vanitas, alla dialettica tra vita e morte: sono morti, certo, ma non del tutto, o meglio sono “diversamente morti”, si direbbe in un linguaggio politicamente corretto, una specie di statue che mostrano ancora le caratteristiche della vita di queste persone e le cause della loro dipartita.

Quando visitai per la prima volta la chiesa di Urbania era una giornata molto calda, di un’estate che non si sarebbe arresa tanto presto, ed era difficile non pensare ironicamente che l’Italia è un Paese in cui ci si conserva veramente bene, nonostante il caldo. Colpisce molto la figura di quei religiosi che, come il priore al centro della stanza, si interessano tanto alla vita eterna (terrena) e alla conservazioni dei corpi nell’al di qua. Qualcuno, maliziosamente, potrebbe interpretarla come una mancanza di fiducia, ma, forse, è un atteggiamento comprensibile perché dell’aldilà i credenti sanno già tutto e sanno benissimo cosa aspettarsi. Per la vita eterna, nel regno dei cieli, in fondo, c’è sempre tempo. Forse è per questo che molti sforzi ed interessi dei religiosi, anche oggi, sono rivolti così tanto alle vicende terrene e alle pratiche più conservative, non solo della carne, ma anche dei beni e delle rendite ecclesiastiche. Certo, non si tratta soltanto di un problema legato alla conservazione della questua, o della casta dei politici, tema molto dibattuto sui giornali italiani in questi tempi di crisi. Certo, nel Belpaese spicca una grande attitudine per la conservazione, un “comune sentire” stratificato e trasversale. Del resto, anche una parte della sinistra viene accusata dai suoi avversari di essere essenzialmente conservatrice; in effetti, essa sembra giocare soprattutto in difesa del passato (seppure di un buon e giusto passato: difesa della Costituzione, difesa dei valori della Resistenza, ecc), non si scorgono molte novità all’orizzonte, né nelle simbologie, né nelle parole d’ordine, né nei programmi dei partiti che dovrebbero rappresentarla. Niente piani quinquennali e niente “sol dell’avvenire” all’orizzonte, questo sembra l’unica cosa su cui tutte le anime (belle?) della sinistra sembrano essere d’accordo.

Il filosofo ed epistemologo Karl Popper ci aveva messo, giustamente, in guardia contro i rischi della pianificazione e delle possibili svolte totalitarie che essa poteva comportare, ma qui, in Italia, sembra si sia esagerato in senso contrario: si naviga a vista e si cambia idea ogni ora sulla scia dell’audience emotivo del pubblico in una felice anarchia in cui spicca il valore conservativo dello status quo, tanto che si è portati ad invidiare rivolte che accadono altrove, magari in Paesi i cui giovani sognano libertà, uguaglianza e fratellanza, valori che si stanno lentamente “mummificando” in un’Europa grigia che non trova nella sua storia una forza propulsiva, ma che, al contrario, è preda di movimenti implosivi, di paure e timidezze che ne stanno sancendo la decadenza artistica e culturale.

Il Belpaese, a destra, come a sinistra, a nord come a sud, rimane un Paese essenzialmente conservatore, non solo nel campo delle arti e della cultura, dove la nostalgia e il rimpianto del passato sembrano essere i valori principale attorno a cui ruota tutto, anche molti, troppi, interessi economici non dichiarati.

Un’osservazione dell’antropologo, epistemologo e semiologo Bruno Latour mi sembra particolarmente appropriata per indurci a riflettere su tutto questo. Latour scrive:

“Mi sono sovente domandato, contemplando il fregio mutilo del Partenone […] a che cosa assomiglierebbe una moderna processione delle Panatenee. Quali sarebbero i nostri rappresentanti? Di quanti generi o specie sarebbero composti? A quale etichetta obbedirebbe la loro disposizione? […] Possiamo immaginare tali Panatenee? Forse, se ci si prendesse la briga di ricercare ciascuna delle istanze che inviano, delegano, designano i loro rappresentanti per la grande festa. Se una tale inchiesta fosse possibile, allora il mondo in cui viviamo cesserebbe di essere moderno; ciò sarebbe per tutta la terra un grande sollievo, e chiamerei queste schiere di mediatori teorie di delegati” [1]

Le domande di Latour “Quali sarebbero i nostri rappresentanti?” in tempi di crisi, in tempi di insopportabili stereotipi giornalistici del tipo “faremo la fine della Grecia?” risuonano come imperativi a cui dare delle risposte: “chi saranno i nostri degni delegati?”. Non dobbiamo essere per forza costretti ad ammettere che oggi le mummie di Urbania potrebbero apparire come il “distopico” e triste equivalente delle Panatenee. Non si può essere costretti a rispondere alla sibillina domanda di Jean Baudrillard “Cosa viene dopo l’orgia?” con l’esumazione dei cadaveri che ben si conservano: “Quant’è bella giovinezza, […] di doman non c’è certezza”.

L’Italia non è un Paese per giovani? Viene da chiedersi, piuttosto se esso sia un Paese per mummie. Vorrei essere convito del contrario.

Note

[1] B. Latour, Piccola filosofia dell’enunciazione, in P.L. Basso – L. Corrain (a cura di), Eloquio del senso. Dialoghi semiotici per Paolo Fabbri, Costa e Nolan, Genova 1999, p. 71; ora anche in P. Fabbri – G. Marrone (a cura di), Semiotica in nuce Vol. II, Meltemi, Roma 2001, p. 64.

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