Common Food

Il capitalismo ti mangia il pasto

Il tempo passato a cucinare è considerato sprecato da chi, specie negli USA, promuove dei sostituti del pasto in polvere. Eppure il cibo è quanto di più sociale e comunitario esista. Forse il tempo del lavoro ha ingoiato anche questa pausa giornaliera.

Dal 2014 negli USA e in Canada è in vendita Soylent, un frappè a base di proteine di soia, olio di canola, isomaltulosio (un carboidrato disaccaride composto da glucosio e fruttosio), vitamine e minerali. Teoricamente, potreste mangiare solo Soylent e avere un’alimentazione bilanciata. Per preparare un “pasto” bastano tre minuti, Soylent è in polvere. Aggiungete acqua e mescolate: istantaneo, nessun sapore, nessuna consistenza.

Soylent è il capostipite, ma esistono vari sostituti del pasto: Ambronite, NutraFit, UltraMet, Myoplex, GNC, ecc. La domanda per noi che viviamo nel ricco occidente, in un’epoca di sovrabbondanza di cibo a costi mai così bassi, è: perché esiste un mercato per questi prodotti?

Mangiare, comunque mangiamo, è uno degli atti più culturali che ci siano. Seminare del grano, aspettare che maturi, lavorarlo in una pasta dura, accendere un fuoco, bollire dell’acqua, importare pomodori da un altro continente, mischiarli alla pasta ormai ammorbidita e usare un tridente per portare il risultato alla bocca sarebbe impensabile senza un bagaglio culturale consolidato a guidarci.

In effetti, anche mangiare una mela raccolta da terra è un gesto carico di cultura: qualcuno mi deve aver insegnato che le mele non uccidono. Le scelte più semplici, gli oggetti che ci appaiono banali, un bastone da scavo di una banda di raccoglitori, implicano nozioni e idee per poter essere utilizzati: un sapere culturale.

Le culture si compongono di comportamenti appresi nell’interazione con l’infinita complessità degli habitat umani (che vanno dai deserti alle giungle, passando per metropoli e piccoli villaggi). Una serie di comportamenti, scelti fra tutte le infinite opzioni a nostra disposizione, fra i quali anche quelli utili alla gara evolutiva in corso sul pianeta da qualche milione di anni: cosa mangiare, quando, come. Quegli stessi comportamenti divengono socialmente accettati e accettabili e finiscono con il sembrarci inevitabili. Se lo scopo è sempre introdurre calorie in pancia e sopravvivere, il come lo facciamo varia immensamente da cultura a cultura. Alcune culture, anche per i limiti degli ingredienti a disposizione, hanno una diversità gastronomica limitata e costruiscono i loro piatti attorno a un ingrediente principale (riso, patate, cassava o Yam i più diffusi). Altre offrono una grande varietà di ingredienti e ricette. La differenza non è nelle calorie, ma nella cultura, nei simboli, nelle tradizioni condivise che ogni ricetta accumula nel tempo e che le trasforma in qualcosa di diverso, di più complesso. Ogni piatto è fatto, oltre che dei propri ingredienti, di storia che si trasmette da una generazione a quella successiva. Diviene, insomma, un oggetto culturale a cui sono attribuiti valori propri.

Francesco Remotti, antropologo culturale, ci fa notare come la cultura non sia un oggetto statico. [1] I cambiamenti sociali, politici e ambientali vissuti da chi quella cultura crea e riproduce rendono più rilevanti o, al contrario, fanno perdere importanza ad alcuni dei suoi aspetti. Negli ultimi quattro secoli, specialmente in Occidente, la cultura capitalismo ha portato alla creazione di ricchezze inimmaginabili e di innovazione tecnologica, ha trasformato il mondo in cui viviamo, elevando gli standard di vita di larghi strati di popolazioni. Eppure, la logica stessa del capitalismo – tutto è merce da produrre, commerciare, vendere e consumare – è un rischio per le culture che incontra. Se simboli, valori, credenze, riti, divengono merci da comprare e vendere, la loro alterità, la loro specificità rischia di scomparire.

Il rito del pasto è stato per molto tempo – forse da quando esiste l’umanità – momento di socialità condivisa, occasione di socializzazione dei membri della comunità. “Stare a tavola”, ad esempio, è uno dei modi con cui un bambino occidentale impara non solo a mangiare, ma a divenire adulto. La stessa parola compagno deriva dal latino cum panis, chi mangia il pane insieme. Allo stesso tempo, è sempre stato necessario avere dei pranzi brevi e pratici, da consumarsi in solitudine: pensiamo a monaci, carcerati o soldati di guardia. L’esigenza di nutrirsi rapidamente e senza perdere tempo non è frutto della contemporaneità.

Quello che invece credo sia nuovo, e che si ritrova trasparente nelle copiose interviste dei creatori di questi pasti sostitutivi (quasi tutti giovani maschi americani) è che, in effetti, il tempo trascorso a preparare e consumare un pasto condiviso è considerato tempo perso. Ancora di più: “Il cibo è obsoleto” sostiene il creatore di Soylent. È suggestivo vedere come la Silicon Valley (avamposto dell’ultima versione del capitalismo) sia uno dei mercati di maggior successo. I prodotti non fanno dimagrire, non sono più naturali o benefici – anche se alcuni hanno provato a sfruttare il mercato dei bodybuilders e quello dei naturalisti – sono semplicemente più veloci da preparare e da consumare.

Se c’è una costante nel nostro capitalismo avanzato è che le sue logiche tendono a diffondersi in ambiti che, fino a qualche anno prima, non avevano nulla a che fare con profitto e lavoro. La salute, ora in buona parte in mani private; le amicizie, ora divenute contatti monetizzabili su facebook o youtube; gli incontri romantici, ora soggetti all’acquisto della versione plus di Tinder o Grindr o Brenda o di qualunque sia la vostra app di online dating di riferimento (si noti il tentativo di non lasciarsi sfuggire nessuna fetta di mercato: etero, omo, lesbo).

Il tempo dedicato al cibo non fa differenza: fino alla generazione dei nostri genitori, era ordinario avere due ore in pausa pranzo. Questo spesso implicava il rientro in famiglia dal posto di lavoro (tutti concetti che, per un lavoratore precario contemporaneo non hanno quasi più senso: pausa pranzo, posto di lavoro e spesso anche famiglia). Oggi tornare a casa e cucinare un pranzo sembra anacronistico, se non inaccettabile. Quindi non è il cibo a essere obsoleto, ma un tempo lontano dal lavoro.

Dietro alla facciata colorata delle start up della Silicon Valley, si nasconde una visione del mondo molto semplice, che funziona e che, a differenza di tante altre che il nuovo millennio ha sbriciolato, resiste e prospera. Il lavoro è un bene come un altro; ognuno di noi ne è il proprietario; da investitori quali tutti siamo dobbiamo farlo fruttare al massimo. Detto in altro modo, poiché siamo ormai tutti imprenditori di noi stessi (consulenti, con contratti di lavoro a termine, precari, startupper, eccetera), non possiamo permetterci il lusso di fermarci a mangiare.

La cultura capitalismo è cambiata e continua a cambiare: fino a qualche decina di anni fa, prevedeva dei vuoti, delle isole nelle quali riconoscevamo un valore a pratiche culturali non monetarie. Nella cultura occidentale, per esempio, avere una famiglia rendeva l’individuo migliore, più completo. Così come avere un’istruzione in campi non strettamente legati all’ambito professionale. L’individualismo e l’ampliamento della gamma dei comportamenti culturalmente accettabili ha permesso la monetizzazione di aree della vita prima extra-capitaliste.

Questo ha portato benefici e ha fatto nascere problemi, come ogni cambiamento. Anche una funzione primaria, quale il cibo, è stata l’oggetto di una trasformazione. Se in occidente era vista come legata all’ambito familiare, della cura (con il portato che un membro della famiglia doveva farsene carico), nel tempo è stata monetizzata. Nel 2015, per la prima volta, i cittadini statunitensi hanno speso di più in ristoranti e fast-food che in prodotti alimentari (54,8 contro 52,5 miliardi di dollari).[2] Ma ogni cambiamento può provocare una reazione opposta. Infatti, negli ultimi decenni sono sorti e si sono rafforzati movimenti controculturali legati all’attivismo agro-alimentare (da Slow Food, al movimento dei Gruppi di Acquisto Solidale, per fare esempi italiani) che attraverso un diverso modo di produrre e consumare cibo cercano di sfidare le relazioni di potere e gli effetti spesso perversi sull’ambiente della monetizzazione sfrenata.

Non è facile immaginare quello che succederà nei prossimi decenni. Forse la monetizzazione continuerà a colonizzare altre aree: pubblicità durante i nostri sogni, monetizzazione dei nostri incontri sessuali privati (questo esiste già: cercate amateur su Google). Oppure, forse, le sacche di resistenza culturale cresceranno fino ad avere la forza necessaria a istituzionalizzare una diversa cultura legata al cibo.

La consapevolezza di questa tensione ci fa dire che fermarsi a pranzare con degli amici o con la propria famiglia, passare due ore a preparare il sugo per la pasta, sono diventati gesti politici, oltre che culturali. Viviamo immersi in grandi cambiamenti che toccano, come sempre, ogni aspetto del nostro mondo. Alcuni andrebbero combattuti per costruire dei parchi naturali, delle riserve, in cui esercitare il non-capitalismo. Non come valore in sé, ma come biodiversità per i nostri paesaggi culturali e sociali. In definitiva, quando guardo mia nonna cucinare per tutto il pomeriggio, mi sembra sempre un’ecologista che si affanna per gli ultimi panda. E apprezzo il suo fagiano in umido molto di più.

Note

[1] Francesco Remotti, Cultura: dalla complessità all’impoverimento, Laterza, Bari 2011
[2] Mark J. Perry, Chart of the day: retail sales at grocery stores vs. restaurants, American Enterprise Institute, Washington, 2015

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