Costituzione in polvere

«[Il Pubblico Ministero] ha detto che i giudici non devono tenere conto delle “correnti di pensiero”. Ma cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. […] E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà.»

(Piero Calamandrei, dall’arringa tenuta il 30 marzo 1956 davanti al tribunale penale di Palermo come difensore al processo contro Danilo Dolci).

costituzione

Tempo di anniversari. La Bandiera, la Costituzione, l’Unità. Le celebrazioni che si stanno svolgendo nel paese riassumono, pare, un’invocazione nazionale unitaria che si traduce – da Napolitano alla recente manifestazione in difesa della Costituzione – in un desiderio, una ricerca di un terreno comune, di regole condivise da tutti. Auspicio importante. Occorre difendersi però da una facile quanto pericolosa trasformazione di questo desiderio in una Union Sacrée, in cui parole e concetti quali democrazia, unità e, appunto, Costituzione si svuotano di concretezza, di specificità e di senso politico per annegare in un mare di indistinguibile accordo conciliatorio.

Prendiamo la Costituzione. Quel testo è il risultato dei rapporti di forza politici espressi alle elezioni del 1946 per l’elezione dell’Assemblea Costituente. La Democrazia Cristiana partecipò all’elaborazione di quei principi e alla scrittura di quei 139 articoli facendosi ispirare dalla dottrina sociale della chiesa; i partiti Comunista, Socialista e d’Azione, pur nelle loro differenze e diffidenze reciproche, focalizzarono la loro attenzione sul lavoro e in generale sulle condizioni delle classi subalterne; il Partito Liberale entrò nelle stanze dell’Assemblea cercando di portarvi la fiducia nell’iniziativa individuale e nel mercato capitalistico. Pur con queste forti semplificazioni si capisce come posizioni ritenute inconciliabili abbiano trovato “la quadra” nel testo costituzionale. Ma è lo stesso De Gasperi a svelare come questo equilibrio sia spesso formale e non reale quando sostiene che l’Italia non si può governare senza l’appoggio di un quarto partito: quello degli industriali, che avrebbe condizionato il partito di maggioranza relativa e tutta la vita economica italiana pur non avendo preso parte ai lavori dell’Assemblea.

Questa breve e grossolana parentesi storica è utile forse a sottolineare alcune determinanti specifiche che hanno prodotto il testo costituzionale; serve a dire che se è giusto difenderlo poiché contiene i principi regolatori di una comunità nazionale nata dalla resistenza al nazifascismo, bisogna però fare attenzione a non farne un testo sacro, un feticcio e dunque a difenderlo come tale. Claudio Pavone ha dimostrato la persistenza – nel funzionamento delle istituzioni repubblicane – di regole, ordinamenti e prassi politiche in forte continuità con il fascismo e le sue leggi: anche successivamente al dicembre 1947 quando la Costituzione entra in vigore. Nonostante la Costituzione, il codice penale tutt’ora in vigore in Italia risale al 1930 e porta le tre firme di Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini e Alfredo Rocco, ministro della giustizia. Il codice Rocco è stato certo fortemente modificato nei decenni, in senso garantista, ma rimane forte l’impronta autoritaria della legislazione italiana come si può notare dall’organizzazione altamente gerarchica delle forze dell’ordine e del loro costituirsi in corpi separati dello Stato (tribunali militari, inchieste interne, segretezza degli archivi).

Inoltre si possono citare tutta una serie di leggi più vicine alla nostra realtà contemporanea – dalle riforme dell’università pubblica che la cultura del moderatismo di destra e sinistra, quella dell’efficientismo e della subalternità al mercato hanno promosso, svuotando di contenuto la formazione intellettuale e professionale e soprattutto la ricerca; le leggi che garantiscono l’impunità per i reati finanziari o che legittimano monopoli televisivi; leggi infine che possono innescare un precariato lavorativo senza alcuna risorsa reale in ammortizzatori sociali – tutte leggi promosse e controfirmate dai presidenti della Repubblica e dunque considerate costituzionali.

L’interrogativo che si pone qui è dunque sul luogo in cui vogliamo collocare le nostre lotte. Ci basta difendere la Costituzione? E chi ci troveremo accanto in una simile rivendicazione? Il lavoro culturale è per sua natura quotidiano, specifico, contestuale. Non ragiona con la categoria dell’emergenza (l’emergenza berlusconiana, l’emergenza mafiosa, l’emergenza rifiuti) che si accontenta dell’unione dei migliori all’insegna delle parole d’ordine.

Un’opposizione alle tesi leghiste ad esempio non deve sfociare in un’esaltazione enfatica di un patriottismo che fa dell’Italia il “paese più bello del mondo” come sostenuto da Roberto Benigni nella sua esegesi dell’inno nazionale a San Remo. La difesa dei principi costituzionali non deve limitarsi a portare in piazza la costituzione o ad evocare parole d’ordine come legalità, diritto, giustizia. Anche Gianfranco Fini nella sua veste neo-liberale sarebbe d’accordo con queste parole – o nel difendere la Costituzione – pur essendo l’estensore di una fra le peggiori leggi sull’immigrazione oggi in vigore in Europa.

Piero Calamandrei sosteneva che la nostra Costituzione fosse nata “fra le montagne dove caddero i partigiani, nei campi dove furono imprigionati e dove furono impiccati”. Se non si vuole che queste parole restino avvolte nella retorica resistenziale e tornino ad avere senso, forse, piuttosto che sventolare la Costituzione in piazza come fosse il libretto rosso di Mao, una direzione possibile potrebbe essere quella di andare a cercare i luoghi – le nuove montagne, i nuovi campi di detenzione e impiccagione – in cui far rinascere la Costituzione e, soprattutto, provare a vedere se basta: nei quartieri, nelle carceri, nelle università, nei luoghi di lavoro, negli ospedali e nelle caserme o anche infine fra le mura di casa dove la violenza maschile è quasi un veleno nascosto.

Se usiamo la Costituzione per illuminare i territori concreti dell’opposizione, del conflitto, delle relazioni di potere potremmo scoprire che non basta portarla in piazza, ma che solo calandola nella realtà se ne scoprono la forza, i limiti, l’efficacia sociale. S’impone un posizionamento politico che rifugga dall’attribuzione di sacralità al testo o al simbolo. La strada che porta dall’adorazione per i nostri simboli e le nostre bandiere all’analisi del nostro presente è difficile, percorrerla potrebbe essere un esercizio critico e un lavoro culturale possibile.

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