Territorio, società, democrazia: considerazioni dal post-sisma aquilano

di Lina M. Calandra [*]

Ciò che è avvenuto all’Aquila con il sisma del 6 aprile 2009 certamente chiama in causa discipline quali la sismologia, la geologia, l’ingegneria, l’architettura, l’urbanistica, ecc. ma anche – e per aspetti fondativi della vita dei singoli e delle collettività – la geografia. In effetti, il terremoto, tra i suoi tanti effetti, ha avuto anche quello di rendere drammaticamente chiaro nella quotidianità di ognuno come il legame con i propri dove sia imprescindibile, tanto per la salute psico-fisica dei singoli, quanto per il benessere della comunità nel suo complesso (V. Berdoulay, N.J. Entrikin 1998, Y.F. Tuan 1977). È a partire dal (e attraverso il) dove che si configura il vissuto di ogni individuo e, di riflesso, il suo stare o meno «bene». Del resto, per sapere «chi sono» è necessario sapere «dove mi situo» (C. Taylor 1998) e, di riflesso, indicare dove le cose sono, comporta dire anche che cosa esse sono (A. Berque 2000).

Allo stesso modo, per una comunità, è il dove stanno, avvengono, si fanno, si decidono le cose che definisce la loro qualità, il loro valore e la loro pertinenza ed efficacia in relazione ai legami sociali che tale comunità intrattiene per il tramite del territorio e delle configurazioni che esso assume (A. Turco 2010).

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In tale prospettiva, il terremoto (come ogni altro evento catastrofico), con il suo carico di morti, di feriti e di distruzione materiale, solleva un problema a livello di funzionamento delle istituzioni democratiche a partire dai presupposti sui quali si elaborano e si legittimano le politiche pubbliche (C. Castoriadis 2001), e ciò in riferimento tanto al pre, quanto al post-evento. Come è noto, non sono gli eventi naturali a determinare un’emergenza quanto piuttosto il contesto territoriale sul quale essi incidono. È il territorio a fornire a una collettività le condizioni di sicurezza e benessere, e le condizioni per poter “resistere”, in occasione di un qualche evento di portata più o meno eccezionale, sia a livello simbolico che organizzativo, oltre che, naturalmente, a livello materiale e fisico. E allora, quando si determina un’emergenza è perché la collettività e le politiche pubbliche non sono in grado di prendere in carico il territorio come prerequisito sociale. In sostanza, l’emergenza rivela un deficit democratico in quanto sintomo evidente, e purtroppo dolorosissimo, di una patologia profonda che ha a che fare con il funzionamento dei nostri sistemi democratici in cui il principale custode e garante delle condizioni di benessere del territorio è (o dovrebbe essere) la politica attraverso le istituzioni rappresentative (G. Mercier 2001).

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Risalire alle ragioni di questa generale incapacità da parte delle istituzioni (a tutti i livelli: locale, regionale e nazionale) di riconoscere il territorio come condizione necessaria per il benessere della popolazione, porterebbe il discorso troppo lontano. Tuttavia, la questione che qui si può porre con forza è l’urgenza di immaginare nuove forme di organizzazione politico-sociale in grado di restituire a chi abita il territorio il controllo sulle proprie capacità d’intervento, specificatamente in ambito urbano (P. Le Galès 1995; B. Jouve, P. Booth 2004; F. Moulaert, J. Nussbaumer 2008).

Ecco, un evento catastrofico come il terremoto potrebbe rappresentare un’occasione per riflettere sulle dinamiche che impediscono all’abitante di un territorio di esercitare il controllo sulle proprie capacità d’intervento; e anche, più in generale, potrebbe rappresentare una opportunità per riflettere sulla politica, sulla cittadinanza, sulla democrazia a partire dai sui presupposti comunicativi, quelli che secondo J. Habermas (2008) sono, insieme ai diritti di partecipazione, alla base della formazione discorsiva e legittimante della volontà politica.

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All’Aquila, però, nel post-sisma, cioè nel momento in cui si gettano le basi per assicurare le condizioni di sicurezza e benessere della popolazione nel futuro, di fatto non si è sviluppato, almeno per il momento, un dibattito su come, perché e quando l’incapacità di assumere il territorio come prerequisito per la sicurezza sociale si sia generalizzata, non solo nella sfera pubblica ma anche a livello dei singoli. Del resto, se da una parte la rappresentanza non gode di buona salute (N. Bobbio 1984, D. Zolo 1989, P. Ginsborg 2006, M.L. Salvadori 2009), dall’altra anche il senso civico dell’abitante nei confronti del bene comune, in primis il territorio, manifesta segni evidenti di crisi: individualismo, personalismo, corporativismo, egoismo (Z. Bauman 2007).

Nel post-sisma aquilano, insomma, si profila una preoccupante continuità tra pre-evento e post-evento che si manifesta nel perpetuarsi di meccanismi di non comunicazione tra istituzioni rappresentative e abitanti del territorio rappresentato, ma anche tra istanze organizzate della cosiddetta società civile e abitanti, e tra associazioni, gruppi e comitati stessi. In definitiva, continua a perpetuarsi quel deficit democratico che è all’origine stessa dell’emergenza. E non si tratta solo di informazione carente o contraddittoria da parte delle istituzioni, non si tratta solo di mancanza di trasparenza, si tratta più sostanzialmente di una carenza a livello dell’elaborazione di un nuovo patto tra politica e abitante, tra politica e territorio.

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La sfida che si profila per chi dell’analisi, della comprensione e della spiegazione della realtà fa un mestiere, è quella di contribuire al dibattito pubblico per la ri-formulazione della problematica della ricostruzione a partire dai dove del vissuto di ogni singolo soggetto e della qualità dei legami con tali dove. Una riformulazione orientata all’identificazione di quello che non può più essere interpretato solo come un “disagio sociale”, ma che più propriamente si specifica come “disagio socio-territoriale” (L. Falaix 2010; A. Berque, 2002). L’attuale malessere sociale nell’Aquila post-sisma, del resto, ha a che fare con la repentina e violenta accelerazione delle dinamiche di dispersione e frammentazione della collettività; con il disorientamento che investe profondamente nella quotidianità singoli individui e intere comunità, privati del loro abituale rapporto identitario con i luoghi; con il senso di incertezza che deriva dalla banalizzazione della complessa dimensione dell’abitare al solo abitato (o addirittura alla sola abitazione) e che produce nei singoli la chiusura nel privato e il ripiegamento nel proprio ambito familiare (L. Calandra 2011).

La sfida per la comunità aquilana è la costruzione di una nuova socialità e la ri-configurazione della speranza su una nuova idea di territorio e di volontà politica della città e della cittadinanza (M. Parazelli 2001).

Riferimenti bibliografici:

  • Bauman Z. (2007), Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Gardolo, Erickson.
  • Berdoulay V., Entrikin J.N. (1998), «Lieu et sujet. Perspectives théoriques», L’Espace géographique, n° 2, pp. 111-121.
  • Berque A. (2000), Médiance. De milieux en paysages, Paris, Belin.
  • Berque A. (2002), «L’habitat insoutenable. Recherche sur l’histoire de la désurbanité», L’Espace géographique, n° 3, pp. 241-251.
  • Bobbio N. (1984), Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi.
  • Calandra L. (2011), «Per una geografia sociale dell’Aquila post-sisma: comunicazione visuale e nuove forme di democrazia», Comunicazione al IV Convegno italo-francese di Geografia Sociale (Roma, 30 marzo/1 aprile 2011) (www.laboratoriocittalaquila.it).
  • Castoriadis C. (2001), La rivoluzione democratica. Teoria e progetto dell’autogoverno, Milano, Eleuthera.
  • Falaix L. (2010), «L’ingénierie sociale et territoriale dans les directions interministérielles de la cohésion sociale: vers une co-construction des politiques publiques entre cadres d’Etat et habitants», Les carnets de géographes, n° 1 (www.carnetsdegeographes.org).
  • Ginsborg P. (2006), La democrazia che non c’è, Torino, Einaudi.
  • Habermas J. (2008), L’inclusione dell’altro, Milano, Feltrinelli.
  • Jouve B., Booth P. (a cura di) (2004), Démocraties métropolitaines. Transformations de l’état et politiques urbaines au Canada, en France et en Grande-Bretagne, Québec, Presses de l’Université du Québec.
  • Le Gales P. (1995), «Du Gouvernement des villes à la gouvernance urbaine», Revue Française des Sciences Politiques, XXXXV, n° 1, pp. 57-95.
  • Mercier G. (2001), «Démocratie, géographie et aménagement du territoire. Le cas du quartier Saint-Roch à Québec», in S. Laurin, J.-L.Klein, C. Tardi (a cura), Géographie et société. Vers une géographie citoyenne, Québec, Presses de l’Université du Québec, pp. 237-256.
  • Moulaert F., Nussbaumer J. (2008), La logique sociale du développement territorial, Québec, Presses de l’Université du Québec.
  • Parazelli M. (2001), «Penser géographiquement l’exercice de la citoyenneté», in S. Laurin, J.-L.Klein, C. Tardi (a cura), Géographie et société. Vers une géographie citoyenne, Québec, Presses de l’Université du Québec, pp. 271-287.
  • Salvadori M.L. (2009), Democrazie senza democrazia, Roma-Bari, Laterza.
  • Taylor C. (1998), Les sources du moi. La formation de l’identité moderne, Montréal, Boréal.
  • Tuan Y.F. (1977), Space and place: The perspective of experience, Minneapolis, University of Minnesota Press.
  • Turco A. (2010), Configurazioni della territorialità, Milano, Franco Angeli.
  • Zolo D. (1989), La democrazia difficile, Roma, Ed. Riuniti.

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Note

 


[*] Ricercatrice in Geografia presso l’Università degli Studi dell’Aquila

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