Tra Mirandola e Baghdad: sismi, guerre e la tela di Penelope dell’umanitarismo (parte terza)

[qui la prima e seconda]

Walter Arbib (a sinistra) di fianco alla targa del Jewish National Fund
in occasione dell’inaugurazione della foresta intitolata a Giorgio Perlasca

Primo intermezzo: il comitato d’onore per la redenzione ecologica

Come ho accennato agli inizi di questo articolo, il filantropo Arbib è da tempo protagonista di iniziative portate avanti in collaborazioni con organizzazioni internazionali (si veda il prossimo intermezzo), non governative e istituzioni governative di vari paesi. Questo umanitarismo “a geometria variabile”, per così dire, si concretizza spesso, nel caso di Israele, in iniziative che assumono una valenza politica diretta e immediata per uno Stato a cui indubbiamente Arbib si sente particolarmente vicino, tanto da abbracciarne le politiche umanitarie a servizio del terrorismo e della violenza di stato, come messo in luce nella sezione precedente di questa mia riflessione.

Se gli eventi – tanto quelli catastrofici quanto quelli celebrativi, o di celebrazione di un intervento umanitario con valenza politica, come nel caso di Mirandola – lasciano emergere e trasparire le configurazioni di potere in cui si radicano gli attori protagonisti degli eventi stessi, anche nel caso della donazione di Arbib a favore della “Foresta Perlasca” – creata su terreni acquistati dallo stesso filantropo – emerge la specifica natura politica con cui questo imprenditore umanitario pratica sia l’umanitarismo, sia i diritti umani.

Nel maggio del 2011, Arbib si reca alla “Foresta di Ahihud”, nel nord di Israele, per celebrare un’iniziativa – fortemente apprezzata anche dal Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano – con cui sono stati piantati 10.000 alberi a nome e nel ricordo di Giorgio Perlasca, il cosiddetto “Schindler italiano”, un membro del Partito Fascista e artigliere dell’esercito italiano in Africa Orientale che in Ungheria ha poi contribuito, durante il periodo della “soluzione finale”, a mettere in salvo alcune migliaia di ebrei ungheresi dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti. Il filantropo in quell’occasione dichiarò:

è importante che ci siano siti di commemorazione per persone così speciali [come Perlasca]. Piantare alberi sul suolo di Israele è un atto molto significativo. Mi immagino i bambini israeliani e le loro famiglie che vengono a trascorrere un po’ di tempo nella foresta, godendosi la natura e imparando un capitolo importante della storia del loro popolo.

Fino a qui (quasi) tutto bene, ma il peggio non sta nella caduta, sta nell’atterraggio… o meglio nel reticolo istituzionale che ha promosso l’evento insieme ad Arbib e nelle modalità e nei significati politici con il principale attore di questo reticolo, il Jewish National Fund, ha fatto e fa “atterrare” alberi sul suolo del “Grande Israele”.

Il Jewish National Fund è infatti l’istituzione para-governativa israeliana che ha più contribuito, nel secolo scorso, e contribuisce tuttora allo spossessamento dei palestinesi. Questa organizzazione, che ama definirsi un’organizzazione ambientalista ed ecologista e che è da molto tempo impegnata in una forma molto particolare di “riforestazione” del “Grande Israele”, è stata da sempre attiva, come hanno messo in luce molti studiosi e ricercatori palestinesi e israeliani[1], sia nell’acquisto legale e illegale di terreni di proprietà palestinese (prima, durante e dopo la fondazione di Israele), sia nella “riforestazione” di aree su cui un tempo giacevano i villaggi palestinesi distrutti dalla violenza della pulizia etnica israeliana, iniziata alla fine degli anni quaranta e tuttora in corso. . Tra gli esempi acclarati di questa “redenzione ecologica delle terre di Israele” messi in pratica da un’istituzione coloniale come il Jewish National Fund, vi è il Canada Park, completato nel 1984 grazie ai fondi della comunità ebraica canadese. Il Canada Park d’Israele è una delle tante aree in cui il Jewish National Fund ha operato una riforestazione sulle macerie di tre villaggi palestinesi rasi al suolo e i cui abitanti sono stati espulsi nel 1967, proprio mentre Arbib lasciava la Libia, prima della sua scalata umanitaria del suo ingresso nel Comitato d’Onore del Jewish National Fund Canada.

Questo primo intermezzo intendeva allargare ulteriormente il quadro di lettura del reticolo umanitario che ho fatto arbitrariamente partire, in questa mia analisi, da Mirandola, e che sarebbe potuto partire da qualsiasi altrove in cui Skylink e Arbib “prestano soccorso”. I tratti distintivi di Arbib e la sua filosofia dell’umanitarismo e dei diritti umani risulteranno forse un po’ più chiari a questo punto. L’immagine del “filantropo umanitarista senza conflitti d’interesse” si scioglie progressivamente alla luce del “rimontaggio” di alcune delle immagini, dei passaggi e dei momenti della storia politica dell’umanitarismo e della violenza contemporanea in cui l’imprenditore umanitario ha investito denaro, memorie e affetto. Arbib e i suoi interventi lasciano trasparire i chiaroscuri di una zona grigia, in cui violenza, diritti umani, umanitarismo e monumentalizzazione della memoria assumono contorni che i lanci di agenzia su Mirandola tendevano a offuscare e impedivano di problematizzare senza il necessario distacco. Il senso di questa mia ricostruzione e di questo accostamento di scenari umanitari è, in fondo, di costruire insieme a chi legge le basi per un posizionamento politico di fronte a questo male radicale contemporaneo[1].
Secondo intermezzo: carburante umanitario

Un secondo intermezzo, molto per inciso, che amplia la comprensione del reticolo umanitario in cui Arbib e Skylink operano: nel maggio del 2007 alcuni organi si stampa internazionali, in particolare la statunitense Fox News, parlano di uno “scandalo” avvenuto nel sistema di approvvigionamento di benzina fornita dalla Skylink alle Nazioni Unite per le sue missioni umanitarie e di “mantenimento della pace”. Il Dipartimento degli Approvvigionamenti delle Nazioni Unite avrebbe sospeso in quel periodo tutti i contratti con l’impresa umanitaria di Arbib, dopo gli ultimi sette anni di collaborazioni che avevano fruttato a Skylink circa cento quaranta milioni di dollari. Durante una verifica interna di un’apposita Task Force creata dalle Nazioni Unite per indagare alcune irregolarità nelle operazioni di finanziamento della missione umanitaria in Sudan, sarebbe emerso che tra gli episodi di corruzione verificatisi vi sarebbe stato anche il versamento di nove milioni di dollari “a vuoto” alla Skylink Aviation per degli approvvigionamenti di benzina mai avvenuti. A quanto pare i rapporti tra Nazioni Unite e Skylink hanno avuto inizio agli albori delle attività dell’impresa canadese, nel 1989, e non sono mai cessati. A titolo di cronaca, sembra che l’inchiesta della Task Force delle Nazioni Unite non abbia negato l’esistenza di operazioni illecite, ma abbia comunque discolpato Skylink, spiegando che l’impianto di accusa della Task Force sarebbe stato il risultato di “gravi incompetenze” interne al processo investigativo delle Nazioni Unite. Ma il punto di questo breve intermezzo non è qui, bensì nella messa in luce di una delle tante possibili forme di assemblaggio [3] istituzionale a cui Skylink prende parte nel quadro della sua più ampia filosofia dell’imprenditoria umanitaria, in questo caso insieme alle Nazioni Unite, per “rifornire la pace di carburante”, come riporta il sito della compagnia nella descrizione della sua missione in Sudan.

Note

 


[1] Per ulteriori approfondimenti si vedano, tra i tanti: Uri Davis e Walter Lehn, The Jewish National Fund, Taylor and Francis, London, 1988; Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, 2008; oppure il numero speciale della rivista Al Majdal (Issue No. 43, Winter – Spring 2010).

[2] u questo stesso tema si veda un recente articolo scritto insieme a Francesco Zucconi su questo blog.

[3] Uso la nozione di assemblaggio nello stesso senso in cui Saskia Sassen, nel suo Territory, Authority, Rights: 
From Medieval to Global Assemblages (Princeton University Press, 2006) ha definito l’intreccio politico, legale, economico e territoriale tra stati neoliberisti, attori locali e attori globali.

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