Sismografie

Gestire un terremoto in Italia: breve prontuario d’emergenza sismica

Venerdì 21 aprile è stato inaugurato all’Aquila un progetto unico nel suo genere in Italia, lo Stato delle Cose: un viaggio nell’Italia dei terremoti attraverso oltre 10.000 fotografie prodotte da oltre 60 fotografi. L’ideatore del progetto, Antonio Di Giacomo, ha chiesto ad alcuni curatori di Sismografie una riflessione sulla gestione dei terremoti in Italia, che qui pubblichiamo accompagnata da alcune foto tratte dal progetto*.

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Foto di Valerio de Iorio, tratta dalla gallery PaganicaI L’Aquila, 2017

Conferme: l’emergenza perenne

Ritrovarsi a riflettere sull’ennesimo disastro in Italia, qualunque sia la sua origine, spinge sempre a interrogarsi su cosa sia stato fatto in passato in termini di preparazione o prevenzione. Per esempio, in riferimento ai terremoti che dal 24 agosto 2016 al gennaio 2017 hanno ripetutamente colpito l’Appennino tra Umbria, Lazio, Marche e Abruzzo, sismologi e geofisici avevano sottolineato con chiarezza e insistenza come le faglie nell’area fossero – e restino – molto attive, chiedendo pertanto alle istituzioni di essere preparate alla possibilità di nuove emergenze. Fin dalla tragedia di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, sarebbero stati dunque auspicabili sforzi organizzativi, burocratici ed economici per migliorare la preparazione di comunità e istituzioni locali, per aggiornare eventualmente i contenuti dei piani di emergenza (qualora presenti), per valutare la loro efficacia, e per rafforzare la collaborazione e la comunicazione tra i Comuni e i cittadini e tra questi e le sfere governative. Inoltre, si sarebbero dovute verificare e monitorare le condizioni degli edifici e la stabilità dei versanti (vista anche l’occorrenza di molte frane), per mettere in atto delle strategie per gestire le situazioni più critiche. Quantomeno, sarebbe stato necessario pensarci e iniziare ad affrontare i problemi.

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Foto di Ennio Brilli, tratta dalla gallery Arquata del Tronto – Pescara del Tronto (AP), 2017

Invece, il vizio dell’emergenza perenne sembra duro a morire. Le discussioni politiche si innescano solo dopo l’evento, Twitter si riempie di hashtag di allerta e compassione, la notizia occupa le pagine dei media, l’algoritmo di Facebook e i resoconti parlamentari per un paio di settimane, lo “stato di emergenza” è proclamato per anni fagocitando una gestione amministrativa trasparente e progettuale. Tutto cade poi nell’oblio fino alla tragedia successiva. Passata la festa, gabbato Sant’Emidio.

Gran parte della politica e dei media ha smesso di parlare di Amatrice dopo tre settimane. Di Rigopiano si è smesso una volta estratti i corpi. Allo stesso modo è calato il silenzio sulle altre centinaia di Comuni e frazioni coinvolte. Parallelamente, subito dopo il terremoto dell’Aquila, fummo circondati da un frastuono mediatico enorme, ma la vicina Pasqua permise addirittura di risolvere il lutto subìto con un funerale mediatico in corrispondenza della Passione di Cristo (come suggerisce l’interpretazione dei semiologi Zucconi, Dodaro e Milanese). La Santa Croce cinse i funerali delle vittime per mostrare poi un presunto ritorno ad una “normalità provvisoria” con le tende a far da cornice alla risurrezione di Cristo, ringraziandolo così per il soccorso e gli aiuti di Stato. Un’inversione rituale che andò dritta al cuore dello spettatore compassionevole: pretese di risolvere il trauma, trasferì il bisogno di certezze e di una propria “restaurata” quotidianità e allontanò le macerie affidando a Dio e all’SMS solidale il compito di proteggerci dai moti della Terra e dell’animo, fino al terremoto successivo (2012, Emilia). All’Aquila, nonostante gli interventi divini, 8 anni dopo, l’emergenza reale è ancora perenne.

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Foto di Gianluca Panella, tratta dalla gallery Richter 6.3 Magnitude – L’Aquila, 2009

Evidenze: l’immagine del rischio

Grazie alla media di un terremoto “importante” in Italia ogni 5 anni negli ultimi 117, fra non molto potremmo avere il privilegio – unico al mondo – di avere un Museo Nazionale del Terremoto che proietti in 3D, a mo’ di living history, la carta di pericolosità sismica sul territorio, con tanto di indici ed indicatori pesati realmente sulle caratteristiche dei suoli e degli edifici: un’archeologia futuristica di rovine negoziata con Sant’Emidio. Se il rischio è una costruzione mentale (come suggerisce Ortwin Renn, uno dei massimi esperti a riguardo) la cui percezione e costruzione è argomento assente dal dibattito pubblico, cause ed effetti sono reali ma privi di didascalie.

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Foto del Collettivo FD, tratta dalla gallery L’utopia caduta, il confine incerto – Santa Margerita di Belice (AG), 2016

L’immobilismo delle rovine e la sicurezza del com’era-dov’era (si vedano a tal proposito gli interventi dell’antropologo Antonello Ciccozzi) si specchiano identici nella quotidiana campagna elettorale priva di tempi (come suggeriscono Carnelli e Ventura in un volume a riguardo) e di spazi che consentano di analizzare le vulnerabilità fisiche e sociali (si veda ad esempio l’analisi sull’Italia sviluppata da Ivan Frigerio). È la totale assenza di un’idea complessa e interdisciplinare di rischio sismico, in cui pianificazione territoriale, sicurezza, partecipazione e consapevolezza vengano affrontate in modo simultaneo e interrelato, con un progetto politico inclusivo, adattivo e a lungo termine. Per dare i numeri, circa il 67% del territorio italiano è a rischio sismico, ma il 75% del patrimonio abitativo non è stato costruito secondo i moderni codici antisismici (suggerisce Ivana Marino, ingegnera delle strutture). Dinanzi a questa “falla” nella sicurezza fisica, occorrerebbe almeno un preciso lavoro sulle varie componenti del rischio, per agire sui vari aspetti in modo integrato: dai sistemi di allerta alla definizione/costruzione del rischio, dalla valutazione alla gestione, dalla comunicazione alla partecipazione, passando per gli aspetti storici, geografici, sociali e culturali (trattati recentemente da Carnelli e Ventura).

Senso comune: il mantra di un “modello” di ricostruzione

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Foto di Sante Castignani, tratta dalla gallery Viaggio intorno a Norcia – Norcia (PG), 2017

Alcuni dei paesi colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016 (ad esempio, Visso, Ussita, Preci, Camerino, Castelsantangelo sul Nera) erano già stati colpiti dal terremoto di Umbria e Marche del settembre del 1997, che provocò 11 vittime e gravi danni al patrimonio culturale, come la Basilica di San Francesco d’Assisi. Restano pertanto alcune domande da porsi: per quale ragione alcuni edifici beneficiari dei fondi per la ricostruzione sono crollati/danneggiati? Chi ha valutato e monitorato il processo di ricostruzione? Come sono stati utilizzati i fondi? A questo punto, andrebbe rivista – se non respinta – quella narrazione tossica che vede la ricostruzione post-disastro in Umbria e Marche (1997) come un “modello” di successo, esportabile e applicabile in altre zone colpite.

Il mantra di un modello di ricostruzione generalizzabile è infatti comunemente accettato in Italia. Ciononostante, la complessità dell’azione politica e le strutture di governance locali e nazionali – come l’“uso politico” della ricostruzione (per esempio, con Berlusconi per il sisma aquilano), la centralità dei governi regionali (dopo i terremoti in Friuli, Umbria, Marche ed Emilia), i rapporti tra politica e scienza (di nuovo all’Aquila, si veda l’analisi di David Alexander sul processo alla Commissione Grandi Rischi), e tra politica ed élite imprenditoriali (come l’Irpiniagate dopo il terremoto in Campania e Basilicata) – influenzano fortemente i processi di ricostruzione. È inoltre importante considerare il contesto locale come decisivo – nel bene e nel male – nel creare le condizioni e fornire le risorse utili per affrontare la ricostruzione fisica e sociale di un territorio. Le caratteristiche degli insediamenti e dell’ambiente costruito, la capacità delle comunità locali di rivendicare i propri diritti e volontà (si vedano le esperienze di Danilo Dolci in Belice o delle cooperative femminili in Irpinia), le competenze delle istituzioni locali (come i sindaci e le rispettive giunte) nel gestire il disastro e la prevenzione del rischio: variabili, queste, che interagiscono strettamente e sono parte attiva della ricostruzione. I “modelli” devono pertanto essere valutati caso per caso, Comune per Comune, quartiere per quartiere, spesso casa per casa, e non consentono di generalizzare l’efficacia o meno di una ricostruzione.

Foto di Antonio Di Giacomo, tratta dalla gallery Bucaletto – Quartiere Bucaletto, Potenza, 2016

Insomma, i modelli di ricostruzione non sono esportabili (lo dice addirittura la World Bank!) e anzi, quando forzosamente calati sui territori dall’alto o dall’esterno, possono contribuire a peggiorare le condizioni delle aree colpite (come dimostrano alcuni casi falliti di ricostruzione nel lavoro di Lizarralde e colleghi). A questo punto, dubbi sorgono sulla nomina dell’ex Presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani alla carica di Commissario per la Ricostruzione nei territori abruzzesi, laziali, umbri o marchigiani, ruolo precedentemente svolto per la ricostruzione post-sisma in Emilia (2012). Nonostante Errani sia stato visto come l’“uomo giusto” per applicare un fantomatico “modello di ricostruzione Emilia”, critiche sul suo operato sono state espresse sulla sua esperienza emiliana (si veda il recente volume di Silvia Pitzalis). Sebbene sia presto per un giudizio oggettivo, i dati diffusi dalla stessa Protezione Civile a 6 mesi dal sisma di Amatrice sono poco confortanti: 8.776 persone sono ospitate negli alberghi, 1.743 in palazzetti dello sport o strutture pubbliche, 1.080 in camper, container o prefabbricati rurali, 18 strutture abitative emergenziali sono state consegnate (a Norcia, su tremila ipotizzate). Per il resto, auto-organizzazione (si veda l’interessante esperienza delle Brigate di Solidarietà Attiva o delle tante associazioni locali) o abbandono.

Conclusioni: come sopravvivere all’emergenza?

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Foto di Gianluca Panella, tratta dalla gallery Richter 6.3 Magnitude – L’Aquila, 2009

Gli strati di rovine e case provvisorie accumulatisi da Norcia all’Irpinia, dall’Aquila all’Emilia al prossimo terremoto testimoniano l’inefficienza delle attuali modalità di gestione del rischio sismico in Italia: conferme, evidenze e senso comune non fanno altro che dimostrare tale emergenza. Non esiste un modello unico di riferimento, non esistono fattucchiere o tocchi magici, non esiste un uomo solo al comando. Il “modello” lo fa il territorio, le esigenze di chi lo vive, il suo tessuto socio-economico, culturale, istituzionale. È necessario agire in modo integrato, adattivo e inclusivo, attraverso un progetto politico a lungo termine che coniughi pianificazione e progettazione con percezione del rischio e comunicazione, capitale sociale ed economico con aspetti culturali e istituzionali. Esistono mappe di pericolosità e di esposizione, codici per costruzioni antisismiche, valutazioni aggiornatissime di vulnerabilità fisica e sociale, analisi sociali, psicologiche e culturali su rischio, modalità di ricostruzione (almeno da cinquant’anni!), studi di comunicazione del rischio e già le prime analisi su comunicazione d’emergenza e big data. Quel che davvero manca è un progetto politico a lungo termine, coordinato anche a livello locale, in grado di integrare, adattare e far interagire tali riflessioni con le caratteristiche dei territori, dirottando le risorse economiche dall’emergenza perenne a pratiche specifiche e locali che, al netto dei rituali sismici, permettano semplicemente di tenere in piedi gli edifici. Senza troppi miracoli mediatici, clan o tecnicismi d’emergenza.

 

Letture citate

David Alexander, Communicating earthquake risk to the public: the trial of the “L’Aquila Seven”. Natural Hazards, 72(2), pp. 1159-1173, 2014.

Fabio Carnelli, Stefano Ventura, (a cura di). Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi, Carocci, Roma 2015.

Antonello Ciccozzi, “«Com’era-dov’era». Tutela del patrimonio culturale e sicurezza sismica degli edifici all’Aquila”, Etnografia e Ricerca Qualitativa, 2/2015, pp. 259-276, 2015.

Daniele Dodaro, Antonio Milanese, “Quando finisce un terremoto? Il trauma aquilano nelle fotografie di Repubblica.it ed Espresso.it”. In Fabio Carnelli, Orlando Paris, Francesco Tommasi (a cura di) Sismografie. Ritornare a L’Aquila mille giorni dopo il sisma. Effigi, Arcidosso 2012.

Ivan Frigerio, Daniele Strigaro, Matteo Mattavelli, Silvia Mugnano, Mattia De Amicis, “Costruzione di un indice di vulnerabilità sociale in relazione a pericolosità naturali per il territorio italiano”, Rend. Online Soc. Geol. It., Vol. 39, pp. 68-71, 2016.

Abhas Jha, Jennifer D. Barenstein, Priscilla M. Phelps, Daniel Pittet, Stephen Sena,  Safer homes, stronger communities a handbook for reconstructing after natural disasters, The World Bank, Washington DC 2010-

Goffredo Locatelli, Irpiniagate – Ciriaco De Mita da Nusco a Palazzo Chigi, Newton Compton, Roma 1989.

Ivana Marino, “Tessuto edilizio e costruito, tra prevenzione e recupero”. In Fabio Carnelli, Stefano Ventura, Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi, Carocci, Roma 2015.

Gonzalo Lizarralde, Cassidy Johnson, Colin Davidson (a cura di), Rebuilding after disasters: From emergency to sustainability. Routledge 2009.

Silvia Pitzalis Politiche del disastro. Poteri e contropoteri nel terremoto emiliano, Ombre Corte, Milano 2016.

Ortwin Renn, Risk Governance: Coping with Uncertainty in a Complex World, Earthscan, London 2008.

Stefano Ventura,Vogliamo viaggiare non emigrare. Le cooperative femminili dopo il terremoto del 1980, Officina Solidale, Avellino, 2013

 

Letture consigliate

David Alexander, “The L’Aquila earthquake of 6 April 2009 and Italian government policy on disaster response”,  Journal of Natural Resources Policy Research, 2(4), pp. 325-342, 2010.

Mara Benadusi (a cura di). Antropologia dei disastri. Ricerca, attivismo, applicazione, Antropologia pubblica, 1 (1), 2015.

Lina Calandra (a cura di) Territorio e democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel dopo sisma aquilano,  L’Una, L’Aquila 2012

John Dickie, John Foot, FM Snowden (a cura di), Disastro! Disasters in Italy since 1860: Culture, politics, society. Palgrave Macmillan, Basingstoke 2002.

Giuseppe Forino, “Disaster recovery: narrating the resilience process in the reconstruction of L’Aquila (Italy)”, Geografisk Tidsskrift-Danish Journal of Geography, 115(1), pp. 1-13, 2015.

R. Geipel, Long-term consequences of disasters: The reconstruction of Friuli, Italy, in its international context, 1976-1988, Springer, New York.

Emanuela Guidoboni, Gianluca Valensise, Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni. Bononia University Press, Bologna 2011.

Alfredo Mela, Silvia Mugnano, Davide Olori (a cura di). “Disastri Socio-naturali, resilienza e vulnerabilità: la prospettiva territorialista nel dibattito italiano attuale”, Sociologia Urbana e Rurale, 111, 2016.

Pietro Saitta, Fukushima, Concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro, Editpress, Firenze 2015

*l’articolo (privo delle foto) è stato originariamente pubblicato sul sito del progetto Lo stato delle cose.

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