Denti guasti – Matteo De Simone [*]
di Orlando Paris
Parlare del libro Denti guasti non è facile, forse bisognerebbe iniziare utilizzando una di quelle formule retoriche classiche delle recensioni e dei risvolti di copertina: “Matteo De Simone ti sbatte la realtà in faccia: la vita nella periferia di Torino ai tempi del disfacimento della coesione sociale, dell’imbarbarimento dei rapporti e della violenza cieca”. Oppure, si potrebbe iniziare dicendo: “De Simone racconta uno spaccato fatto di esistenze, storie di vita e di morte, imprigionate nello scarto che si interpone tra le aspettative del roseo immaginario edonistico propinate dalle narrazioni mediatiche e l’assenza di futuro della vita di tutti giorni”, ma anche “L’idea di Giovane e quella di Straniero prendono forma nei corpi adolescenti dei protagonisti di questo romanzo. Smettono di essere concetto astratto e si fanno personalità, ricordi, desideri”.
Forse dovrei iniziare proprio in questo modo: scegliendo una di queste formule. In effetti per il romanzo di De Simone potrebbero essere anche appropriate, ma a pensarci bene sono troppi i risvolti di copertina che utilizzano queste parole: sono tante le storie che ci vogliono raccontare il “disfacimento sociale dell’oggi”, “le storie di adolescenti di periferia” e gli “spaccati sociali problematici”. Così, di solito, appena mi avvicino ad un racconto e leggo una di queste formule, la prima sensazione è quella di un sottile fastidio, forse ingiustificato e pregiudiziale, ma è così: d’altronde le sensazioni non si controllano.
L’estate scorsa si poteva leggere sul risvolto di copertina del libro di Silvia Avallone Acciaio (Rizzoli 2010): “Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d’uscita […] Attraverso gli occhi di due ragazzine che diventano grandi, Silvia Avallone ci racconta un’Italia in cerca d’identità e di voce, apre uno squarcio su un’inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più. E lo fa con un romanzo potente, che sorprende e non si dimentica”.
Poco diversa è la presentazione del libretto di Johnson Roan Prove di felicità a Roma Est (Einaudi 2010) che insiste sulla “vera Roma”, quella di periferia: “Con sguardo aspro e comico, di giovanissimo provinciale toscano approdato nella capitale, Lorenzo Baldacci [protagonista del libro NdA] racconta una Roma marginale, vitalissima e mai così vera. Pony-pizza, badanti, professori in pensione, professori sfruttati, truffe, subaffitti, periferie e campi rom”.
“Squarcio”, “spaccato”, “periferia”, “corpi di adolescenti”, “vita feroce” e tutto questo di solito “viene sbattuto in faccia” al lettore. Queste le parole più inflazionate. Questo il mix terminologico oggi tanto in voga e che sembra essere indispensabile corredo di una serie di produzioni letterarie. Un nuovo “ritorno al reale”? Forse. O almeno questo rivendica Pierpaolo Capovilla che nell’introduzione al libro di De Simone scrive: “Denti guasti, ovvero la sceneggiatura di un film neorealista che preferiremmo non vedere, il brutto film dell’Italia contemporanea che, nella civilissima Torino, invoca il senso dell’esistenza”. Ecco siamo arrivati anche a questo termine: “neo-realismo”. Sembrerebbe proprio che il “reale”, il “neorealismo” e “la realtà” siano una merce che vende bene!
A questo punto si potrebbe aprire una parentesi infinita per discutere di cosa siano il “realismo” e il “neorealismo”, di come questi termini non facciano riferimento solo ad una questione contenutistica, ma a criteri formali che si riversano in elementi contenutistici; il “neorealismo” ha a che fare – sostiene Deleuze – con una nuova forma di realtà dispersiva, ellittica, errabonda, che opera per blocchi, con legami deliberatamente deboli ed eventi fluttuanti: “il reale non è più rappresentato o riprodotto, ma ‘mostrato’. Invece di mostrare un reale già decifrato, il neorealismo mostrava un reale ancora da decifrare, ambiguo; è il motivo per cui il piano-sequenza tende a rappresentare il montaggio di rappresentazioni”. Ma è meglio non avventurarsi su questo terreno.
Lasciamo perdere le presentazioni e i risvolti di copertina “fastidiosi”, che in fin dei conti son altra cosa dalle opere letterarie che presentano, e vediamo cosa ci dice il romanzo di De Simone.
Denti guasti racconta due storie che per un attimo si incrociano, quella di Giulia e quella di Roman. Figure portanti del romanzo, lei 18enne orfana di padre e con madre alcolizzata che sogna il successo in televisione come cantante, lui 19enne moldavo che arriva in Italia attraverso le solite vie fortunose. I due si incrociano casualmente in un supermercato e lei ha un gesto di protezione nei confronti di lui: il gesto protettivo di chi troppo in fretta ha imparato a prendersi cura degli altri. La narrazione dell’incontro (e dell’amore consumato) è breve, ma l’evento attraversa tutto il libro, è una costante che rimane latente nelle storie dei due ragazzi che si sviluppano indipendentemente l’una dall’altra: Roman e il suo amico Silviu in giro per Torino impegnati “a far cassa” (la descrizione della violenza quotidiana di chi si trova ai margini della società); Giulia impegnata a badare al fratellino minore e alla madre alcolizzata (la descrizione di un quotidiano drammatico).
La storia è in alcuni punti leggermente forzata, con il rischio di sembrare stereotipata: soprattutto nell’ormai tanto raccontato “sogno del successo televisivo”, che nel romanzo accompagna la vita di Giulia. La televisione, o meglio sarebbe dire la cultura televisiva, è uno dei temi del libro: presentata come egemonica e in grado di veicolare immaginari di auto-affermazione legati alla fama, alla notorietà, alla visibilità. La classica, e assolutamente legittima, denuncia della superficialità di un contemporaneo caratterizzato dal trionfo dell’immagine e dell’apparenza, dal falso mito del successo.
Ma la denuncia della cultura televisiva e il racconto del sogno adolescenziale del successo come unico e fittizio strumento di emancipazione sono temi difficili da trattare, si corre il rischio di cadere nel già detto, nel già visto, nelle ormai consumate immagini delle ragazzine iper-truccate in fila per il provino. E in effetti, De Simone, ci casca in pieno. Il provino che Giulia si ritrova a fare per un “Talent Show” sembra una scena di un film di Muccino, gli ingredienti ci sono tutti: la tensione prima dell’ingresso, i pianti delle giovani aspiranti respinte, le telecamere che insistono sulle lacrime e i conduttori “spietati” alla ricerca del “caso umano”. Questa forse è la debolezza del romanzo: la storia in alcuni punti diventa prevedibile, scontata e non lascia spazio a interpretazioni.
Certo, c’è da dire che il romanzo si legge tutto d’un fiato. In alcuni momenti della narrazione, attraverso il discorso indiretto libero, l’autore aggancia il lettore e lo costringe nel vortice dei pensieri dei personaggi: uno dei passaggi più drammaticamente forti e stilisticamente interessanti è il momento in cui a Giulia viene comunicata la morte della madre, è qui che De Simone riesce ad inserire il lettore nel vortice confuso di pensieri e sensazioni della ragazza. Lo stesso succede in molti altri passaggi, ad esempio nella descrizione del pestaggio subito da Roman, il lettore è letteralmente agganciato in un turbine di immagini e il confine tra sogno, delirio e pensiero cosciente scompare.
Insomma, Denti guasti è una storia scritta bene che riuscirebbe a muoversi meglio nel mondo della letteratura contemporanea senza il fardello di una serie di etichette altisonanti tra le quali quella di “sceneggiatura neorealista”.
Note
[*] Matteo De Simone è nato nel 1981 e vive a Torino. Musicista e scrittore, Denti Guasti è il suo secondo romanzo.

