
Siamo tutti il febbraio del 1917, ovvero: A che...
di Wu Ming 1

(pubblicato su “alfabeta2”, n. 7 – marzo 2011) Che Garibaldi fu ferito ad una gamba lo si è sentito dire fin da piccoli e ogniqualvolta si pensa al periodo storico identificato con il nome di Risorgimento si fatica a non incappare nell’orecchiabile melodia. La canzonetta non ci informa sulle contingenze dell’infortunio accorso all’Eroe. Come con il capitano Achab, non sappiamo poi di quale gamba si tratti, se la destra o la sinistra. A chi è solito confidare nell’occhio documentario del cinema per sfatare simili dubbi occorre rispondere con un’ovvietà: per ragioni d’anagrafe, esso era assente dai luoghi di battaglia, mentre quello della fotografia era ancora troppo giovane per un’impresa campale. Dell’infortunio di Garibaldi troviamo al massimo una posa statica in interno, qualche illustrazione a stampa, alcune raffigurazioni pittoriche. Arrivato fuori tempo massimo per «fare l’Italia», è nell’impresa di «fare gli italiani» che il cinema viene da subito impiegato, nella produzione di un immaginario visivo e audiovisivo del Risorgimento come mito di fondazione del Paese unito. Dall’epoca del muto all’ultimo anniversario dell’Unità, quali sono stati dunque i principali modelli di elaborazione e scrittura audiovisiva della storia risorgimentale? Il cinema è stato in grado di elaborare una didattica alternativa a quella […]

di Carlo Antonicelli Questo articolo è stato pubblicato sul blog “Scrittori precari” il 9 aprile.

Ormai è in occasione di ricorsi, sentenze e appelli vari. Si tratta della presenza del crocifisso nelle sedi dello Stato; chi legifera non si vuole esprime in merito, mentre alcuni cittadini reclamano a gran voce l’attuazione dei principi costituzionali di laicità della Repubblica. Morale della storia: tutto è immobile. O quasi.

Questo articolo è stato pubblicato sul blog di “Flanerì” il 10 febbraio.

«[Il Pubblico Ministero] ha detto che i giudici non devono tenere conto delle “correnti di pensiero”. Ma cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. […] E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà.» (Piero Calamandrei, dall’arringa tenuta il 30 marzo 1956 davanti al tribunale penale di Palermo come difensore al processo contro Danilo Dolci).

da La rotta per Itaca Nel raccontare le sollevazioni che hanno infiammato e tutt’ora infiammano la sponda meridionale del Mediterraneo, i media hanno evidenziato l’importanza che il web 2.0 ed i social media hanno avuto nel favorire la diffusione delle informazioni ed il ruolo cruciale della rete nel coordinare ed organizzare le azioni di protesta. Alcuni commentatori si sono spinti a parlare di Twitter Revolution o di Facebook Revolution. Non è la prima volta che i social media si guadagnano l’attenzione dei media tradizionali in occasione di proteste o sollevazioni popolari. Era già accaduto nel 2009 per le proteste contro il Partito Comunista in Moldova e contro i presunti brogli in Iran. In tutti questi casi si era già parlato di social media Revolutions.

Nella disputa sulla figura dell’intellettuale e il suo destino, l’intervento di Giacomo Tagliani tira in ballo qualcosa che evidentemente ha a che fare con i meccanismi di definizione dell’auctoritas, legata in qualche modo al valore dell’attualità nel discorso pubblico: ci si chiede chi ha il diritto di dire cosa, e su quale base debba essere giudicata opportuna. I commenti stimolati dal suo intervento suggeriscono che la questione debba essere vista in relazione alle tecnologie della rete, come il blog di cui in questo momento stesso ci serviamo.

La presenza di alunni stranieri in Italia sta aumentando quotidianamente e questo fenomeno deve modificare in modo sostanziale l’approccio complessivo della scuola italiana nei confronti della provenienza culturale ed educativa di un alunno.