di Federico Montanari
(pubblicato su “alfabeta2”, n. 10 – giugno 2011)
1. “Rhetoric vs. reality” (?) È possibile delimitare un primo quadro, per forza di cose ancora necessariamente provvisorio, dei movimenti di rivolta che stanno rincorrendosi lungo le sponde del mediterraneo in questi ultimi mesi? E in che relazione stanno questi avvenimenti con i linguaggi e i discorsi della politica?
Per quello che ci riguarda, e ci compete, si tratta di un quadro relativo ai legami fra comunicazione, strategie, forme semiotiche e retoriche; forme che tuttavia esprimono e articolano processi e trasformazioni di tipo politico e geopolitico. Ma subito vogliamo sottolineare, nello spirito di questo focus di “Alfabeta” sui linguaggi, che se le forme linguistico-semiotiche, specie in politica, non possono mai essere disgiunte dalle pratiche e azioni – cosa solo in apparenza ovvia – il problema è proprio stabilirne questo tipo di connessioni. Anzi, a tale proposito, abbiamo proprio l’impressione (ed è una prima ipotesi) che la grave miopia – peraltro ammessa da molti degli analisti “competenti” (esperti, politologi, addetti all’intellingence, diplomatici, molti degli stessi politici), l’ammettere cioè di essere stati colti “di sorpresa” da questi movimenti di rivolta, ora che tutti si affrettano a rincorrere gli eventi – consiste in una miopia particolare. Si tratta di una miopia propriamente “modale”, dunque squisitamente semiotico-retorica; è quella non tanto del non aver saputo “vedere”, “prevedere” e anticipare: il non aver saputo andrebbe tradotto, in questo caso, con un non aver voluto, e insieme potuto. Non poter voler vedere, non saper cogliere per tempo l’agitarsi di segni, di pratiche comunicative, di forme discorsive nuove, che tracciano vie, appunto, inaspettate.
Un “non voler vedere” proprio in quanto tutti erano presi nella doppia gabbia paradigmatica (che è culturale e discorsiva, sicuramente etno- ed occidental-eurocentrica) del: “meglio un dittatore che un regime islamista alle porte”, con l’idea che i vari rais, nelle loro diverse forme e declinazioni, facciano, e abbiano fatto, da muro ad Al Qaeda; e inoltre che “in ogni caso, questa specie di neoliberalismo nordoafricano (seppur nella sue forme paradossali) ha portato dei vantaggi all’interno di questi paesi” o perlomeno, sul piano dell’economia e dei (nostri) affari internazionali. Mancavano, o si sono voluti far mancare, altri tipi di frame (per dirla con Lakoff): proprio, alla lettera, di cornici, di finestre da aprire per guardare meglio. Certo, si dirà, l’incapacità è stata generalizzata, dovuta anche alla velocità degli eventi e al mescolarsi di situazioni molto diverse, con tutte le loro dovute differenze: il neoliberalismo autoritario egiziano e lo stato “autocratico”, privatistico e di controllo tribale e personalistico del regime di Gheddafi, sono cose molto diverse fra loro.
Tuttavia qualcosa di nuovo a questo riguardo comincia ad essere detto. E proprio su un piano che ci pare davvero semiotico, inteso, alla lettera, come modo di costruire sistemi e processi di articolazione dei significati. Di quali semiotiche si tratta? Ci pare che in gioco sia di nuovo la questione del tempo.
Alcuni commentatori più avvertiti (da studiosi come Gilles Kepel, a Nicholas Kristof e Mohammad Al-Asfar del “New York Times” per arrivare ad un giornalista come Robert Fisk) cominciano ad insistere su un punto. Da un po’ di tempo non si parlava più di rivoluzione. A maggior ragione, non si poteva certo parlare di rivoluzione per i popoli, le culture, le persone del medio Oriente, del nord Africa. Nostri “vicini”, quando ci pare, e nostri “lontani”, pure quando ci pare. Troppo poco “liberali” o “illuministi” o poco occidentali, quando occorre. Senza pensare, come lo stesso Vittorio Zucconi su Repubblica ha affermato, che, forse, nel frattempo, in questi decenni, non siamo stati tanto “noi” – come qualche triste e cupa cassandra aveva preconizzato – ad essere stati “invasi” o “islamizzati”, e non sono stati solo “loro” ad essere “occidentalizzati”, ma ci siamo reciprocamente “contagiati”, “invasi”, o “civilizzati”, sempre che quest’ultimo termine abbia ancora un senso. “Loro” si sono “occidentalizzati” almeno tanto quanto noi ci siamo “orientalizzati”. Non “invasione” ma, al contrario, oramai compenetrazione di mondi (il mondo del maghreb, del medio oriente, il mondo arabo da decenni si occidentalizza, e noi ci orientalizziamo: la musica, il cibo, la cultura, nelle forme dello scambio generalizzato producono una specie di koiné di condivisione di saperi, di immagini e di sapori).
Tuttavia, quando diciamo forme di reciproco condizionamento o di “invasione” culturale (ci sia perdonato il termine solo apparentemente connotato in modo negativo) vogliamo insistere su un punto: condizionamento, influenza, non significa certo un qualcosa di neutro o di pacificato; significa soprattutto sguardo reciproco, anche se spesso questo sguardo produce effetti drammatici: uno sguardo attivo, talvolta arrabbiato e furioso. Proveniente, in questo caso, da uno spazio limbico in cui nel frattempo noi avevamo cacciato questi “soggetti”. Ma dove erano i gruppi, i collettivi, i “popoli”? Qualche politologo se lo domandava? Si tratta, in ogni caso, di serie di sguardi, e di “modi di osservarsi” reciprocamente; molto spesso accompagnati da insistenti domande.
C’è qualcosa, al riguardo – secondo una seconda ipotesi che vorremmo qui sostenere – che parte dalla Bosnia della guerra, della pulizia etnica, della Sarajevo assediata, della Srebrenica, dei massacri degli anni ’90, laddove musulmani europei dei Balcani ci chiedevano “ma dove sono finiti ora i vostri famosi valori”, il “famoso baluardo” occidentale? Fino al crollo dell’Albania, in quegli stessi anni. E che passa, certo, attraverso le guerre di “esportazione della democrazia” post 11 settembre e antiterrorismo, irachene, afgane, in fondo spedizioni punitive per “selvaggi neocoloniali”. Ancora una volta, la domanda è stata, da parte “loro”: “scusate, ma che forma ha la democrazia?” “ci potete spiegare se possiede anche i tratti delle bombe a grappolo e degli attacchi ai civili”?
Ecco, quello che ci ha sopreso oggi (al di là degli esiti più complessi e, forse, temiamo, più drammatici che queste rivoluzioni potranno avere, ad esempio, nel caos e nell’asprezza non lineare, da guerra civile, della rivolta libica, ivi compresa l’onda delle migliaia di profughi migranti, o i rischi di un ritorno di autoritarismo in Egitto, pensiamo alle recente repressione della manifestazione delle donne nella stessa piazza Tahrir, luogo simbolo della rivoluzione) è comunque una via inattesa. Quella scatenata, certo, da vacue promesse, immagini, sogni, di vita migliore (ricordiamo tutti le affermazioni dei primi migranti fossero essi tunisini o albanesi all’arrivo sulle coste italiane: “nelle vostre tv, grazie al satellite vedevamo che tutti erano così ricchi e belli, che tutti stavano così bene”). Ma non si tratta più soltanto di questo: non si tratta più solo di disillusione e di risentimento, le cui uniche risposte sono state l’aumento folle dei costi dei beni di prima necessità del cibo, del pane (molto neoliberista); a questo è seguito lo spirito della nuova rivolta araba, nel profumo di un inverno dei gelsomini. Retorica? Certo. Realtà? Anche.
Si è detto che i segni del nuovo tempo stanno addosso agli attori di queste rivoluzioni: si è detto dei giovani ma anche delle donne. Crediamo però che bisognerebbe fare attenzione: che queste “figure” – attori, persone – non vadano considerati come “in sé”; non vadano cioè banalizzati, come “portatori” di qualcosa (il “famoso giovane”, come portatore di novità, hacker, “smanettone” del web, o la donna dell’emancipazione). Queste “figure”, intanto sempre ibride, andrebbero valutate proprio per il loro valore di costruzione di spazi e relazioni di significato: di capacità di connettere.
A ben guardare, e a tale proposito, nelle immagini, soprattutto della Tunisia, di Yemen ed Egitto, le piazze erano piene di gente di ogni tipo e di qualunque età. Con le donne in prima fila nel contrapporsi alla polizia. Fino agli anziani, in abito tradizionale, che, in Libia, riprendevano le manifestazioni o, purtroppo, i funerali delle vittime con i telefoni cellulari. Nei primi giorni della rivolta libica, se i combattenti sono i giovani, i comitati civici, guida di un abbozzo di autogoverno provvisorio erano composti da giudici, medici, intellettuali, cittadini. I manifestanti egiziani sono anche lavoratori pubblici e manifatturieri infuriati per non aver ricevuto gli stipendi. L’idea è quindi dell’innesco: non più l’attivismo (neanche il mediattivismo) ma la capacità di attivazione e di connessione sociale.
Certo, si è detto dell’importanza dell’uso dei nuovi media – dalle forme istantanee della microtestualità di twitter, ai blog, alle “reti di reti” di Facebook che rimandano ad altri siti, in un lavorio di rimbalzo e di inserimento di queste forme comunicativo-testuali le une nelle altre – ma si è trattato, appunto, di comunità al lavoro in rete. Chiunque abbia seguito in questo periodo quelli che possiamo chiamare davvero i “portali della rivolta”, ha potuto accorgersi che si è trattato soprattutto di un grande lavoro collettivo: da quelli che si mandano informazioni soprattutto per contatti, con parenti e amici all’estero, a quelli che traducono in tempo reale messaggi dall’arabo all’inglese: è il caso delle connessioni fra i siti della rivolta libica del February 17th. che a loro volta rimandavano a Youtube, con video delle immagini di una battaglia, lungo una strada di notte, nel richiedere al contempo aiuti per medicinali e ospedali, come accade all’interno della rete dei medici Lybian Doctors.
Non vi può essere spazio per una “determinismo del Mezzo” (dei media, con il web come palingenetico, potenziale rivoluzionario); si tratta, al contrario, di reti con elaborazioni di saperi e connessioni. Il sapere attraverso blog, rete, twitter: ma non basta e non serve dire “nuove forme di comunicazione” veloci, in rete, rapide: tutto bene, ma sono reti che si accompagnano, ad esempio, alle letture “sensibilizzanti” dei giornali. È stato detto, e lo si è visto nei video, che in questi paesi (malgrado l’analfabetismo) moltissima gente legge i giornali, si raduna attorno alle rivendite e parla, commenta e discute: il sentirsi parte di una “sapere che”…del “sappiamo assieme qualcosa”…e “ci ritroviamo in piazza per questo”.
Dunque, se la rhetoric si oppone alla reality – come afferma il commentatore, blogger e giornalista Walter Armbrust, sul sito di Al-Jazeera, nell’ipotesi di una Revolution against neoliberalism – è solo, ci pare, per contrapporre vecchi schemi alla nascita di nuove retoriche: dove per retorica si intende qualcosa che è sempre qualcosa di testuale e concreto: il testo si fa, e diventa al contempo traccia e materiale.
Significativo, in questo senso, a proposito di “segni” e immagini della rivolta, è una foto circolata sul web, proveniente dallo Yemen: durante una manifestazione di studenti, venivano portate grandi forme, tipiche, di pane rotondo, quasi come scudi o enormi sigilli, con sopra impressa la scritta, questa volta in arabo: non “fame” o “pane” ma “lascia!”, “dimettiti”, rivolta al potere e al presidente yemenita. Non solo “pane” ma “pane e libertà”: connettendosi così, questi significati, sorprendentemente (ma pare esista da qualche annetto internet e il satellite…o no?) e in modo sapiente (nella forma di un rovesciamento innovativo) agli studenti europei di Londra e poi di Roma, con i loro scudi-copertine di libri colorati. Ma che c’entrano, dirà il saccente moralista, i “ricchi” studenti del nord con i “poveri” del sud, con le miserie egiziane o l’oppressione libica o yemenita? Intanto, lo ripetiamo, essi si sono visti in rete, reciprocamente. Le forme e le pratiche artistico-culturali sono molto vicine: i giovani del nuovo rap magrebino, suonato in piazza Tahir, vedono Al-Jazeera o Al-Arabya, si iscrivono a Facebook e fanno da catena e da catena di catene, per i tanti, parenti più anziani conoscenti, amici. Inoltre, i primi – gli studenti e i precari “del nord” – hanno paura di infilarsi in un futuro che pare bordeggiare il limbo della dimenticanza, della miseria e della paura, nel quale i secondi – i giovani e persone “del sud”, spesso ugualmente laureati, colti e disoccupati – sono stati buttati e da cui ora vogliono ricominciare a fuggire.
Qualcuno ha azzardato: è l’idea di un nuovo salto in avanti, che ricorda però qualcosa di molto antico; addirittura un nuovo 1848. L’anno in cui tutto cominciò, o ricominciò per la nostra modernità. L’anno dei grandi diritti proclamati non solo dai ceti liberali ma dagli straccioni, dalla plebe, dal popolino che chiedeva le armi ai nobili liberali, nelle cinque giornate di Milano, nella cacciata degli austriaci da Bologna o dei Borbone da Palermo, nelle rivolte dalle città europee soggiogate dai tiranni.
2. Le passioni del tempo nuovo.
Si dirà che in ogni rivoluzione c’è un elemento di irruzione di un “divenire” (Deleuze), di un kairos: evento, imprevedibile, puntuale ma anche incoativo, che scuote, ritma il, o i sistemi politici, ma anche e soprattutto smuove la “visione” che si ha di un mondo, e di un nuovo “cominciare”; con tutte le forme passionali che esso reca con sé. Anche se, oggi, il termine “percezione” è stra-abusato e inflazionato (oggi è tutto un parlare, sui media, di “temperatura percepita”, o di “insicurezza percepita”) la rivoluzione è, ed è stata soprattutto, un fatto percettivo. Alcuni – veggenti, profeti – lo sanno o la vogliono anticipare, cogliere e prendere al volo, fino al venirne uccisi o bruciati, altri manco se ne accorgono, nemmeno secoli dopo (pensiamo a quanto a lungo la rivoluzione inglese è stata considerata, nelle discussioni degli storici, di volta in volta come “guerra civile”, o lotta fra partiti). Ancora, a tal proposito, vi sono “segni di storia” (ricordiamo Lyotard che rilegge Kant sull’entusiasmo per la rivoluzione – in quel caso suscitato nelle corti tedesche dalle “notizie” sulla rivoluzione francese – come segno di storia) che al tempo stesso, nel circolare, forzano e amplificano gli eventi stessi. In quale forma si presenta oggi l’entusiasmo? Non più, certo, nel mondo turned upside down dei mistici delle sette religiose dei rivoluzionari inglesi.
È avvenuto l’impensabile. Ma non l’imprevedibile. Ma, si affretta a replicare il noto politologo ufficiale, un tantino reazionario, “in fondo c’è poi sempre il colpo di stato, i militari, o al massimo le elezioni che escluderanno questi movimenti non organizzati. Certo… Mai che i politologi parlino di gente, di popoli, ancora una volta, perlomeno di attori “collettivi”… Tuttavia – e in pochi l’hanno ricordato – Obama, in un suo discorso, proprio all’università del Cairo, di Al-Ahzar, nel 2009, esortando ad un “nuovo inizio con l’Islam”, basato sulla condivisione di valori, sulla lotta contro il fanatismo terrorista, sul cercare di riprendere una road map per la pace in medio oriente, soprattutto concludeva con un invito ai giovani arabi musulmani a ragionare insieme sui temi della libertà, tolleranza, democrazia, sui diritti delle donne, affermando “voi più di ogni altro avete la possibilità di cambiare questo mondo”. Diamogli atto, almeno di questo, rispetto ai tanti altri politici, specie europei, perlomeno di una capacità di “visione”.
Concluderemo allora riprendendo, in forma quasi “rappata”, un articolo da “Time” (della settimana del 7 marzo 2011), di Michael Elliott, dedicato alla Libia, il cui titolo è: Don’t fear the revolution (the messy way to a better world). Ancora una volta, dice l’autore, nel riprendere le parole d’ordine degli insorti libici, (anche se “Libya threatens to be different (rich in oil poor in friends, mad dog in Geddafi the youth revolution faces a “foe unafraid””), la parola di cui ci siamo dimenticati è rivoluzione; “Learn to love revolution!! Provide, provide, provide; no two places are the same (from Bahrain to Yemen to Libya); there’s no need to panic; patience is a virtue; institutions really matter”. E soprattutto, Let them do it themselves.

