Siamo tutti il febbraio del 1917, ovvero: A che somiglia una rivoluzione?

di Wu Ming 1

Russian Revolution Poster, Antoon’s Foobar, CC BY-NC-ND 2.0.

[Come anticipazione alla presenza di Wu Ming 1 e Wu Ming 2 con Il racconto della rivoluzione al seminario “il lavoro culturale” l’1 giugno, presentiamo questo intervento, già pubblicato su “Giap”, fatto da Wu Ming 1 alla UNC (University of North Carolina) di Chapel Hill, il 5 aprile scorso.]

Qualche settimana fa, sul “Guardian” è uscito un articolo di Antonio Negri e Michael Hardt intitolato Arabs are democracy’s new pioneers. In esso, i due autori cercavano di fornire una cornice per interpretare le recenti sollevazioni popolari in Nordafrica e nel Medio Oriente. A un certo punto scrivevano che:

«chiamare “rivoluzioni” queste lotte sembra aver depistato i commentatori, che danno per scontata una progressione degli eventi che obbedisca alla logica del 1789, o del 1917, o di qualche altra ribellione europea del passato, contro re o zar.» [1]

Nel preparare questa conferenza, l’interrogativo è stato: è possibile descrivere una sollevazione odierna come “rivoluzione” senza essere depistati in quel modo? E come possiamo raccontare una rivoluzione oggi? Non vi è dubbio che gli eventi recenti in Nordafrica e in Medio Oriente, soprattutto le rivolte in Tunisia ed Egitto, abbiano prodotto risonanze in tutti noi, nei nostri stessi corpi, in tutta Europa e in Occidente. In una recente manifestazione londinese, alcuni dimostranti indossavano magliette con la scritta:

«WALK LIKE AN EGYPTIAN
DEMONSTRATE LIKE AN EGYPTIAN
FIGHT LIKE AN EGYPTIAN.»

Eppure, il dibattito pubblico su questi temi è stato sciatto e confuso, con tutte le trappole narrative e i congegni idologici che il compagno Wu Ming 2 elencherà e analizzerà nel suo intervento. La mia idea è che, mentre ci adoperiamo per evitare quelle trappole, dovremmo cercare narrazioni «salutarmente schizofreniche» della rivoluzione, ovvero: storie che ci restituiscano la molteplicità di questo lungo e agitato momento, e possano liberarci dai riflessi condizionati generati da tutte le connessioni «patologiche» che diamo per scontate nella vita di ogni giorno. Tali narrazioni «salutarmente schizofreniche» potrebbero incorporare riferimenti tanto al XX secolo quanto alla tradizione rivoluzionaria europea, senza alcuna reductio ad unum o ipersemplificazione, in modi inattesi e anche spiazzanti. Penso che un simile approccio possa aiutarci a colmare il divario tra, da una parte, pensatori come Hardt & Negri, che tendono a dare troppa enfasi alle discontinuità con le lotte e rivoluzioni del XX secolo (es. discontinuità tra le moltitudini di oggi e il proletariato di ieri, tra l’impero di oggi e l’imperialismo di ieri etc.) e, dall’altra, pensatori come Slavoj Žižek e Alain Badiou, che fanno continui riferimenti alla sequenza rivoluzionaria novecentesca, ma a volte sembrano sceglierli più per il loro valore di scandalo nei confronti dei liberali che per la loro utilità nelle lotte del presente. In quest’intervento cercherò esempi di narrazioni «salutarmente schizofreniche» della rivoluzione, mettendo a confronto il modo in cui la classe operaia italiana guardò alla «Rivoluzione di Febbraio» del 1917, una descrizione fatta da Marcel Proust nel secondo volume della Recherche, e un poema di Vladimir Majakovskij intitolato 150.000.000. Sarebbe stato pacchiano scegliere esempi dai nostri stessi libri, no?

Siamo nel marzo del 1917. La Grande guerra (nessuno, com’è ovvio, la chiama ancora «Prima guerra mondiale») è appena entrata nel suo terzo anno, ed è un irredimibile spettacolo di sangue. Il cuore di un continente si è tramutato in mattatoio, enormi battaglie vengono combattute per obbiettivi insensati, come conquistare pochi metri di terra desolata. La Battaglia della Somme, terminata da un paio di mesi, è durata quasi venti settimane e ha causato la morte di oltre un milione e mezzo di uomini. L’Italia è entrata in guerra nel maggio del 1915. Il fronte è nell’Italia nord-orientale, e il nemico è l’Impero Austro-Ungarico. Decine di migliaia di uomini sono già morti in una serie di battaglie lungo il fiume Isonzo, battaglie inutili e gestite in modo inetto. La vita nel fango delle trincee è miseranda e disperata. Uomini in stato di shock si gettano l’un l’altro occhiate spettrali. Può essere utile ricordare chi sta combattendo contro chi:
– da una parte c’è un’alleanza nota come la «Triplice Intesa», formata da Regno Unito, Francia e Impero di Russia, ma l’Intesa non è più «tripla», perché si sono uniti all’allenza l’Italia, la Grecia, la Romania e altri paesi. Gli USA non sono ancora entrati in guerra, lo faranno in aprile.
– dall’altra parte ci sono gli «Imperi centrali», cioè l’Impero tedesco, l’Impero Austro-Ungarico, l’Impero Ottomano e il Regno di Bulgaria.

All’improvviso, in Russia, una rivoluzione costringe lo zar Nicola II ad abdicare in favore di un governo provvisorio formato da liberali e socialisti. In Russia c’è ancora il calendario giuliano, il che significa che è ancora febbraio. Lo zar abdica il 7 marzo, ma in Russia è il 22 febbraio, per questo l’evento passerà alla storia come «Rivoluzione di Febbraio».

La notizia della rivoluzione raggiunge Roma a metà marzo. In Italia, in questi giorni, il movimento socialista russo è quasi sconosciuto. Nemmeno i dirigenti e gli intellettuali più prestigiosi del Partito Socialista Italiano sanno granché dei rivoluzionari russi. Negli ultimi dieci anni, l’organo ufficiale del partito, l‘“Avanti!”, ha pubblicato alcuni articoli sulla Russia, ma erano tutti di seconda mano, ripresi dalla stampa socialista francese e tedesca. Le sole occasioni in cui delegazioni di socialisti russi e italiani hanno potuto incontrarsi e parlare sono state due conferenze contro la guerra: una a Zimmerwald, in Svizzera, nel settembre 1915, e l’altra a Kienthal, sempre in Svizzera, nell’aprile 1916. Da allora, la guerra ha imperversato rabbiosa: le comunicazioni sono difficili, e in Italia vige la censura di guerra. La Rivoluzione di Febbraio coglie di sorpresa il movimento socialista italiano. Se la dirigenza ha accesso soltanto a notizie di seconda mano, la base del partito, cioè la classe operaia, può affidarsi solo a materiali di terza o quarta mano. I proletari socialisti ricordano il tentativo di rivoluzione del 1905, a cui guardarono con simpatia e solidarietà, ma sono trascorsi più di dieci, fatidici anni: la guerra ha cambiato la vita di quasi tutti, la sollevazione del 1905 appartiene a un mondo di riferimenti ormai lontano, e parliamo di una nazione dove il 40% della popolazione è analfabeta.

La notizia della Rivoluzione di Febbraio arriva in Italia grazie a un dispaccio dell’agenzia Stefani. L’“Avanti!” la pubblica il 16 marzo, e a quel punto accade qualcosa: la classe operaia italiana, sfiancata dal conflitto, interpreta immediatamente quella lontana rivoluzione come un grande evento che porrà fine alla guerra. I proletari italiani (che siano al fronte o a casa) deducono all’istante che il processo rivoluzionario porterà la Russia fuori dal conflitto, accelerando la fine del grande massacro. Eppure, il dispaccio della Stefani dice esplicitamente che i rivoluzionari russi «[vogliono] la continuazione della guerra» e la «eliminazione delle influenze reazionarie, ritenute favorevoli alla pace». [2] Infatti, la prima cosa che fanno i membri socialisti del parlamento russo (la Duma) è invitare la gente a tornare al lavoro e i soldati al fronte, per continuare la guerra. E il governo provvisorio, in una nota ufficiale firmata dal nuovo ministro degli esteri Pavel Miljukov, dichiara senza ambiguità che la Russia fa ancora parte dell’Intesa e la guerra proseguirà «sino alla vittoria finale». [3] L’“Avanti!” pubblica questa notizia il 19 marzo. Addirittura, le classi dominanti dei paesi alleati accolgono con gioia la Rivoluzione di Febbraio, che ritengono un evento favorevole alla prosecuzione della guerra nelle migliori condizioni. Ora che Nicola II ha abdicato, l’Intesa è composta solo da paesi democratici, e la retorica della «guerra contro il dispotismo degli Imperi centrali» suona più vera di prima. Il 16 marzo, la Camera dei Deputati festeggia l’abdicazione dello Zar, e molti onorevoli gridano: «Viva la Russia!» Il 22 marzo, il governo provvisorio russo è riconosciuto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia.

Nondimeno, e in modo inspiegabile, pochi giorni dopo la notizia della rivoluzione, gli operai di Torino scioperano (mossa audace, dato che scioperare è illegale dall’inizio della guerra) e gridano: «Basta con la guerra! Fare come in Russia!» Il 18 marzo, soltanto quarantott’ore dopo il dispaccio, un socialista milanese scrive una lettera a un amico al fronte, un caporale di fanteria. Eccone un estratto:

«Non so se tu avrai avuto l’eco di ciò che sta avvenendo in Russia. Credo di sì, ad ogni modo devo dirti che le cose non si conoscono che molto imperfettamente, dato e attraverso le menzogne e restrizioni e deformazioni – volute e interessate – della stampa borghese e della censura. Ciò che è certo oggi è questo: che lo Czar […] ha abdicato […] E se lo scopo della rivoluzione è l’oltranzismo… ad oltranza, perché lo Czar ha abdicato quando questo era il suo programma? […] Ben altra dev’essere la verità che oggi non può ancora trapelare attraverso i comunicati.» [4]

Il mittente [Pietro Nazzari] e il destinatario della lettera [Pietro Pietrobelli] verranno accusati di propaganda sovversiva tra i militari e condannati, rispettivamente, a quindici e cinque anni di reclusione.

Il 30 marzo l’“Avanti!” riporta di seconda mano un breve riassunto di un proclama del Soviet di Pietrogrado, il consiglio rivoluzionario di operai e soldati impegnato in uno scontro di potere con il governo provvisorio. Il proclama è indirizzato ai proletari di tutto il mondo, e li esorta a rovesciare le loro autocrazie nazionali e porre fine alla guerra. Al momento, in Italia si sa pochissimo del Soviet di Pietrogrado e del suo conflitto col governo provvisorio. Questo è il primissimo, vago indizio che in Russia la situazione potrebbe avere quello sviluppo.

Eppure, da oltre due settimane la classe operaia italiana saluta la rivoluzione russa come l’evento anti-bellico per eccellenza. La cosa proseguirà per tutta la primavera e l’estate, in tutta Italia. Il 15 aprile, il Servizio Informazioni dell’Esercito fa rapporto su diverse lettere in cui i soldati festeggiano gli eventi russi. Tra i militi, riporta la nota del SIE, è diffusa la credenza che la rivoluzione sia «non già dirett[a] a rovesciare un governo colpevole di far male la guerra, ma a impedire la continuazione della guerra stessa.» [5]

Ben presto il grido «Viva Lenin!» inizia a risuonare in manifestazioni spontanee. E’ quasi un miracolo: secondo ogni logica, in Italia Lenin dovrebbe essere quasi sconosciuto. Tuttavia, «Lenin» è una sineddoche, una sineddoche buona, non velenosa: una sineddoche in cui la parte rivela il tutto. Il vero significato dello slogan è: «Fermare la guerra!» La dirigenza del PSI, la cui linea ufficiale sulla guerra è «Né aderire, né sabotare», non comprende come mai la base del partito stia dando una simile, drastica interpretazione anti-bellica degli eventi in Russia, che in fondo conosce solo attraverso dispacci imprecisi, dispacci che filtrano a malapena tra le maglie della censura di guerra e atterrano su pagine di giornale deturpate dagli spazi bianchi lasciati dal censore. Pagine di giornale che, tra l’altro, molti non sono in grado di leggere. Pochi mesi dopo, i Bolscevichi prendono il potere e propongono, inascoltati da tutti i governi, un armistizio generale. Nel marzo 1918, finalmente, i Bolscevichi riescono a portare la Russia (ormai una repubblica socialista) fuori dal conflitto, con la pace separata di Brest-Litovsk. E’ una pace costosa: la Russia deve rinunciare a grandi porzioni del suo territorio, compresa l’Ucraina, che passano sotto il controllo della Germania o dell’Impero Ottomano. Comunque, la Russia è fuori dalla guerra. Gli operai italiani avevano visto giusto.

Ma come hanno fatto a comprendere immediatamente quel che stava accadendo, contro ogni evidenza e privi di informazioni affidabili? Come ci sono riusciti? Cos’è scattato nell’immaginazione di quei membri della classe operaia italiana? Quale «visione» ha anticipato il riconoscimento, quale sguardo sono riuscite a gettare sull’Evento russo queste persone poco informate, che vivono e sgobbano e crepano a migliaia di chilometri di distanza, affondate nelle trincee o schiacciate dal lavoro di fabbrica, per giunta pochissimo collegate tra loro? Che aspetto ha avuto fin da subito, ai loro occhi, la rivoluzione?

Nel suo documento del 2009 intitolato Mise au point, il Comité Invisible scriveva:

«Un movimento rivoluzionario non si espande per contaminazione, ma per risonanza. Qualcosa che si costituisce qui risuona con l’onda d’urto di qualcosa che si costituisce laggiù. Il corpo che risuona lo fa nel modo che gli è proprio. Un’insurrezione non è come l’espansione di una pestilenza o di un incendio nel bosco – un processo lineare che si estenderebbe col contatto ravvicinato a partire da una scintilla iniziale. E’ piuttosto qualcosa che prende corpo come una musica, le cui sedi, anche quando disperse nel tempo e nello spazio, riescono a imporre il ritmo della propria vibrazione. A prendere sempre più spessore. Fino al punto in cui qualunque ritorno alla normalità non possa più essere desiderabile, e nemmeno attuabile.» [6]

Di recente, Alain Badiou ha citato una parte di questa dichiarazione, in un articolo sulle rivolte nordafricane uscito su “Le Monde”. [7]

Ok, ma… Come e perché risuona un’insurrezione? Perché non risuona in tutti i corpi? Perché furono i proletari gli unici a sentire la risonanza della Rivoluzione di Febbraio? Perché la classe al potere non fu in grado di prevedere cosa stava per accadere, anche se certamente aveva più informazioni della classe operaia?

Nel 1914 e 1915, la guerra era stata propagandata come una rivoluzione, niente di meno. I governi dell’Intesa avevano presentato il conflitto come una crociata democratica contro il dispotismo degli imperi decadenti, contro l’autoritarismo prussiano, contro il tallone di ferro ottomano in Medio Oriente etc. La fraseologia era radicale e rivoluzionaria. Di fatto, molti radicali si erano arruolati, convinti di dare un aiuto pratico alla sconfitta del vecchio mondo e alla costruzione di una nuova Europa. Svariati radicali italiani avevano sperato che la guerra realizzasse molti degli obiettivi politici e sociali del Risorgimento, fino a quel momento rimasti sulla carta. Tra quelle persone c’era il meglio della sinistra non marxista di quel periodo, ad esempio i fratelli Carlo e Nello Rosselli, che qualche anno dopo avrebbero fondato il movimento antifascista clandestino Giustizia e Libertà.

Anche più a sinistra, esponenti del sindacalismo rivoluzionario avevano cercato un valore nel drastico riazzeramento del mondo che l’imminente guerra avrebbe causato. Nell’agosto del 1914, il sindacalista Alceste De Ambris, appena tornato in Italia dopo anni di esilio politico in Brasile e in Svizzera, aveva scritto:

«Io credo […] che il fatto prodigioso al quale abbiamo la sventura o la fortuna di assistere avrà tali conseguenze da costringere tutti i partiti e tutte le filosofie ad una radicale revisione, spezzando ogni abitudine mentale a qualunque principio s’ispiri; come ha fatto – e forse in misura anche più larga – la rivoluzione francese dell’ottantanove […] Certo, essa non è ancora la nostra rivoluzione; ma è forse necessaria per liberare il mondo dai detriti ingombranti del sopravvissuto medioevo.» [8]

E non scordiamoci di Benito Mussolini, che in quei giorni era ancora un socialista rivoluzionario. Nell’ottobre del 1914 aveva dichiarato:

«Vogliamo essere – come uomini e come socialisti – gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne – in qualche modo e in qualche senso – i protagonisti?» [9]

Un mese più tardi, Mussolini veniva espulso dal Partito Socialista, e questo è l’inizio di un’altra storia.

Non era trascorso molto tempo prima che all’entusiasmo subentrassero delusione, scoraggiamento, paura e orrore. La guerra non era una rivoluzione, ma un’insensata, tremenda carneficina. La guerra aveva parlato il linguaggio della rivoluzione, ma l’aveva parlato con la lingua biforcuta. I promotori della guerra avevano mentito.

Va fatto notare che, a differenza degli intellettuali radicali menzionati sopra, le masse, da sempre contrarie all’intervento in guerra, avevano compreso in fretta che la guerra parlava con la lingua biforcuta, ma non avrebbero potuto immaginare l’abisso di orrore in cui presto sarebbero precipitate. Il trauma fu enorme.

Le masse mobilitate, stanche della guerra, non vedevano l’ora che qualcuno parlasse davvero il linguaggio della rivoluzione. Una rivoluzione che, giunti a quel punto, poteva soltanto essere antitetica alla guerra. Un esempio tra i mille possibili: il 20 gennaio 1916 un tribunale militare condannò a quattro anni di prigione un soldato venticinquenne, reo di avere sparso notizie denigratorie verso l’esercito. Costui aveva scritto una lettera a un amico, in cui riferiva commenti sovversivi fatti da ufficiali. Aveva scritto:

«Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione […]» [10]

Dopodiché aveva attribuito a un ufficiale la seguente frase: «Se avessi fra le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei.» E aveva concluso così:

«Quindi unica cosa da farsi è la rivoluzione… Siamo stanchi… e non si attende che la scintilla.»

Di certo, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla Russia, paese contadino e arretrato. Era la nazione più improbabile per lo scoppio di una rivoluzione. I marxisti guardavano a paesi industriali più sviluppati. Infatti, Antonio Gramsci definì la rivoluzione russa «una rivoluzione contro Il Capitale.» Ad ogni modo, una potenziale narrazione «rivoluzione vs. guerra» era già in circolo, e le emozioni erano pronte ad essere espresse. La guerra stessa aveva contribuito a suscitarle. Le masse erano sintonizzate e pronte, e quando l’Evento trovò il suo improbabile, sorprendente sito, la classe operaia trovò subito la giusta narrazione, contro l’evidenza, contro il «senso comune» e contro i discorsi degli «esperti».

Eppure, questa è solo la generica precondizione della risonanza. Dobbiamo saperne di più dei modi specifici in cui l’Evento russo risuonò in Italia e, più precisamente, dobbiamo capire con cosa risuonò. Per questo apro una seconda linea di ragionamento, che probabilmente andrà più a tentoni. Per quanto strano possa sembrare, questa linea di ragionamento ha a che fare con Marcel Proust.

La mia ipotesi è che gli operai italiani fossero in posizione avvantaggiata rispetto ai loro dirigenti e ai giornalisti. Mentre questi ultimi erano paralizzati dalla mancanza di informazioni e subivano la frustrazione generata dalla censura, gli operai erano più liberi di guardare da lontano e interrogarsi sui contorni dell’evento rivoluzionario, più liberi di metterne a fuoco la forma, e cercare di coglierne il significato per mezzo di similitudini. A cosa somigliava? E come li faceva sentire? Beh, somigliava a molte cose. I proletari proiettarono su di esso una molteplicità di immagini, tutte collegate al loro più grande desiderio: il desiderio che la guerra finisse, la guerra che aveva reso la vita così monotonamente terrificante, così indegna di essere vissuta, così deprimente e carente di varietà e molteplicità.

Ben lungi dal mantenere le sue promesse rivoluzionarie, la guerra aveva istituito un feroce regime disciplinare, ed era associata all’obbedienza cieca, al dispotismo, all’impossibilità di scampare alla morte. Un evento in cui le masse avevano disobbedito, rovesciato un despota e reclamato una vita migliore, non poteva che essere associato alla fine della guerra. Una rivoluzione poteva solo essere contro la guerra.

Di nuovo: quei proletari si chiesero: «A cosa somiglia quell’evento lontano?». E si risposero: «Somiglia a quel che vorrei fare io! Somiglia a quel che ho visto tentare tante volte, senza successo!» Alla metà di luglio del 1917, i fanti della Brigata Catanzaro si ribellarono ai loro ufficiali. Fu la più grande rivolta avvenuta nell’esercito italiano durante la Grande Guerra. L’incidente ebbe luogo a Santa Maria la Longa, in Friuli, dove la brigata era di stanza dal 25 giugno, per un periodo di riposo. La notizia di un nuovo distaccamento nelle trincee della prima linea scatenò una protesta che presto divenne rivolta aperta. Per reprimere l’insurrezione, l’esercito impiegò una compagnia di Carabinieri, quattro mitragliatrici e due autocannoni. Lo scontro durò tutta la notte e terminò all’alba. Nei giorni seguenti, circa 20 ribelli furono fucilati e sepolti in una fossa comune. Ecco a cosa somigliava la rivoluzione: somigliava a un ammutinamento, a un atto di diserzione, di renitenza alla leva. Somigliava a uno sciopero. Ecco con cosa risuonava l’Evento: la rivoluzione era una versione su larga scala delle rivolte che scoppiavano in trincea in quei mesi.

Ok, ma… Che c’entra Marcel Proust con tutto questo?

La Rivoluzione di Febbraio è come un gruppo di ragazze che passeggiano sul lungomare di Balbec, Francia settentrionale, visto dal narratore di Alla ricerca del tempo perduto. Per la precisione, accade nel secondo volume, All’ombra delle fanciulle in fiore, pubblicato per la prima volta nel 1919.

Un giorno, mentre ozia di fronte al suo albergo, il narratore avvista, in fondo al molo, «una macchia bizzarra». E’ un gruppetto di cinque o sei ragazze, che camminano verso di lui. Non posso fornire che un arido distillato dell’incredibile descrizione che segue [11]: dura una ventina di pagine ed è colma di digressioni, grappoli di metafore contraddittorie e sinestesie in cui nasi e guance fluttuano nell’aria senza appartenere ad alcun volto in particolare, movimenti del corpo sono paragonati a brani di partiture musicali (Chopin è esplicitamente chiamato in causa), l’appartenenza a una classe sociale è descritta come fosse scultura, elementi dello sfondo sono immaginati in gara di velocità con elementi di un primo piano immaginario, macchine surrealiste attraversano la scena… Dapprima, le ragazze sono paragonate a «uno stormo di gabbiani che [esegua] a passi contati sulla spiaggia… una passeggiata, il cui fine appaia… oscuro ai bagnanti». Una di loro spinge una bicicletta, un’altra porta mazze da golf, e continuano a camminare. Il narratore descrive il loro modo di incedere, ma non ne individualizza nessuna, vede solo un «naso diritto» qui, «un paio d’occhi duri, ostinati e ridenti» là… Il rosa delle guance di una ragazza gli ricorda i gerani, poi dice che in quel piccolo corteo «erano accostati gli aspetti più diversi, tutte le gamme di colore vi comparivano una accanto all’altra, ma… era confuso come una musica in cui non avessi potuto isolare e riconoscere al passaggio le frasi, distinte ma dimenticate subito dopo». Poche righe dopo, descrive il muoversi del gruppetto come «la traslazione continua di una bellezza fluida, collettiva e mobile». Dopodiché si pone domande sulla classe sociale delle ragazze, e delira sui loro corpi, «come statue esposte al sole di una statua della Grecia», ma subito dopo la comitiva avanza come «una luminosa cometa», e quando le ragazze si fermano per un momento, appaiono come «un aggregato di forma irregolare, compatto, insolito e strillante, come un conciliabolo di uccelli che si radunino al momento di prendere il volo; poi ripresero la loro lenta passeggiata lungo il molo». Alle fanciulle non importa niente delle altre persone sul molo, avanzano come «una macchina che fosse stata lanciata», e anche quando il narratore inizia a distinguerle appena l’una dall’altra, sono ancora «un tutto tanto omogeneo nelle sue parti quanto diverso dalla folla in mezzo a cui si svolgeva lentamente il suo corteo». Poi viene introdotta un’altra metafora, ora il narratore sta usando un telescopio per osservare un pianeta vicino, del quale non sa dire se sia o meno abitato da umani. Dice che è la «fugacità» del gruppetto, come la fugacità dei passanti, «esseri che non si sono conosciuti», a rendere quelle giovani donne tanto affascinanti. Se il narratore le avesse conosciute in circostanze più formali, «tolte dall’elemento che dava loro tante sfumature e un che d’indefinito, quella fanciulle mi avrebbero incantato meno».

Questo è un resoconto molto inadeguato, mi sono concentrato sulle ragazze, lasciando fuori molte digressioni che rendono queste pagine ancor più misteriose e incantate. Nel chiudere la sequenza, il narratore dice:

«[Mi resi conto,] con la soddisfazione di un botanico, che non era possibile trovare riunite specie più rare di quei giovani fiori che in quel momento interrompevano dinanzi a me la linea dell’onda con la loro siepe leggera, simile a un boschetto di rose di Pennsylvania, ornamento di un giardino sulla costa, tra le quali è contenuto tutto il tratto d’oceano percorso da qualche nave a vapore, così lenta a scivolare sul tragitto orizzontale e turchino che va da uno stelo all’altro, che una pigra farfalla, attardata in fondo alla corolla che la chiglia della nave ha da un pezzo sorpassata, può aspettare, per volarsene via, sicura di arrivare prima della nave, che soltanto una particella azzurrata separi la prua di quella dal primo petalo di fiore verso cui naviga.»

In uno dei saggi raccolti nel suo libro Politica della letteratura, Jacques Rancière si sofferma su questo brano e ne fa un esempio di come la letteratura possa restituirci la «ecceità» della vita.

«Ecceità» è un concetto filosofico antico, riformulato da Deleuze & Guattari nel loro Mille piani. La parola deriva dal latino “haec”, questo. La “questità” di qualcosa. “Ecceità” è la configurazione del molteplice qui-e-ora. In queste pagine proustiane, un senso di “ecceità” è reso grazie a una matassa di figure retoriche (si immagini una matassa di zucchero filato multicolore, in cui ombre e sfumature siano prodotte da un intreccio di metafore, ipotiposi, prosopopee, “fallacia patetica” etc.), un super-tropo esteso, utilizzato da Proust per descrivere la disordinata configurazione che il mondo assume intorno al narratore in un momento irripetibile, singolare, senza gerarchie tra ciò che è grande e ciò che è piccolo, tra “sfondo” e “primo piano”, tra umano e inanimato, tra luce e tempo etc. L’ecceità è la caratteristica peculiare della configurazione di un momento. “Siamo tutti le cinque della sera”, scrivono Deleuze & Guattari, riferendosi a una famosa poesia di Federico Garcia Lorca (Llanto por Ignacio Sánchez Mejías). Assaporiamo un frammento della loro visionaria prosa:

«Tutto il concatenamento individuato nel suo insieme è un’ecceità… Il lupo stesso, il cavallo o il bambino finiscono di essere soggetti per divenire eventi, in concatenamenti che non si separano da un’ora, da una stagione, da un’atmosfera, da un’aria, da una vita. La strada si compone con il cavallo […] Il clima, il vento, la stagione, l’ora non sono di una natura diversa dalle cose, dagli animali o dalle persone che li popolano, li seguono, vi dormono o vi si svegliano […] Bisogna sentire così […] Siamo tutti le cinque della sera o un’altra ora e, semmai, due ore alla volta…» [12]

Ciò che Proust descrive con grande efficacia in questo brano è il concatenamento di un essere collettivo, un conglomerato mobile di sensazioni, oggetti e colori. Una parata di biciclette, mazze da golf, gabbiani, occhi, nasi, statue, macchine, fiori, musiche, comete, telescopi, pianeti, ombre fugaci, navi e farfalle!

Per Rancière, questo è il momento di una separazione, di una biforcazione tra due voci e due approcci. Quello che è stato chiamato “l’io trascendentale” dell’opera di Proust – cioè l’io narrante che scrive delle proprie esperienze passate – tentenna, esita, si gode la configurazione, non vuole distinguere una ragazza dalle altre, vuole mantenere una distanza per poter ammirare l’effetto dell’insieme, la sua impersonale (o meglio, pre-personale) bellezza. La descrizione di tale configurazione è un tributo alla vitalità della vita stessa. Ma l’altro io, l’io narrato – o, come alcuni critici lo hanno chiamato, “l’io empirico”, il personaggio di cui il narratore sta scrivendo – non può fare a meno di spezzare il concatenamento. Egli finisce per individualizzare gli elementi della configurazione. In questo modo porta avanti l’azione del romanzo, perché è così che conoscerà Albertine. Presto ella si staglierà sul fondale, e l’io empirico si innamorerà di lei.

Per Rancière, è come se Proust ci stesse dicendo che l’approccio giusto era quello dell’io trascendentale. Mentre guardava il concatenamento e si deliziava di quelle metamorfosi, il narratore ha scoperto qualcosa su se stesso, il mondo, gli altri, e quel momento nel tempo. Rancière si spinge fino a descrivere l’oggetto della sua scoperta come una “medicina”. Una medicina per curare cosa?

Nel preparare quest’intervento, mi sono reso conto che è lo stesso Proust (o meglio, l’io trascendentale della Recherche) a darci la risposta, a spiegarci la natura della malattia, ad anticiparla in un messaggio in codice all’inizio della sequenza. Egli spiega che il personaggio, l’io empirico, sta vivendo uno di quei periodi della giovinezza «sprovvisti di un amore particolare», in cui si smania per amori impossibili, ovunque si cerca la Bellezza (con la B maiuscola) e si è inclini a «sopravvalutare i piaceri più semplici per la difficoltà stessa di conseguirli.». Ecco cosa scrive:

«Basta che un tratto reale – il poco che si scorge di una donna vista da lontano o di schiena – ci permetta di proiettare davanti a noi la Bellezza, e subito c’immaginiamo di averla riconosciuta; il cuore ci batte, affrettiamo il passo, e resteremo sempre a metà persuasi ch’era lei, purché la donna sia scomparsa: soltanto se riusciamo a raggiungerla, comprendiamo il nostro errore.»(p. 588)

L’io trascendentale lo chiama errore, noi la chiamiamo malattia. Secondo Rancière, l’io empirico di Proust soffre dello stesso male di Emma Bovary:

«Emma non smette di trasformare le ecceità in qualità delle persone e delle cose, le rimette così senza tregua nel tourbillon dei desideri e delle frustrazioni.» [13]
Adesso con parole mie: la nostra malattia consiste precisamente nello scambiare la vita (la vita nella sua pura molteplicità) per una qualunque delle sue versioni idealizzate, per uno qualunque dei suoi feticci. Ciò di cui abbiamo bisogno è una cura per la nostra compulsione a possedere oggetti o catturare soggetti, una cura per la nostra ossessiva, impossibile ricerca della Donna Ideale o di qualunque altro oggetto del godimento. una cura per il nostro impulso consumistico, per il nostro sciovinismo, per il nostro culto dell’identità. Una cura per la paranoia indotta dal sistema, dagli apparati ideologici di stato, dalle multinazionali, dai propagandisti militari etc. La cura poetica per questa malattia è la vita, la vita «resa alla pura molteplicità della sensazione». Lo scrittore diventa un medico, e il prerequisito per il suo divenire medico è il suo essere ciò che Rancière chiama uno «schizofrenico in buona salute»:

«Questo schizofrenico in buona salute si dà da fare per smantellare le connessioni patologiche operate dai personaggi della finzione tra un’apparizione sulla spiagga, l’idea dell’individualità e il sogno d’amore. Permette alla macchia fluida e in movimento di scivolare liberamente sull’orizzonte azzurro dove si trasforma in uno stormo di gabbiani, una composizione di statue greche o un boschetto di rose della Pennsylvania. Questa è la vita vera, la vita resa alla pura molteplicità della sensazione.» [14]

Al contrario, l’io empirico (quello ammalato) individualizza e personalizza, stabilisce la «connessione patologica»: quando interrompe l’osservazione per mettere a fuoco su Albertine, innesca la reazione che lo porterà a soccombere all’espansione di quest’ultima. Il nome di lei è il più ricorrente in tutta la Recherche: viene nominata 2360 volte. Tre volte le occorrenze di Gilberte, quasi mille occorrenze più di Swann. [15]

L’amore dell’io empirico per Albertine gli procurerà tristezza e dolore. Tuttavia, sarà un’esperienza utile, non dovremmo mai scordarci che l’io narrante non è che una versione più vecchia dell’io narrato, intenta a ricordare il passato. Nel presente, il narratore si dimostra pienamente in grado di descrivere l’ecceità della vita.

Un dettaglio curioso: Proust corresse le bozze di All’ombra delle fanciulle in fiore nell’ottobre del 1917.

Gli operai italiani come il narratore di Proust: essi videro la rivoluzione avanzare sul molo d’Europa e, pur non riuscendo a distinguere nessuno dei suoi tratti, colsero l’intera configurazione per mezzo di similitudini e risonanze. Una molteplice parata di scioperi, sommosse, ammutinamenti etc… All’istante, sentirono che quella molteplicità era antitetica alla guerra, era la cura per il male che la guerra aveva sparso su tutta l’Europa. Trovarono la pura vita nella configurazione di quel momento. “Siamo tutti le cinque della sera”, ricordate? Allo stesso modo, quegli operai furono tutti il Febbraio del 1917.

Se questo parallelismo suona troppo forzato, se Marcel Proust che sogna a occhi aperti su una spiaggia della Normandia e la classe operaia italiana che saluta la Rivoluzione russa sembrano troppo distanti l’uno dall’altra, allora cerchiamo una sorta di mediatore tra i due, oltreché tra la Rivoluzione russa e i modi in cui la letteratura può restituire un senso di ecceità.

Quando Proust morì, il poeta russo Vladimir Majakovskij era a Parigi, e prese parte al funerale (22 novembre 1922). Majakovskij dedicò molti versi all’Evento rivoluzionario, centinaia di poesie. Usava la poesia per commentare questioni sociali e politiche, e molte delle sue opere furono pubblicate per la prima volta come articoli di opinione sui giornali rivoluzionari. Scrisse milioni di parole sul difficile compito “post-coitum” di edificare una società socialista, ma con altrettanta frequenza rievocò i giorni del 1917. Nella sua portentosa produzione, spiccano alcuni lunghi poemi narrativi. Mi occuperò di uno di questi, 150.000.000, un inno alla rivoluzione come configurazione caotica, pre-personale, extra-umana. Prima di citare da quell’opera, devo chiarire che non sono stato io a scoprire in Majakovskij una sorprendente inclinazione a rendere l’idea dell’ecceità: fu nientepopodimeno che Lev Trotsky a scriverlo, nel suo celebre Letteratura e rivoluzione (1924). La differenza è che Trotsky l’intendeva come una dura critica (con attenuanti), mentre io l’intendo come un complimento. Ecco alcuni passaggi dal libro di Trotsky:

«[Nelle poesie di Majakovskij] non si riesce più a distinguere ciò che è piccolo da ciò che è grande. E’ perché Majakovskij parla del suo amore, cioè dei sentimenti più intimi, come se si trattasse della migrazione dei popoli. Ma è anche perché, quando tratta della rivoluzione, non è in grado di trovare un altro linguaggio. Spara sempre ad alzo massimo e, come è noto a ogni artigliere, tale modo di sparare dà il minimo di risultati e ha gravi conseguenze sui cannoni.» [16]

No. Le immagini della Rivoluzione che Majakovskij ci ha donato sono tra le più durature, le più potenti, le più affascinanti nel lascito di quel grande evento. Qui Trotsky parla di 150.000.000:

«Le opere di Majakovskij non hanno un culmine, non obbediscono ad alcuna disciplina interna. Le parti si rifiutano di obbedire al tutto, poiché ciascuna di esse si sforza di essere indipendente, e sviluppa la propria dinamica senza considerare l’insieme. E’ perché non c’è un insieme, né un dinamismo complessivo […] Le immagini, che esistono per se stesse, si urtano e barcollano. La loro mancanza di coordinazione non deriva dalla materia storica, ma da un intrinseco disaccordo con una filosofia rivoluzionaria della vita. Ragion per cui, quando si giunge, non senza difficoltà, al termine del poema, si constata che si sarebbe potuta scrivere una grande opera, se solo il poeta avesse dato prova di senso della misura e capacità autocritica!»

Nessun senso della misura. Trotsky non era l’unico leader rivoluzionario a dispiacersi delle poesie di Majakovskij per quel motivo: lo stesso Lenin si lamentava che nei suoi versi tutto fosse “sparpagliato di qua e di là” [17]. Ma è proprio per questo, per via del senso di Majakovskij per l’ecceità, che le sue immagini restano a tutt’oggi poderose, e i suoi resoconti poetici sono tra le prime cose che associamo a quell’Evento rivoluzionario.

Centocinquanta milioni era il numero degli abitanti della Russia quando Majakovskij scrisse il poema. Quest’ultimo fu pubblicato anonimo nel 1919. E’ il primo verso a spiegare il perché: «150.000.000 è il nome dell’artefice di questo poema.» [18] L’opera è esplicitamente presentata come allegoria nazionale: il poema è la Russia rivoluzionaria, la Russia rivoluzionaria è il poema.

«Il proiettile è il ritmo.
La rima il fuoco che rimbalza di edificio in edificio.
[…]
Quest’edizione è stata stampata
con la rotativa dei passi
sulla velina del selciato.»

Quella che segue è una festa di divagazioni, grappoli di metafore, sinestesie etc. La Vendetta, la Fame, la Baionetta, la Browning e la Bomba scrivono insieme un volantino. Quest’espediente retorico è conosciuto come «fallacia patetica», e consiste nell’attribuire la capacità di pensare e provare emozioni a concetti astratti o cose inanimate. Il volantino dice:

«A tutti!
A tutti!
A tutti!
A tutti quelli
che non ne possono più!
Uscite
insieme
e andate!»

Il volantino è indirizzato a chiunque e a qualunque cosa: lampioni, animali, treni, edifici e fiumi entrano in sciopero e marciano insieme, «milioni di cose, / sfigurate, / spezzate, / devastate.» Senza differenze tra grande e piccolo, è l’intero universo a sollevarsi, e ci sono rose, come nella descrizione proustiana delle fanciulle sulla spiaggia: «inventeremo nuove rose: / rose di capitali con petali di piazze». Questa moltitudine annuncia la rivoluzione, e grida:

«Il mondo sarà come noi
l’abbiamo descritto,
e mercoledì,
e ieri,
e oggi,
e sempre,
e domani,
e doman l’altro,
nei secoli dei secoli!»

Da notare che non c’è differenza gerarchica tra «mercoledì» e «nei secoli dei secoli». Dopodiché, l’intera Russia si antropomorfizza, ora la Russia è un tizio di nome «Ivan», il campione dei proletari. E’ un gigantesco, antropomorfo concatenamento di tutti e tutto, lo compongono interi mondi, «il [suo] braccio / è la Neva / ed i talloni le steppe del Caspio». Ivan si dirige verso gli Stati Uniti, per combattere contro il presidente Woodrow Wilson, descritto come il campione dei capitalisti. Siamo di nuovo su una spiaggia, ma non è Balbec, è una spiaggia americana, è la West Coast, e la gente sente che Ivan (cioè la rivoluzione) sta arrivando, ma è disinformata dalla radio, e così (proprio come la classe dirigente italiana nei giorni della Rivoluzione di Febbraio), non capisce. La radio annuncia «una terribile bufera nell’Oceano pacifico. / Sono impazziti monsoni e alisei», poi dice che a Chicago qualcuno ha pescato strani pesci, coperti di pelliccia e con grandi nasi. Poi viene trasmessa una rettifica: la notizia sui pesci pelosi era falsa, ma la bufera c’è davvero, «e anche più terribile. / Se ne ignorano le cause.» Infine la radio ammette che non è una bufera: è il nemico. E il nemico non è una flotta: è Ivan. Ivan raggiunge la riva e il suo avvento scatena la guerra di classe negli USA. L’intero universo è descritto come un vulcano, «cratere da cui sprizza la lava dei popoli». La grande ondata causata da Ivan corre verso est e arriva a Chicago, che Majakovskij presenta come il quartier generale di Woodrow Wilson. Con abbondanza di metafore miste, ipotiposi e altre figure retoriche, Chicago è descritta come un luogo infernale. Lo stesso Ivan arriva a Chicago, lui e Wilson si scontrano come in un film di Godzilla, e Ivan distrugge Wilson.

L’ultima sequenza del poema è un momento utopico ambientato in un futuro lontano: siamo nel Sahara, che non è più un deserto, e c’è persino una delegazione marziana in visita al pianeta Terra, antico epicentro della rivoluzione universale. Giungono da tutti i pianeti, per celebrare il remoto inizio della rivoluzione. Ancora una volta, umani, animali e cose sono insieme, cantano insieme e ricordano lo sfruttamento passato, le morti e i sacrifici che furono necessari per costruire l’universo nuovo.

Per ricapitolare: i nostri corpi risuonano con la molteplicità della vita rivelata dall’Evento che interrompe il ciclo delle connessioni patologiche quotidiane. La molteplicità e le risonanze possono essere rese attraverso un’apparentemente disordinata descrizione della configurazione di quel momento: il “super-tropo”, la nube retorica dell’ecceità, in cui non sembra esserci senso della misura, e nessuna gerarchia tra grande e piccolo, sfondo e primo piano. Questa è una direzione che potremmo prendere, per evitare le trappole di framing in cui si cade nel raccontare una rivoluzione. Ora Wu Ming 2 parlerà di queste trappole. Grazie.

Leggi qui l’articolo originale.

Note

[1] Michael Hardt e Antonio Negri, Arabs Are Democracy’s New Pioneers, “The Guardian”, 24 febbraio 2011. Citazione tradotta da WM1.

[2] Stefano Caretti, La rivoluzione russa e il socialismo italiano (1917-1921), Nistri-Lischi Editori, Pisa 1974, p. 26

[3] Ibidem, p. 27; cfr. Lev Trotsky, La rivoluzione di febbraio, in Storia della rivoluzione russa, vol. I, Oscar Mondadori, Milano, 1969.

[4] Caretti, op. cit., p. 36.

[5] Ibidem, p. 35.

[6] Comité invisible, Mise au point, febbraio 2009. Stralcio tradotto da WM1.

[7] Alain Badiou, Tunisie, Egypte : quand un vent d’est balaie l’arrogance de l’Occident, “Le Monde”, 18 febbraio 2011, traduzione italiana qui.

[8] Antonio Gibelli, La grande guerra degli italiani (1915-1918), Sansoni, Milano 1998, p. 47.

[9] Ibidem, p. 52.

[10] E. Forcella – A. Monticone, Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Bari 1968, pp. 43-44. Il libro è stato ristampato nel 1998, ma io ho consultato l’edizione vetusta.

[11] Per tutte le citazioni a seguire ho usato la traduzione di All’ombra delle fanciulle in fiore realizzata da Franco Calamandrei e Nicoletta Neri, dall’edizione in un solo volume di Alla ricerca del tempo perduto, Einaudi Tascabili Biblioteca, Torino, 2008. La sequenza qui descritta va da p. 588 a p. 596. Se vi suona strano che l’Einaudi sia riuscita a “cavarsela” in otto pagine, beh, dovreste vedere com’è impaginato il libro! N.B. Nel colophon del libro, la traduzione di All’ombra delle fanciulle in fiore è erroneamente accreditata a Franco Fortini e Nicoletta Neri. Fortini ha sì tradotto Proust (nello stesso volumone ET c’è la sua traduzione di Albertine scomparsa), ma il “Franco” delle Fanciulle è Calamandrei. Forse qualcuno ha già segnalato la svista alla casa editrice, ad ogni modo lo farò anch’io.

[12] Gilles Deleuze – Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma 1996, p. 387. Traduzione di Giorgio Passerone.

[13] Jacques Rancière, Politica della letteratura, Sellerio, Palermo 2010, p. 68. Traduzione di Anna Bissanti.

[14] Ibidem, p. 73.

[15] Cfr. Jean-Yves Tadié, Proust. L’opera, la vita, la critica, Net, Milano 2003, p. 50.

[16] Ho consultato l’opera di Trotsky in inglese (traduzione di Rose Strunsky), in francese (traduzione di Pierre Frank e Claude Ligny) e in spagnolo (traduttore non indicato). Le due citazioni sono tratte dal cap. 4, interamente dedicato al futurismo russo. Non avendo a disposizione un’edizione italiana del libro, ho “ricostruito” i brani confrontando le versioni francese e spagnola. Procedimento filologicamente scorretto, ma il risultato è comprensibile e adatto alla bisogna.

[17] Testimonianza riportata in: Herbert Marshall, Vladimir Mayakovsky, Hill & Wang, New York 1965, p. 30.

[18] Per tutte le citazioni a seguire ho usato la traduzione di 150.000.000 presente nel quinto volume delle Opere complete di Majakovskij, a cura di Ignazio Ambrogio, Editori Riuniti, Roma 1958, pp.109-157. Ho la fortuna di possedere questo meraviglioso cofanetto vintage, con copertine ruvide color mattone e stampa in caratteri minuscoli su carta di diverse tonalità di bianco. Che storia appropriatamente majakovskiana deve avere, la compilazione di questo “mostro” destinato ai proletari, alle biblioteche delle sezioni di partito e delle case del popolo!

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