Il ritratto del Re

di Diletta Sereni

Berlusconi 2018, European People’s Party, CC BY 2.0.

Era chiaro sin dall’inizio della sua carriera politica che Berlusconi mal tollerasse di vedersi coinvolto in dibattiti pubblici basati sulla presenza del contradditorio, la necessità del dibattito e la possibilità della bagarre. Da qui la sua predilezione per occasioni, in particolare televisive, candidamente celebrative e soprattutto “a voce sola”. Questo perché inserirsi in un contesto plurale contraddice l’assunto di base della sua politica comunicativa, che è fondamentalmente assolutistica, cioè esclude l’alterità, l’esteriorità, il dialogo. La migliore declinazione di questa strategia sono perciò i video-messaggi, che hanno popolato frequentemente i nostri schermi, anche di recente. Il video-messaggio è una cartolina, un congegno propagandistico che permette la pianificazione capillare dell’efficacia comunicativa e soddisfa i criteri di immediatezza e empatia con cui il discorso berlusconiano è pensato per essere ricevuto.

Ultimamente però la nostra frequentazione da spettatori mediatici con il premier è stata in larga parte “telefonica”. Negli ultimi mesi è emerso con grossa evidenza il ruolo centrale che Berlusconi ha affidato al telefono nello svolgimento della sua carica, o del suo modo di intenderla. Lasciamo da parte il versante giudiziario del suo agire telefonico e il suo risvolto mediatico, che pure ci dà un indizio sulla vitalità della sua relazione con la cornetta. E dimentichiamoci anche dello sguardo perso sul volto di Angela Merkel all’apertura del vertice Nato di due anni fa, quando Berlusconi appena arrivato, al posto di svolgere le banali formalità del caso, si avviò a grandi passi verso il Reno, con il cellulare abbracciato all’orecchio, lasciando che Frau Merkel, basita, dopo qualche minuto, aprisse le braccia e abbandonasse la nave.

Concentriamoci invece sulla sollecitudine con cui gli è capitato di bersagliare in diretta, con telefonate da casa, le tribune televisive che battevano tasti scomodi sul suo conto (è interessante notare come anche in quei casi si trattasse di sfuriate compatte, senza interruzioni, con le stesse sembianze di un messaggio registrato). E la frequenza con cui compare con brevi arringhe audio nei programmi dei suoi dipendenti Mediaset. Ancora più singolare è che sempre più spesso gli capiti di delegare alla sua voce telefonica la rappresentanza nei congressi o nelle assemblee.

Qualche giorno fa è però avvenuta un’ulteriore mutazione della sua rappresentanza pubblica. Al convegno dei Cristiano Popolari, Berlusconi è stato costretto a declinare l’invito per impegni concomitanti ed è comparso ancora sotto forma di voce. Al suo posto però si è presentato sul palco un suo ritratto, ad opera di Antonio Sciacca, pittore e fan. Sciacca in un intervista ha dichiarato di aver cercato di trasmettere il carisma e l’interiorità di Berlusconi, che secondo lui “ricorda gli antichi personaggi dell’Ottocento che venivano raffigurati da artisti famosi come Van Dyck” (che però è un pittore seicentesco). Il ritratto, che doveva essere consegnato a Berlusconi di persona è stato invece appoggiato allo sgabello rimasto vuoto e destinato a lui. Eccolo lì: mezzo busto, sguardo alla platea, espressione serafica e paterna.

Con questo semplice gesto mi pare si sia aperta una nuova fase del berlusconismo comunicativo, che nel suo caso è necessariamente anche politico. Quel che abbiamo già visto è l’uso del corpo del capo come materia prima del suo agire pubblico, con l’esibizione di interventi (lifting), impianti (i capelli), ferite (causa lancio di gadgets piombati), coperture (la bandana). Quel che già conosciamo è il tentativo, a tratti disperato, di mantenere la sua immagine perennemente uguale a se stessa. Non è semplice vanità, ma è strategia: la sua leadership non contempla la variazione, la mutevolezza, si basa sull’immediata riconoscibilità e l’immediata accettazione dei messaggi e questo è possibile se ci si mette sempre la stessa faccia, per quanto maschera essa possa diventare. Il crescente protagonismo sulla scena politica della voce di Berlusconi si inserisce a mio parere sulla stessa linea: la manutenzione di una voce sempre uguale è molto più semplice.

Con l’introduzione del ritratto mi sembra si dichiari la definitiva cristallizzazione dell’immagine del leader, in maniera diversa e più solenne di come hanno potuto fare sinora le foto, mandate a tutto schermo per fare da sfondo ai suoi interventi audio. Il ritratto pittorico, con la sua materialità, non solo è un efficace sostituto della presenza di Berlusconi, ma allo stesso tempo certifica la sua immagine come un’icona. Un’immagine di culto, immutabile e perennemente valida, offerta ai devoti nella sua tangibilità di feticcio. È questo forse l’ultimo tocco di raffinatezza totalitaria del tardo berlusconismo: affidare l’esercizio del potere all’effige (se è vero che il potere è un effetto della rappresentazione) e raddoppiarla, o meglio, doppiarla con la voce del capo. La mente corre a note e inquietanti fantasie letterarie, ma chissà se corre abbastanza in fretta.

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