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Mascherine, retoriche dell’inutilità ai t...

Lo sguardo dell’antropologia tra percezione del rischio e comunicazione «Quando gli storici faranno la conta dei tanti passi falsi commessi dai decisori politici nella risposta all’epidemia da coronavirus, in cima alla lista ci sarà l’insensato e antiscientifico invito per il grande pubblico, a non indossare le mascherine»[1]. Da antropologa non posso scommettere su quanto la Storia, un giorno, sarà in grado di decretare, ma mi “accontento” di scattare un’istantanea da un osservatorio etnografico privilegiato e assolutamente insolito: il tempo —presente e sospeso— interno all’emergenza. Definire cosa un’emergenza sia, anche da un punto di vista giuridico, è materia complessa: come scrive Francesco Niola si tratta di un concetto profondamente connesso a quello di “contingenza” «ovvero il diverso, spesso rapido articolarsi della realtà cui l’ordinamento deve reagire per mantenere garantirsi quello stato originario di cogenza ed equilibrio» (Niola 2014). Da un punto di vista antropologico l’emergenza costituisce un “costrutto sociale”, un immaginario, che dà forma non solo alla comprensione della realtà ma anche all’azione che segue tale comprensione (Calhoun 2010). Gli strumenti di cui dispone l’antropologia, e in particolare l’antropologia che si occupa dei disastri, per analizzare e comprendere le narrazioni istituzionali e la percezione dell’emergenza sono molteplici. Per la loro caratteristica […]

Nicaragua tra dittatura e pandemia

Sommersi dalla cultura delle menzogne, troviamo sempre più difficile distinguere il reale dal falso. Nell’era della post-verità non conta ciò che sta realmente accadendo, contano le storie.  Già Kant aveva dichiarato l’impossibilità di formulare giudizi capaci di raggiungere la verità del reale, la verità dell’essere. La politica autoritaria con la sua apoteosi del volere e la gestione del potere senza etica ha fatto tesoro di questo meccanismo: non c’è più bisogno di offrire un discorso che corrisponda ai fatti, non c’è più bisogno del consenso dell’interlocutore. E, d’altronde, già  Hannah Arendt aveva identificato il suddito ideale  del regime totalitario proprio nell’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più. La responsabilità del funzionamento di questo processo non sta, quindi, solo in chi pronuncia le nuove verità, ma anche in chi le accoglie senza spirito critico, senza fact-checking. Anche Gadamer sosteneva che la mente umana è in realtà bloccata nel regno del linguaggio puro, ma è proprio dal linguaggio che dovrà scoprire la verità. Esiste la possibilità del risveglio: l’assolutismo della ragione del più forte può essere arrestato. Un pilastro fondamentale del governo Ortega è stata la costruzione di sistemi di credenze inesistenti […]

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