Politiche del contemporaneo

Mantenere l’ordine: feticci liberali e princìpi etici nella gestione della sicurezza pubblica

Sul piano giuridico, l’ordine pubblico è una categoria che presenta due accezioni diverse: una “ideale” e una “materiale”.

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Principi e valori, azioni e pratiche

La prima ha a che fare con la gestione del conflitto tra princìpi o valori, mentre la seconda con la repressione di fatti e azioni che minacciano il regolare svolgimento della vita quotidiana. Mantenere l’ordine significa, nel primo caso, punire forme espressive incompatibili con le idee dominanti in una data comunità; nel secondo caso, reprimere atti che mettono a rischio la sicurezza delle persone.
Sul piano pratico-operativo, di conseguenza, la difesa dell’ordine pubblico è un’attività che, a seconda del tipo di accezione a cui si sceglie di aderire, può variare da un massimo a un minimo livello di repressione: sciogliere una manifestazione perché sono esposte scritte offensive verso la pubblica morale, la religione o le istituzioni (ad esempio, “cloro al clero”, “Kossiga boia”, “sbirri infami”, ecc.), se si opta per un approccio “ideale”; garantire che i partecipanti a un corteo non interrompano la circolazione stradale al di là del percorso prestabilito, se si decide in favore di una prospettiva “materiale”.

Per questa ragione, se la concezione ideale è considerata propria di uno stato “etico”, ossia di un regime politico che si fa portatore di specifici valori e princìpi a discapito di altri orientamenti normativi (magari imponendo una religione ufficiale o determinati comportamenti e norme morali in ambito sessuale), la concezione materiale è ricondotta invece a uno stato “liberale”, vale a dire a un sistema, neutrale e laico sul piano dei valori, in cui le autorità pubbliche si fanno semplicemente garanti di proteggere la sfera personale dei singoli da interferenze concrete, e dove quindi l’esercizio della libertà di associazione e manifestazione è condizionato al rispetto di altri diritti.
Ufficialmente, la polizia, oggi, aderisce a una visione materiale dell’ordine pubblico, attribuendo a questa nozione il significato di una condizione di pace, tranquillità, incolumità e sicurezza fisica.

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Stando a quanto affermato esplicitamente dagli autori di alcuni manuali per la formazione del personale, il disordine che la polizia è chiamata ad arginare non scaturisce «dal conflitto fra principi o dalla contestazione di principi, idee o valori», ma viene a coincidere con tutti quei fattori ed elementi che minacciano «una convivenza immune da violenza[1]».
Questa concezione dell’ordine pubblico si presenta come incentrata sulla difesa di alcuni diritti fondamentali, tra cui in primo luogo la proprietà privata e le libertà di espressione e di circolazione. Un testo del 2008, ad esempio, recita quanto segue: «il cardine della convivenza pacifica tra tutti i cittadini di uno stato civile dovrebbe essere il garantire la pace nell’ordine, attraverso il riconoscimento delle diversità, ma nel rispetto del principio di legalità unita ad un controllo democratico di sicurezza e tutela della collettività da parte delle Forze dell’Ordine. Il dissenso, essenza stessa della democrazia, non deve mai esprimersi in forma violenta né deve indulgere a comportamenti equivoci o tolleranti nei confronti della violenza: l’esposizione pacata delle proprie ragioni può esistere solo nell’alveo dei diritti costituzionalmente garantiti[2]».

hard policing, soft policing

Secondo alcuni studiosi, il passaggio da una visione dell’ordine tipica dei regimi totalitari a una concezione propria dei regimi liberali e democratici – al cui interno l’assenza di disordine è sostanzialmente equiparata a una condizione di pace e sicurezza – avrebbe avuto luogo a partire dall’inizio degli anni Ottanta del XX secolo. Questo passaggio sarebbe visibile tanto se si guarda ai saperi di polizia quanto se si osservano le pratiche effettive dei funzionari e degli agenti: a parere di Della Porta e Reiter [3], ad esempio, le forze dell’ordine si sarebbero orientate in maniera sempre più marcata verso forme di soft policing, riservando l’impiego di modalità di hard policing a frange ben specifiche della popolazione. La giustificazione di una tale disparità di comportamento farebbe perno sulla distinzione tra folle politiche e folle impolitiche: le seconde, desiderose esclusivamente di creare confusione e di esercitare violenza, meriterebbero, agli occhi della polizia, un trattamento differenziato e più severo delle prime.

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Se tuttavia si analizzano i comportamenti tenuti dalle forze dell’ordine nelle piazze e in altri luoghi (come ad esempio gli stadi), gli eventi che hanno contraddistinto il periodo che va dagli anni Ottanta a oggi mostrano come atteggiamenti improntati all’hard policing nei confronti di manifestanti tutt’altro che impegnati in azioni illegali e/o “radicali” siano stati, se non la regola, certamente un fatto piuttosto ricorrente, tanto con riferimento a folle non politiche quanto rispetto a gruppi politicamente connotati. Se invece ci si focalizza sul sapere di polizia [4], la distinzione tra una visione ideale e una materiale dell’ordine pubblico appare non del tutto chiara; allo stesso tempo, l’effettività del passaggio dalla prima alla seconda manifesta alcune ambiguità.

Tecnica e politica dei saperi di polizia

Più in dettaglio, la nozione di ordine materiale, propria di un sistema di diritti liberal-democratico e costituzionalmente orientato, evidenzia diversi punti critici, che richiamano questioni di teoria del diritto certamente non affrontabili in maniera adeguata in questa sede ma con cui è tuttavia opportuno fare i conti, in quanto si ripercuotono sulle categorie che orientano il lavoro poliziesco. Nell’ambito di un ordine liberale, infatti, l’enfasi attribuita ad alcune libertà civili a discapito di altre libertà e delle sicurezze sociali è una sorta di dogma che presenta però evidenti zone di indeterminatezza.

La prima di queste zone ha a che fare con la gerarchia tra diritti, esplicitamente affermata nei manuali: fino a che punto un simile ordinamento gerarchico può essere ritenuto valido e a quali condizioni è effettivamente tenuto in considerazione nella gestione concreta dell’odine pubblico? Quanto è sostenibile, ad esempio, l’affermazione secondo cui il diritto di manifestare deve essere subordinato al diritto alla libera circolazione se chi manifesta intende denunciare la mancata garanzia di quest’ultimo da parte di autorità statali che non rispettano trattati e accordi internazionali relativi al diritto di emigrare di persone che fuggono da conflitti e povertà? In altre parole, quando la repressione di un diritto “subordinato” – quello, appunto, a protestare in piazza – comporta la messa a tacere di coloro che contestano una grave inadempienza da parte delle istituzioni pubbliche nel garantire un diritto “sovraordinato” – la libera circolazione –, non si sta forse limitando anche questo principio apicale della gerarchia dei diritti, mettendo così in discussione la stessa struttura gerarchica?
La seconda ambiguità riguarda la diversa rilevanza attribuita a diritti considerati comunque primari. Quanto è coerente, ad esempio, l’idea secondo cui la libera circolazione in prossimità del cantiere di una grande opera – con riferimento, in special modo, agli addetti ai lavori – debba essere preservata restringendo la stessa libertà nei confronti dei residenti della zona? Detto diversamente, quando si limita la libera circolazione di una parte della popolazione con la giustificazione di tutelare la stessa liberà di un’altra parte della stessa popolazione, non si sta attribuendo un peso differente a istanze diverse dello stesso diritto?

Le ambiguità appena richiamate, dunque, non investono soltanto la dimensione teorica del concetto di ordine pubblico, ma coinvolgono direttamente il sapere di polizia e le sue applicazioni operative. All’ombra di un’idea materiale di ordine, il rispetto dei diritti diventa una sorta di feticcio: il richiamo quasi ossessivo alla necessità di tutelare le posizioni giuridiche soggettive di coloro che possono essere interessati dalle manifestazioni è impiegato per giustificare interventi repressivi che danneggiano posizioni simili. Posizioni, però, di cui sono titolari individui che, evidentemente, agli occhi delle istituzioni poliziesche appaiono come meno meritevoli di tutela.

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Il fatto che sia attuata una protezione “selettiva” nei confronti di alcuni diritti e di alcune categorie di persone non è sorprendente: la distinzione tra soggetti meritevoli e non meritevoli è centrale nel sapere di polizia e nel lavoro concreto delle forze dell’ordine. Questa distinzione, infatti, serve a legittimare i limiti posti a determinate modalità d’azione e a specifiche soggettività sociali, e si basa su un meccanismo ben preciso: negare lo statuto di “politico” a tali azioni e gruppi. Come si è cercato di mostrare altrove, la sistematica “depoliticizzazione” degli attori di movimento è un dispositivo discorsivo strategico nel delegittimare le soggettività sociali meno gradite e nel giustificare un intervento repressivo nei loro confronti [5].
La distinzione tra gruppi accettabili e non accettabili, oltre a essere rilevante e problematica di per sé, solleva un’altra questione critica: nel contesto italiano, ha veramente avuto luogo in maniera compiuta il passaggio da una visione ideale a una materiale dell’ordine pubblico? La risposta a questa domanda non può che essere, almeno in parte, negativa, dato che la selettività esercitata nei confronti di alcune soggettività sociali si traduce di fatto in un’operazione di “chirurgia morale”: se l’opzione in favore di strategie d’azione repressive si fonda sulla non accettazione di certi modi d’essere e di pensare più che sulla condanna di determinate azioni, allora a essere censurati sono valori e visioni del mondo, non fatti. In altre parole, la posta in gioco dell’operato della polizia sembra essere non tanto il mantenimento dell’ordine pubblico, quanto la difesa di un certo ordine sociale, gerarchico e basato su profonde stratificazioni.

Note


[1] Aldo Gianni, L’ordine pubblico di polizia. Orientamento alla gestione dell’ordine pubblico ed ai relativi servizi di polizia, Laurus Robuffo, 2000.
[2] Andrea Girella e Filippo Girella L’ordine pubblico di polizia, Laurus Robuffo, 2008.
[3]Donatella Della Porta e Herbert Reiter, Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai «no global», Il Mulino, 2003.
[4] Con l’espressione “sapere di polizia” si fa riferimento, essenzialmente, alle cognizioni ed esperienze che definiscono la natura dei problemi affrontati da questa istituzione e le soluzioni adottate al fine di risolverli. Per approfondimenti su questa categoria si rimanda a Salvatore Palidda, Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, 2000 e Della Porta e Reiter, op. cit.
[5] Cfr. Enrico Gargiulo, Ordine pubblico, regole private: rappresentazioni della folla e prescrizioni comportamentali nei manuali per i Reparti mobili, «Etnografia e ricerca qualitativa, n. 3, 2015 e Sul sapere di polizia e sulle sue ambiguità Una lettura ragionata del volume “Dieci anni di ordine pubblico”, «Lavoro culturale», disponibile qui.

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