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“Froci da combattimento”: omonazionalismo, militarismo e imperialismo

Pubblichiamo un estratto da Queers of War: Normalizing Lesbians and Gay in the US War Machine, il saggio di Hilary King contenuto nel volume dal titolo Good Intentions: Norms and Practices of Imperial Humanitarianism, a cura di Maximilian C. Forte (Alert Press, 2014). La traduzione dell’estratto, apparso già su Zero Anthropology, è a cura di Nicola Perugini e Federico Zappino.
good intentions
Nel suo capitolo dal titolo Queers of War: Normalizing Lesbians and Gay in the US War Machine, Hilary King – a partire dall’analisi di un discorso ufficiale del vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, relativo ai diritti LGBT come irrinunciabili nella promozione dei diritti umani nel mondo da parte degli USA – mette in luce i modi in cui il discorso sui diritti di genere e sessuali possa essere reso funzionale a fini nazionalistici e imperialistici. Dallo scorso decennio, d’altronde, in seguito all’abrogazione del reato di sodomia (avvenuto solo nel 2003, con la sentenza Lawrence vs. Texas), gli Stati Uniti sono diventati un punto di riferimento per i diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e trans*: come illustra bene Hilary King, attraverso una accurata forma di governance neoliberale, l’appropriazione di questi diritti da parte del governo degli Stati Uniti ne ha coadiuvato il militarismo e l’imperialismo.


Nel suo libro dal titolo Terrorist Assemblages, del 2007, Jasbir Puar sviluppa il concetto di “omonazionalismo” al fine di comprendere in che modo il movimento gay e lesbico mainstream abbia non solo soffocato i movimenti LGBT radicalmente anti-neoliberali, ma anche come sia diventato un efficace strumento per l’avanzamento dell’imperialismo statunitense. Analizzerò la teoria di Puar alla luce del Matthew Shepard and James Byrd, Jr. Hate Crimes Prevention Act, dell’abrogazione della norma DADT (don’t ask, don’t tell) del 2011, e della recente crescita, in termini di risalto, della Human Rights Campaign (HRC), una delle più importanti organizzazioni non-profit LGBT degli Stati Uniti.

Cosa ha a che fare questa organizzazione apparentemente progressista con le violenze militari d’oltreoceano? Quale relazione sussiste tra il provvedimento contro i crimini d’odio e l’aumento delle spese militari? Oltre a porre tali domande, tenterò di fornire un’analisi complessiva di come l’incorporazione dei diritti civili degli omosessuali all’interno del discorso pubblico degli Stati Uniti abbia indotto i cittadini statunitensi a credere che essi abbiano non solo il diritto, ma addirittura il dovere di propagare i propri valori e le proprie credenze oltreoceano […].

Il concetto di “omonazionalismo” descrive le relazioni razziali ed economiche contemporanee nel discorso occidentale relativo ai diritti sessuali, e tenta di spiegare le narrazioni globali in materia di diritti umani sessuali, immigrazione, libertà e democrazia. Natalie Kouri-Towe ha illustrato in che modo questo concetto operi in modo simile a quello di “orientalismo”:

il concetto di “omonazionalismo” opera in modi complementari con il concetto di “orientalismo”, formulato da Edward Said, il quale descrive in che modo l’Occidente produca conoscenza e riesca a dominare “l’Oriente” proprio attraverso processi accademici, culturali e discorsivi. Come l’orientalismo, anche l’omonazionalismo ci parla dei modi in cui i poteri occidentali mettono in circolazione determinati tipi di idee circa le altre culture (come quelle arabe o islamiche), al fine di produrre un’immagine dell’Occidente come culturalmente, moralmente e politicamente avanzata e superiore. A differenza dell’orientalismo, l’omonazionalismo si sofferma in modo particolare sui modi attraverso cui le retoriche sui diritti di genere e sessuali acquisiscano un ruolo centrale nelle forme contemporanee di egemonia occidentale (Kouri-Towe 2012).

Attraverso l’uso strumentale delle retoriche dei diritti sessuali, di conseguenza, gli Stati Uniti hanno costruito l’immagine di una nazione progressista e moralmente superiore rispetto a stati con leggi e legislazioni diverse e discriminatorie nei confronti delle persone LGBT. Da quando gli Stati Uniti garantiscono alcuni diritti ai propri cittadini gay e alle proprie cittadine lesbiche, esponenti del governo come Barack Obama e Hillary Clinton si sentono legittimati a denunciare le leggi anti-gay in paesi come la Russia, l’Uganda o il Senegal. È dunque importante domandarsi su quali basi venga giustificata questa forma di arroganza […].

Il 22 marzo 2014 il vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha tenuto il discorso di apertura al gala della Human Rights Campaign a Los Angeles. Nel suo discorso ha affermato che i diritti LGBT dovrebbero costituire un elemento essenziale delle politiche estere degli Stati Uniti, denunciando le divergenze culturali esistenti in merito alla questione:

«Il più fondamentale dei diritti umani è il diritto di decidere chi amiamo… è il più importante dei diritti umani esistenti… e l’odio, l’odio non può mai essere difeso con la scusa delle norme culturali. Ne ho abbastanza delle norme culturali».

Due concetti del discorso di Biden meritano di essere esaminati. In primo luogo, l’uso miope che Biden fa del temine “norme culturali” non rende conto di quelle culture che sono state ostacolate, deprivate o trasformate dal potere coloniale e dall’imperialismo. Ad esempio Biden critica aspramente, e a ragione, l’Uganda per le leggi che puniscono le persone per “omosessualità aggravata”, ma dimentica il fatto che esse sono state varate con l’aiuto di gruppi cristiani evangelici americani che hanno lavorato a lungo con i leader politici e religiosi ugandesi proprio per far passare queste stesse leggi (Kaoma, 2012). Inoltre, Biden si è guardato bene dal chiamare in causa le “norme culturali” degli Stati Uniti. Ha descritto la discriminazione che ancora grava su molte persone gay e lesbiche negli Stati Uniti come “barbara”, senza alcun riferimento, però, alla cultura eteronormativa americana – cultura dalla lunga tradizione. In secondo luogo, Biden ha rimosso le identità LGBT dalle loro intersezioni di razza, genere, classe ed etnicità, riducendo il tutto a una questione di “preferenza sessuale” […].

Nel 2009, dopo un’instancabile azione di lobbying della Human Rights Campaign, Barack Obama ha trasformato in legge il Matthew Shepard and James Byrd, Jr. Hate Crimes Prevention Act. In risposta al terribile assassinio di Matthew Shepard, questa legge ha allargato la legge federale del 1960 sui reati d’odio, includendovi i crimini mossi dall’orientamento sessuale, l’identità di genere o le disabilità della vittima (Senato degli Stati Uniti, 2009). La legge è volta a proteggere i diritti LGBT e stanzia diversi milioni di dollari per rafforzare i reparti della polizia e le sue risorse investigative (Spade, 2011, p. 89). Tuttavia, questa legge contiene anche la clausola condizionale che ha portato al controverso National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2010, una legge che stanzia 680 miliardi di dollari per il Pentagono (il più grande budget militare di sempre). L’esito è stato che mentre le persone lottavano per ciò che consideravano un avanzamento dei diritti civili LGBT negli Stati Uniti, contemporaneamente lottavano anche per sostenere l’aumento delle spese militari e l’espansione militare oltreoceano (Senato degli Stati Uniti, 2009).

Bibliografia

Human Rights Campaign (HRC). (2014, March 22). Vice President Biden’s Remarks from the 2014 HRC Gala.

Kaoma, K. J. (2012). Colonizing African Values: How the U.S. Christian Right is Transforming Sexual Politics in Africa. Somerville, MA: Political Research Associates.
http://www.sxpolitics.org/wp-content/uploads/2012/08/colonizingafricanvaluespra.pdf

Kouri-Towe, N. (2012). Trending Homonationalism. No More Potlucks.
http://nomorepotlucks.org/site/trending-homonationalism/

Martin, P. (2009/10/30). Obama Signs Bills for Record Pentagon Homeland Security Spending. World Socialist Web Site. http://www.wsws.org/en/articles/2009/10/dfns-o30.html

Puar, J. (2007). Terrorist Assemblages: Homonationalism in Queer Times. Durham, NC: Duke University Press.

Spade, D. (2011). Normal Life: Administrative Violence, Critical Trans Politics, and the Limits of Law. Brooklyn, NY: South End Press.

US Senate. (2009). National Defence Authorization Act for the Fiscal Year 2010. Washington, DC: U.S. Senate.
http:// www.intelligence.senate.gov/pdfs/military_act_2009.pdf

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  • Paolo Scatolini

    se i fondamentalisti protestanti americani se ne sono dovuti andare in Uganda per vedere le loro idee tradotte in legge è segno che negli USa sono sempre meno ascoltati per fortuna. Dire che una persona omosessuale se la passa relativamente meglio in USa che in Iran è omonazionalismo? Non credo. Dire che anche un gay dichiarato può se lo vuole arruolarsi nell’esercito e combattere è omonazionalismo? Io non credo

  • Nicola Perugini

    Associare l’omofobia a norme culturali lontane, e associare il discorso sui diritti sessuali al budget militare e al “diritto di uccidere “nelle campagne militari di “sicurezza nazionale” in cui si è promesso di civilizzare i paesi attaccati e “ristabilire il rispetto dei diritti umani” è o non è omonazionalismo? Il problema che l’estratto solleva non è di quanto sia aperto e liberal l’arruolamento negli Stati Uniti, o di quanto gli Stati Uniti siano più liberal dell’Iran (che poi pare che ora si stiano sposando in chiave anti-IS, no?), ma di quali norme vengono mobilitate per allargare l’arruolamento e razionalizzare le campagne e le spese militari ai tempi della “guerra al terrore”.

  • Alessandra Volpe

    USA anti-Israele ? quando mai, quasi una buona metà sono ebrei.. anzi l’ipocrisia diffusa sulla questione israeliana mi da il volta stomaco.. poi mi sembra di percepire che qualsiasi categoria o confraternita (anche lobby) ad oggi persegua imperturbabile, impassibile i propri interessi economici e politici riducendo invece il cittadino ad un numero, adeguatamente spremuto alla stregua di un ugandese..

  • Simò Mta

    Articolo interessante, ma la traduzione di “queers” con “froci” mi sembra assolutamente impropria!

  • Federico Zappino

    “Queer” però significa proprio “frocio”. Per quanto la questione sia controversa, abbiamo scelto di mantenere questa traduzione in ossequio all’appropriazione politica dello stigma omofobico operata da quelle stesse comunità omosessuali e trans* statunitensi degli anni Ottanta, che intendevano marcare una distinzione netta rispetto ai “gay” borghesi, assimilati, neoliberali, ricchi ecc.

  • Gipsy Mary

    Penso sia preferibile evitare il termine “frocio” in quanto in ogni caso discriminatorio e offensivo, e lasciare il termine “queer”, utilizzato oggi a livello internazionale per identificare, senza alcuna accezione negativa, una comunità che anzi lotta con dignità per l’affermazione dei propri diritti. Ritengo inoltre che il termine “frocio”, anche se usato da una persona LGBTQIA, presupponga una posizione omonazionalista, poiché incarna lo stereotipo italiano di chi si esprime in questi termini che spero scompaiano presto dal nostro vocabolario. Mi piacerebbe leggere qualcosa sull’omonazionalismo in territorio italiano a questo punto, per chiarire che quando parliamo di omonazionalismo non ci riferiamo necessariamente ad un nazionalismo di tipo imperialista come quello americano.

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