Politiche del contemporaneo

L’acqua è un bene comune, passaparola!

di Enrico Bertelli, Martina Concetti, Maddalena Fossi e Antonio Iannello

Fin dall’inizio era chiaro che l’acqua e la sua gestione politica ed economica fossero un tema da condividere e da discutere pubblicamente: un bene comune riguarda tutti da vicino e accende il dibattito. Più nelle strade che alla tv. Infatti la campagna innescata dai movimenti per l’acqua, iniziata con la raccolta firme del 2010 certificate dalla Cassazione nel luglio dello stesso anno, ha avuto un’impostazione largamente partecipativa. È un tema per il quale si è sentita la necessità di riappropriarsi del diritto di parola, in quanto comitati, associazioni, comuni cittadini. In quanto utenti di un servizio che non si migliora privatizzandolo, in quanto beneficiari di un bene di cui forse è il caso di iniziare a prendersi cura. È proprio su un lavoro costante e partecipativo che è stato impostato il rapporto tra il Forum Italiano per i movimenti per l’acqua ed i numerosissimi Comitati Territoriali.

Lo Statuto del Coordinamento Nazionale Enti Locali per l’Acqua Bene Comune e la gestione pubblica del servizio idrico recita così:

Articolo 3. L’Associazione è uno strumento di coordinamento e di servizio fra Enti locali ed Ambito Territoriale Ottimale (ATO) che perseguono l’obiettivo di salvaguardare e promuovere la proprietà, la gestione ed il controllo pubblici dell’acqua, intesa come bene comune e che considerano l’accesso all’acqua nella quantità e qualità sufficienti alla vita come un diritto umano, in un contesto di salvaguardia delle risorse idriche e di sostenibilità ambientali e altresì di cooperazione e di solidarietà internazionale

È nel legame tra nazionale e locale che è risieduta la forza del movimento per l’acqua bene comune, proprio in questo intreccio è stato possibile lavorare per informare e allargare la partecipazione.

Era dal 1995 che in Italia non si raggiungeva il quorum per un referendum abrogativo. Dietro l’affluenza alle urne c’è stata una partecipazione che ha una storia. Il Forum dei movimenti per l’acqua nasce circa 10 anni fa e da allora lavora sul territorio con analisi e proposte sulla gestione dell’acqua in Italia. La campagna referendaria è stata condotta nel quasi assoluto silenzio dei mezzi di informazione. Anche per questo i comitati hanno dovuto contare sulle proprie forze e sull’auto organizzazione e l’autofinanziamento, per stimolare una partecipazione e un’informazione qualificate. A Siena il comitato territoriale ha lavorato su queste premesse, tentando di coinvolgere le realtà culturali e politiche della città, riuscendo a lavorare capillarmente sul territorio. La partecipazione dei gruppi e delle soggettività studentesche alla campagna referendaria ha creato dibattito dentro l’università e rafforzato l’attività del comitato senese. Abbiamo organizzato un incontro con incontro con Tommaso Fattori, portavoce del Forum Italiano dei movimenti per l’acqua, all’interno del seminario organizzato da “il lavoro culturale”. La scommessa più grande è stata tuttavia l’ambiziosa iniziativa di far votare studenti e lavoratori fuorisede: sono stati infatti moltissimi gli studenti che hanno potuto votare a Siena pur non essendo residenti. Il Comitato “due sì per l’acqua bene comune” ha potuto delegare come rappresentanti quattro persone per ogni seggio, a Siena e provincia. Anche gli altri promotori dei referendum avevano questa possibilità, e così in totale circa 2000 persone hanno potuto esprimere il loro voto senza dover tornare a casa, visti anche i precedenti appuntamenti elettorali delle amministrative e dei ballottaggi. Il Comitato per l’acqua, insieme alle altre forze promotrici e alla disponibilità di moltissimi studenti, ha creato un coordinamento di mezzi pubblici, auto e informazioni telefoniche e via internet per permettere a tutti di raggiungere il proprio seggio. Così, domenica e lunedì centinaia di studenti e lavoratori fuorisede sono partiti per le loro destinazioni su tutta la provincia, dalla piccola frazione di Barontoli, fino a Colle val d’Elsa o Poggibonsi.

Come a Siena, in moltissime città gli studenti ed i lavoratori fuorisede hanno partecipato ai lavori dei comitati ed hanno contribuito al raggiungimento del quorum. Il risultato positivo al referendum però, non è che il primo passo: sono molte le implicazioni politiche della vittoria dei due sì per i quesiti riguardanti l’acqua. Oltre l’importante passo del raggiungimento del quorum infatti, l’obiettivo più concreto ed ambizioso è quello di creare un meccanismo di informazione e autoformazione reale su questi temi, perché sia comune non solo il bene dell’acqua, ma anche una conoscenza tecnica essenziale con cui questo bene stesso viene e verrà amministrato; poiché si può partecipare e seguire con maggiore consapevolezza le scelte che vengono fatte sulla gestione dell’acqua anche senza essere degli specialisti.

Cosa cambierà veramente dopo il risultato del 12 e 13 giugno? Facendo un passo indietro, nel 1994 la legge Galli ridisegnava il servizio idrico nazionale e stabiliva le regole attraverso cui si sarebbe governata l’acqua italiana negli anni a venire. Da allora si sentono alcune parole che rimandano ad aspetti tecnici e di gestione amministrativa ed economica: ATO, Multiutility, PPP, Publiacqua, remunerazione del capitale investito, Servizio Idrico Integrato. L’obiettivo della legge era quello di ordinare razionalmente il territorio in base alle sue fonti e ai suoi bacini idrografici, unificando i servizi di raccolta, trasporto e depurazione delle acque. Il soggetto principe di questo processo di centralizzazione è un ente chiamato ATO (Ambito Territoriale Ottimale). È proprio dell’ATO il compito di far funzionare il servizio idrico in un’area specifica del Paese. Sebbene la volontà del legislatore fosse quella di istituire un Ato per ogni provincia, la dislocazione delle fonti e delle sorgenti d’acqua ha fatto sì che oggi gli Ato non coincidano con le province amministrative. Sulla provincia di Siena ad esempio insistono tre Ato: l’Ato 2 Val d’Elsa; l’Ato 4 Alto Valdarno e l’Ato 6 Ombrone. Per fare un esempio concreto, l’Acquedotto del Fiora (che fa riferimento all’Ato 6), ha una proprietà mista: al 60% pubblica, al 40% privata. Con l’abrogazione referendaria, si cancella l’imposizione per legge della privatizzazione. La quota del privato nell’Acquedotto del Fiora non dovrà dunque aumentare obbligatoriamente fino al 75%, come voleva la legge abrogata. Con la vittoria referendaria si impedisce inoltre il meccanismo grazie al quale i privati avrebbero un guadagno sicuro come “adeguata remunerazione del capitale investito”, il che garantirebbe ancora una volta profitti alti e garantiti per pochi a scapito della qualità della gestione delle risorse idriche, del rispetto per l’ambiente, provocando un aumento delle tariffe e l’impossibilità del controllo da parte dei cittadini.

La vittoria del referendum, grazie al raggiungimento del quorum, rappresenta una svolta storica: ha vinto la società in movimento, dimostrando che il lavoro di base e la radicalità dei contenuti possono vincere. Ha vinto un’altra idea di società, di democrazia. Il movimento, che da anni lavora sul tema dell’acqua e dei beni comuni incontrandosi e coordinandosi nel silenzio dei media, ha raggiunto l’obiettivo: imporre all’agenda politica e culturale del paese l’attualità di questioni spesso delegate alla politica e assenti dal dibattito pubblico.

I tempi della società sono diversi dai tempi del potere, ed il movimento deve indovinare e coordinare una propria agenda che sappia confrontarsi con l’agenda del potere, ignorandola e superandola al tempo stesso. Questa è stata un’altra vittoria di questo movimento per i beni comuni naturali: suscitare interesse nel paese ed obbligare la politica a parlarne, prendere posizione, mostrare le proprie contraddizioni. Molti dicono che è stato un voto contro Berlusconi, e senz’altro l’insofferenza verso l’attuale governo ed il desiderio di voltare pagina sono elementi chiave per interpretare correttamente questa vittoria. Allo stesso tempo però questo risultato è molto di più: non si tratta solamente della sconfitta del governo e di Berlusconi ma anche dei partiti della sinistra parlamentare, che non si sono spesi per raccogliere le firme e hanno appoggiato il referendum solo nell’ultima fase, quando la vittoria iniziava a sembrare possibile e l’entusiasmo nella società cresceva. Più in generale, a perdere è il liberismo e la concezione secondo la quale il mercato può sovrastare e rimpiazzare il pubblico. Nessun partito può rivendicare alcuna paternità sulla mobilitazione e sulla sorprendente vittoria referendaria: anche il PD, che solo nelle ultime settimane, in modo schizofrenico e confuso, si è confrontato con i quesiti referendari, ha subìto l’ondata del movimento e ha dovuto sconfessare le politiche sull’acqua che da sempre porta avanti laddove governa, Toscana in primis.

Come giustamente sottolineato da alcuni, quello che è successo il 12 e 13 giugno è sia inaudito nelle modalità che rivoluzionario nei contenuti. Non va interpretato come un “segnale” lanciato alla Politica, ma come la conquista da parte della società di una democrazia non delegante, la maturità di (pro)porre contenuti e l’affermazione di un nuovo protagonismo sociale. Il palazzo non deve ascoltare ed imparare dal movimento per l’acqua: deve fare cento passi indietro. È iniziata una nuova narrazione, ora sta al movimento farne la base per una nuova agenda di lavoro e mettere a frutto il patrimonio di questa straordinaria vittoria.

Print Friendly, PDF & Email
Tags: , , , ,