Nel giorno dell’agognata fiducia alla manovra finanziaria ricevuta in Senato, primo passo per il salvataggio del nostro paese dal baratro della crisi finanziaria, La7 dedica un’intera serata a Silvio Berlusconi. Sia chiaro, il tono è tutt’altro che agiografico: già a partire dal telegiornale delle 20 Enrico Mentana ha provveduto a lanciare frecciate sibilline all’indirizzo del governo. Il clou è però atteso più tardi, dopo il confronto Sallusti – Padellaro sul tasso di riso (quello che abbonda sulla bocca degli stolti, non nelle cucine del vercellese) provocato dai “barzellettieri d’Italia”, in questo caso capitanati non da Pippo Franco, ma da qualcuno che comunque ne fa le veci in modo egregio. Il “film-evento” è Silvio forever di Roberto Faenza (già autore in tempi non sospetti di Forza Italia!), autobiografia non autorizzata di Berlusconi, come gli autori Stella e Rizzo, editorialisti del Corriere della Sera, tengono a specificare.
Per comprendere appieno il senso dell’operazione, non si può considerare disgiunto il film da quanto precede e segue. Da questo punto di vista, si tratterebbe dunque di un unico tentativo per intensificare le pressioni attorno alla casta e favorire un ricambio per preparare l’avvento di un nuovo governo guidato, o perlomeno patrocinato, da una personalità di alto profilo in grado di restituire la fiducia nelle istituzioni. Visto il tenore e gli oggetti dei commenti giornalistici dell’ultimo mese e mezzo, si può ipotizzare che galeotta fu la mensa parlamentare; i vent’anni passati alla deriva della deriva, invece, solo un danno collaterale. Ma più nello specifico della “serata-evento”, è Mentana il protagonista di questa rinnovata vis polemica, volto principe di una nuova televisione per una nuova stagione (come vent’anni fa, del resto), collante e coordinatore delle varie fasi. Introduce dunque il film, “importante”, sottolineando con orgoglio come il passaggio televisivo segua quello cinematografico solo di pochi mesi; analizza la situazione politico-sociale italiana, divisa integralmente tra “berlusconiani e anti-berlusconiani”; modera il dibattito successivo, che presenta un parterre di tutto rispetto (Ferrara, Mieli, Scalfari), premurandosi di specificare che l’oggetto non sarà assolutamente il film, anche perché vedrà probabilmente concordi gli ospiti nel gradimento, come effettivamente questi tengono a confermare. Ma è a questo punto che la nostra amena cronistoria si ferma: è proprio del film che si deve parlare.
Costruito come un collage della vita di Berlusconi raccontata e impersonata da lui medesimo, Silvio forever si avvale esclusivamente di immagini di repertorio e di parole pronunciate, o almeno sicuramente avallate, dal Presidente del Consiglio, ricorrendo dove necessario ad una voce fuori campo incaricata di recitarle. Quest’ultima scelta si rivela però sin dal principio tutt’altro che innocente: la pesante cadenza brianzola conferita dal marchigiano Marcorè determina infatti un effetto grottesco e caricaturale lontano da quell’oggettività mimetica che sembra ispirarla. Eccezione ulteriore è costituita dall’inserzione di spezzoni di comici, registi, giornalisti, ammiratori – da mamma Rosa ai Vianello – che parlano di Silvio (chiamarlo per nome pare sia d’obbligo), collocati principalmente nella prima parte, quella di carattere più strettamente storico-cronachistico, dall’infanzia al passato più recente. La seconda parte presenta invece salti e inversioni rispetto allo sviluppo cronologico lineare della precedente, con l’intento di concentrarsi sulle gaffe e sugli scandali a sfondo sessuale. Il finale è così – prevedibilmente – dedicato alle giovani amiche del premier, vero motivo di turbamento dei suoi placidi sonni nell’unica scena di finzione esplicita del film. Questa la struttura in termini grossolani.
Il punto più delicato del lavoro di Faenza, Rizzo e Stella risiede proprio nello spunto di partenza: affidare un’intera narrazione alla prima persona (considerando accessorie le altre e al limite annettibile quella della madre) senza provare a creare uno scarto tra il registro sonoro e quello visivo appiattisce lo sviluppo filmico ad illustrazione della massima ricorrente “si commenta da solo”. Il che non solo depotenzia la portata critica testuale, ma le fa perdere completamente di senso. Se è dunque il montaggio ad assicurare questa capacità analitica e critica del dispositivo cinematografico, Silvio forever opta per un uso didascalico del concatenamento tra immagini e suono. La preoccupazione di garantire la massima trasparenza possibile al materiale utilizzato si risolve dunque in una hit parade delle dichiarazioni e dei momenti più intensi o significativi della vita di Berlusconi, quasi che ogni altro intervento dovesse compromettere la purezza delle immagini e la loro perfetta corrispondenza con la realtà referenziale a cui rinviano. Prima ancora che dalle vicende, il grottesco emerge dunque nel meccanismo stesso, dove la voce fuori campo posticcia palesa un’ingenuità che il tentativo di rendere quanto più omogenea e conforme all’originale non contribuisce certo ad attenuare. Il giudizio viene dunque delegato integralmente allo spettatore smaliziato (non solo nella visione, ma più propriamente nella vita): evitando di mettere in luce le componenti anche insospettabili che hanno permesso l’ascesa professionale e la discesa in campo, si può circoscrivere “l’anomalia italiana” a una cerchia ristretta, la cui fine imminente non sembra certo in grado di rimuovere il problema.
Anziché portare alla luce i fasci di relazioni sotterranei che legano gli avvenimenti (cosa che invece ha contraddistinto un’intera stagione del cinema italiano), insomma, Silvio forever si concentra sul già noto, puntando sull’effetto dirompente di un’accumulazione parossistica di materiale “imbarazzante”. Da questo punto di vista, il confronto con il non certo brillante Videocracy di Gandini (2009) si mostra decisamente efficace: Gandini opera infatti sul materiale d’archivio provando a metterlo in risonanza con le vicende narrate e filmate, creando così degli angoli visuali nuovi rispetto alla percezione usuale (ad esempio il controcampo sul pubblico delle trasmissioni televisive). Che non sempre l’operazione vada a buon fine, per motivi diversi, non mette in questione la bontà del metodo. Proprio quanto sembra mancare totalmente a Silvio forever.
Per quanto non proprio originale, l’idea di operare su un archivio, notevole per mole, nei termini di una ricostruzione critica dell’epopea del cavaliere poteva avere una sua validità. Beninteso, non si sta auspicando un lavoro di inchiesta né tantomeno un resoconto delle contraddizioni che hanno contraddistinto la vita pubblica di Silvio Berlusconi. Semmai, proprio perché è l’archivio quanto si interroga in cerca di tracce passate della presente tragedia, poteva essere più interessante sondare le responsabilità estese che hanno determinato la situazione odierna. L’esiguità della struttura diventa così specchio della semplicità dell’operazione: dare forma, attraverso un racconto prevalentemente in prima persona, a un imprenditore-politico troppo bravo per essere vero e con troppi punti oscuri per essere onesto. Ma questa è una storia nota ai più: già 2000 anni fa qualcun altro si era trovato nella medesima situazione e si sono dovuti attendere tre secoli per vedere stabilita una “verità storica”. A questo punto, speriamo che oggi occorra meno tempo, o che almeno il film invecchi bene.
Alla fine – dopo il brio di Mentana, le gesta di Berlusconi, la saggezza ottuagenaria e immobile di Scalfari, le stilettate di Ferrara – rimane solo la voglia latente di correre ad una sede dei Club della Libertà per aiutare il governo del fare a risalire la china dei consensi e proseguire nella “rivoluzione copernicana” avviata 17 anni fa. Che sia davvero Silvio l’ultimo dei rivoluzionari?

