Il secondo tempo di SNOQ

di Alessandra Molinero e Martina Tarasco

Siena, 9 e 10 luglio

Che cos’è Se Non Ora Quando? Non è la continuazione o la ripresa esplicita del vecchio femminismo, ma piuttosto un movimento eterogeneo che si autodefinisce esplicitamente “trasversale, popolare”. Una trasversalità prismatica che unisce (e appiattisce) nella differenza di genere tutte le altre differenze: le donne dei partiti come le “donne normali”, le conosciute promotrici romane come le donne di tutti gli altri comitati, le donne di destra come quelle di sinistra, le femministe storiche (quelle che, nonostante le diffidenze, hanno partecipato) come le donne che non si sono mai occupate di questi temi.

Le protagoniste delle due giornate sono state le donne sconosciute dei comitati (molto apprezzabile il fatto che a moderare e presentare la prima lunga giornata di sabato siano state le donne del comitato senese, infaticabili organizzatrici delle due giornate, e non i volti conosciuti della scena romana) che si alternano ad altre associazioni e singole donne. I temi proposti dal comitato promotore, rivendicazioni che riguardano più che altro lo stato sociale e forse per questo largamente condivisibili, sono quelli del corpo delle donne, tanto esibito nelle pubblicità e così poco presente negli spazi pubblici; il lavoro e la precarietà (la denuncia delle dimissioni in bianco e il recupero della legge 188) e la conciliazione con la maternità (assegno di maternità anche per le donne precarie e congedo di paternità obbligatorio retribuito al 100%). Oltre a questi temi espliciti, ritornano più volte alcune questioni: l’esigenza di confrontarsi con il potere, in tutte le sue declinazioni; l’importanza della competenza economica per conoscere e sovvertire i modelli esistenti; la necessità di sorvegliare il linguaggio come tornasole della questione di genere nella società; il collegamento con la forma referendaria in generale e, nello specifico, con l’ultimo referendum: senza attribuire alle donne ogni merito, come fa lo spot di SNOQ, sembra infatti che al raggiungimento del quorum abbia contribuito, almeno in alcune realtà, la mobilitazione promossa dai gruppi di donne sul territorio. Trovano poi spazio, negli interventi liberi del pomeriggio, questioni inizialmente marginalizzate come i diritti delle lavoratrici del sesso, la doppia discriminazione delle donne disabili e il diritto delle donne lesbiche alle unioni civili e alla maternità.

L’aspetto più significativo è però la presenza-assenza dei nodi problematici su cui, da sempre, i diversi femminismi si dividono; la struttura delle giornate permette che essi siano espressi, ma mai realmente discussi o approfonditi perché più spinosi, complessi e pericolosi per un movimento che punta all’unione, all’inclusione e alla trasversalità. Questa della trasversalità è senza dubbio la sfida più grande di SNOQ: se da un lato ne è il valore fondativo, dall’altro rimane una questione aperta, da non accettare a priori, ma da riprendere in mano e discutere. Con quali compromessi è possibile realizzarla? Su quali punti si può costruire davvero un movimento così inclusivo? Uno dei problemi principali è infatti quello di individuare il confine del condivisibile, soprattutto per quanto riguarda le appartenenze politiche. Si tratta di una questione che non può essere accantonata ed è per questo fondamentale accogliere l’invito di Lidia Menapace a problematizzarla, a non darla per risolta, per scongiurare così il pericolo di cadere da una trasversalità funzionale al raggiungimento di risultati concreti ad un qualunquismo che non può operare un reale cambiamento. Per essere davvero efficace nei provvedimenti senza perdere la complessità dei contenuti, SNOQ deve sfruttare al massimo la sua struttura che permette di tenere insieme la forza dei grandi numeri e le piccole realtà locali, le sole capaci di approfondire le contraddizioni connaturate ad un movimento così esteso. È il compromesso tra una “quantità unitaria” e la “qualità divisa”.

Alla questione della trasversalità si lega quello che per noi è il nodo irrisolto più grande della questione femminile, che già era evidente nella manifestazione del 13 febbraio, cioè quale sia il “mondo per donne” a cui aspira il movimento. Come è emerso anche dalle nostre discussioni con le donne del comitato senese, ma anche con altre realtà, come Presenti, Differenti, l’unità è necessaria nella contingenza. C’è infatti l’urgenza di riprendere una questione di genere ancora drammaticamente aperta nello stato sociale assente, così come nelle pratiche quotidiane. È da qui che dobbiamo ripartire, se è ancora possibile che vengano licenziate solo donne in una fabbrica, perché devono curare i loro bambini o se è possibile che un nostro amico pensi alla gravidanza come ad una sorta di malattia.

La questione di genere può essere letta, è vero, come discriminazione di genere, come suggeriscono le donne del comitato senese; ma il passaggio ulteriore che fa nascere dalla discriminazione in quanto donne una rivendicazione solo in quanto donne può essere inefficace e pericoloso. Pericoloso perché è un’esagerazione per niente inclusiva; che allontana chi non la può condividere e rende il lavoro già difficile sulle pratiche ancora più lungo e faticoso; inefficace perché lontana dal mondo ideale che abbiamo in testa, un mondo in cui la questione di genere non sia più urgente perché finalmente affiancata a quella delle competenze e del sapere.

Non il mondo capovolto rappresentato dalle retoriche della piazza (o dai video “e se domani” sul sito del movimento) che parlano della donna come “creatura emotiva” che non fa la guerra e che, sola, può rendere finalmente umani i rapporti di produzione e di lavoro. Se fosse così allora basterebbero davvero solo le quote rosa e il voto delle donne alle donne. Non esistono forse altre diversità altrettanto determinanti che quella di genere? Per costruire un mondo per donne che sia più che altro, come sostiene Francesca Izzo (filosofa tra le fondatrici di SNOQ), una società a misura di uomini e donne, bisogna incanalare l’energia messa in moto dal movimento in questi mesi in un lavoro culturale che agisca sul lungo periodo, in maniera capillare, sulle pratiche. Il lavoro culturale di cui abbiamo avvertito un po’ la mancanza, che non è un obiettivo politico primario del movimento, ma che a noi sembra altrettanto urgente.

Finché infatti i nostri fratelli e amici, ma anche le sorelle e le amiche, non smetteranno di perpetuare questo modello culturale, allora nessuna conquista del potere da parte di una donna potrà significare un passo in avanti, non solo per la questione di genere, ma per l’intera società civile. Bisogna agire sulla cultura, sulla propria cultura di appartenenza e riconoscere finalmente accanto a quella femminile una questione maschile (che emergeva bene nello spettacolo Libere), superare gli immaginari deformanti che hanno staticizzato i corpi, delle donne come degli uomini. Questo significa anche, come hanno messo in luce Francesca Comencini e Fabrizia Giuliani nella mattinata di apertura, riconoscere la fissità delle immagini e dei modelli come falsa e imporre la legittimità di un corpo attraversato dal tempo.

Sollevare tali questioni non vuole essere un’opposizione sterile e vuota, ma è utile a ribadire che l’unità strumentale, pur necessaria, è possibile anche al di là di quella retorica del capovolgimento; anche appropriandosi di una retorica altra che non abbia paura a priori dell’opposizione tra donne e che sappia accogliere il confronto.

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