cultura

La damnatio memoriae è sempre una soluzione eco...

di Marco De Baptistis Viviamo in tempi sempre pronti al risveglio dell’indignazione. Il più delle volte, essa è tenuta prudentemente a debita distanza dal fulcro dell’evento che l’ha scatenata. Si guarda “da lontano” e ci si indigna assieme a chi ci è vicino, magari seduti nel salotto di casa, oppure in piazze affollate, se si ama stare all’aria aperta. Ciò sembra accadere nonostante il fatto che i sacrosanti motivi che hanno portato all’indignazione – condivisa e condivisibile – sono soltanto ad un tiro di schioppo da noi. Il termine indignazione, pochi lo ricordano, proviene dall’etimologia latina “dignari” che significa “stimar degno”; da lì deriva anche il termine “degnare”. “In-dignare” (non degnare) è dunque semplicemente l’esatto contrario dello stimare, del “ritener degno qualcosa o qualcuno”. Nell’uso comune, il termine “indignazione” è finito per indicare un senso di nausea, di rabbia, persino d’ira, contro ciò che non si ritiene affatto degno o giusto. Ciò, ha però delle controindicazioni: 1) L’ira è un’emozione che funziona solo a breve termine: non si può essere “irati” per una vita intera. 2) Essere costantemente arrabbiati per tempi troppo lunghi non è salutare; anzi, troppa rabbia prolungata può portare a fastidiosi bruciori di stomaco e a brutte […]

NPC!11 Non si può coprire qualcosa che brucia

di Francesco Tommasi Nasce in Valdarno il Festival Ne Pas Couvrir: una valle stretta fra le colline del Chianti da un lato e la catena montuosa del Pratomagno dall’altro, un territorio racchiuso da confini votati all’agricoltura mezzadrile. Mentre nel centro della valle, come per opposizione, le risorse disponibili hanno permesso lo sviluppo di piccoli centri urbani e industriali. Un fiume con il suo carico di detriti forniva la materia prima per la costruzione edile: cave sempre attive prelevavano dal suolo sabbia e rena, indispensabili per la costruzione delle nuove periferie. Non mancava la manodopera dei contadini che lasciavano l’altezza della campagna e la dura vita della mezzadria per trasformarsi in cittadini, operai, impiegati, minatori e riempire gli abitati popolari che qualcuno ancora oggi chiama “case Fanfani”. La miniera di lignite, o come viene chiamata localmente con il suo nome generico carbon fossile, era il motore propulsivo dello sviluppo industriale della zona. Il combustibile, trasportato con il trenino che parte e va come recita un famoso canto [1], veniva utilizzato, oltre che per il riscaldamento domestico, per alimentare le fucine dello sviluppo industriale: l’altoforno per la produzione del ferro de “La Ferriera del Valdarno”, le caldaie della centrale termoelettrica e le fornaci […]

Proposta per un nuovo Teatro Valle

Riprendiamoci il Valle [Pubblichiamo il comunicato stampa presentato dagli occupanti nel corso della conferenza di martedì 5 luglio] www.teatrovalleoccupato.it  Il 14 giugno un gruppo di lavoratrici e lavoratori dello Spettacolo, cinema/teatro/danza, artisti/tecnici/operatori, hanno occupato il Teatro Valle per salvarlo da un futuro incerto e da un bando pubblico che lo affiderebbe a un privato. Gli occupanti hanno lanciato un appello firmato da oltre 8000 persone. Cittadini, artisti, addetti ai lavori, operatori, personalità della cultura italiana e internazionale, hanno partecipato alla vita del Teatro Valle, che si è affermato come spazio dal forte valore simbolico a livello nazionale, luogo di condivisione di idee ed esperienze, elaborazione di pensiero politico e critico, secondo una scelta di cittadinanza attiva. Dal confronto nato nelle assemblee di queste settimane è emerso chiaramente che il Teatro Valle deve rimanere pubblico, ed essere riconosciuto e tutelato come un bene comune, con un diritto soggettivo ed un finanziamento dedicato alla gestione delle attività, nelle forme giuridiche di ente o di fondazione. Circa la sua vocazione artistica si è affermata l’idea di creare un centro dedicato alla drammaturgia italiana e contemporanea. Nel 150° dell’Unità d’Italia è fondamentale la nascita di un teatro dedicato alla scrittura teatrale, attento alla formazione […]

Teatro Valle: facciamo i punti della situazione

Riprendiamoci il Valle 1. Il Teatro Valle è diventato immediatamente il simbolo della cultura bene comune. È un concetto intuitivo come l’acqua, ma – a differenza dell’acqua – forse si spiega meno facilmente. Per la verità, a proposito dell’acqua bene comune, Adam Smith, il padre dell’economia politica classica, partiva da un paradosso. “L’acqua è l’elemento di maggiore utilità, ma insieme quello che non vale niente”. Nell’acqua cioè si mostra la differenza tra valore d’uso e valore di scambio. E insieme si spiega che qualcosa va sottratto al mercato, per evitare che si trasformi in un elemento distruttivo. 2. A proposito della cultura, si ricanta in questi giorni una vecchia canzone, che risale addirittura al ministro dadaista di Bettino Craxi, Gianni De Michelis: la cultura petrolio d’Italia. Chissà cosa ne avrebbe pensato Pier Paolo Pasolini, che aveva intitolato Petrolio il suo ultimo romanzo sul potere democristiano nelle sue connessioni economico sessuali criminali… L’ultimo a intonarla è stato Luca Cordero di Montezemolo, concludendo assieme al Ministro Galan un convegno di Italia futura. In questa canzone, la cultura viene associata al turismo, ed (ovviamente) agli interventi dei “mecenati” privati in funzione salvifica… Insomma, al Ministro Tremonti ed alla sua frase “con la cultura […]

Al Teatro Valle la cultura occupa la scena

Riprendiamoci il Valle da Roma Ventidue giorni fa il sipario del Teatro Valle di Roma si è affacciato sulla strada che gli passa attorno e non si è più ritratto. Il 14 giugno un centinaio di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo hanno occupato il più antico teatro romano per opporsi al rischio della privatizzazione dello stabile dando vita a un incredibile spazio di riflessioni sulla politica culturale di questo paese, che non si è ancora chiuso. In seguito ai tagli previsti dall’ultima finanziaria, con il decreto legge n.78 del 31 maggio 2010, l’Ente Teatrale Italiano è stato soppresso. In fase di transizione i suoi compiti sono stati affidati al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ed in particolare alla Direzione Generale per lo Spettacolo dal Vivo. Nel corso delle settimane, come tentativo di risposta all’occupazione, il Comune di Roma ha assicurato che la gestione del Teatro sarebbe stata affidata a Roma Capitale e che si sarebbe potuto aprire un tavolo di trattative con gli occupanti per la sua direzione. Ma l’invito è stato declinato. Gli occupanti hanno deciso di non rispondere a una proposta nata sull’emergenza e che mirava, senza alcuna garanzia, alla momentanea risoluzione del problema. Hanno […]

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