Editoria e precariato intellettuale

Il lavoro non paga

di Simone Ghelli [*]
Il lavoro non paga apre un ciclo di approfondimenti dedicati ai riflessi di Bianciardi nel mondo dell’editoria, del precariato intellettuale, della letteratura e nella cultura visiva, tra cinema e documenti video.

Questo breve resoconto nasce a margine della tre giorni di incontri sul “lavoro culturale” che si è tenuta recentemente all’interno della manifestazione “Libri come” di Roma (9-10-11 marzo), dove si sono confrontate diverse esperienze e si sono delineati alcuni orizzonti d’azione – per la maggior parte tenuti insieme dal desiderio di trasformare delle passioni in un lavoro che abbia anche un riconoscimento economico.

In merito a quest’ultimo punto è stato senz’altro centrale l’intervento di Sergio Bologna, che ha marcato una precisa distinzione tra volontariato (ciò che si fa per passione e senza un immediato tornaconto, permettendoci di conseguenza di non dover tener di conto a nessuno) e cessione di competenze (le stesse che siamo riusciti ad acquisire proprio grazie all’apprendistato volontario, e che diventano spendibili in un mercato del lavoro). Questa distinzione, come ha sottolineato lo stesso Bologna, diventa necessaria laddove il lavoro intellettuale (ma direi anche quello culturale in senso ampio) non può distaccarsi completamente dal proprio prodotto, e quindi ci toglie da quella condizione di alienazione che ci permette di osservarlo con un certo distacco e di criticarlo.

Questo preambolo mi è utile per dire delle cose probabilmente impopolari, che faranno storcere la bocca ai più, ma che nella tre giorni tenutasi all’Auditorium mi pare siano emerse in filigrana.

La più importante, a parer mio, è che c’è chi vuol farci credere nella prospettiva di un mondo dorato che non esiste, e che di questo miraggio siano responsabili in parte anche molti degli stessi operatori culturali che oggi contestano un certo tipo di sistema, pur avendoci sguazzato dentro finché è convenuto loro – non a caso, visto che l’input dell’iniziativa all’Auditorium era partito per lo più da una rete di esperienze maturate attorno al campo editoriale, è stata indicativa l’assenza degli editori (con poche eccezioni) durante gli incontri. Mi sembra, cioè, che il lavoro culturale in Italia sia stato venduto in modo poco corretto, e che per questo sia oggi ricattabile più che mai: è quindi dalle condizioni in cui è maturato questo ricatto che dobbiamo ripartire. In altre parole, penso che ci si debba interrogare sulle motivazioni che spingono tante persone a entrare nel mondo della cultura, e dunque sul significato che ha oggi questa parola, usata spesso come carta da regalo per impacchettare qualcos’altro – ogni cosa fa cultura, si potrebbe dire: ma a quale prezzo?

Prendiamo l’esempio del mondo editoriale, come suggerisce il titolo di questo intervento, dove assistiamo da anni a un esercito di pretendenti disposti a pagare master e ad accettare stage non retribuiti pur di mettere piede dentro una redazione, dalla quale usciranno con molta probabilità dopo pochi mesi. Posso immaginare, essendoci passato anch’io, che ciò che spinge queste persone a sottostare a questa particolare forma di apprendistato sia proprio la passione, il desiderio di fare qualcosa che le realizzi – ma si può davvero parlare di realizzazione laddove il più delle volte non vi sia neanche un minimo di retribuzione? Come se non bastasse, poi, il lavoro gratuito finisce per danneggiare anche chi ne usufruisce, poiché la rotazione veloce del personale che lavora alla costruzione dell’oggetto libro non può che abbassarne la qualità, aumentando ad esempio i refusi e via dicendo. Questo, va da sé, vale per qualsiasi prodotto; se non fosse che in ambito letterario si parla da un po’ di tempo di decrescita e qualità, pertanto mi sembrerebbe giusto che gli editori facessero chiarezza in merito all’uso che fanno ad esempio degli stagisti (che si impegnassero insomma nelle buone pratiche, oltre che nei buoni contenuti) [1].

Se in definitiva questo è il panorama – di un lavoro sempre più ridotto a pura passione – credo davvero che il web possa rappresentare una seria alternativa, soprattutto per chi voglia cominciare a conoscere i ferri del mestiere senza cedere al ricatto di prestare la propria manodopera ad altri, magari ascoltando la vecchia storia che da qualche porta bisogna pur entrare (ma la prosecuzione della favola si tende spesso a occultarla, perché prevede anche una porta da cui quasi sempre si esce, e pure alla svelta). Bisogna infatti considerare che per mantenere in vita un blog letterario, ad esempio, è necessario saper correggere le bozze, fare un minimo di ufficio stampa, leggere molti libri e anche altri blog dove scovare interventi e storie che destino il nostro interesse (ciò che si chiama fare scouting): insomma, son tutte cose che, con le dovute proporzioni, si fanno anche nella redazione di una casa editrice. Quel che voglio dire, senza tanti giri di parole, è che se proprio si vuole lavorare gratis, che almeno lo si faccia fino in fondo per noi, per una nostra gratificazione personale – perché, tornando alla distinzione fatta da Sergio Bologna, si dovrebbe infatti fare del volontariato per chi guadagna dei soldi dall’attività in cui mi faccio coinvolgere?

A margine di questo discorso, ma neanche più di tanto, bisogna inoltre considerare che l’editoria digitale trasformerà in parte il lavoro delle redazioni, ridefinendone anche i ruoli, e che, alla fine dei conti, l’esperienza maturata sul web potrà avere ancora più valore di quanto si voglia far credere – incredibile a dirsi, ma ad oggi si sentono ancora discorsi in cui si mettono in opposizione il supporto cartaceo con quello digitale, come se questi due mondi non potessero convivere tranquillamente insieme. Inoltre, come se non bastasse, i tempi di un blog sono senz’altro più flessibili – ebbene sì, diamo un senso positivo a questa definizione che ci suona da anni così orripilante – di quelli di una redazione; il che si traduce nella possibilità di fare un altro lavoro, di qualsiasi tipo, che ci aiuti a sopravvivere meglio (e non pensiate che l’ipotesi sia poi tanto male, visto che in un ambiente letterario ridotto perlopiù a salotto da gossip, come pare andare tanto di moda in Italia, meno ci state e meglio è).

Ecco, questo mi sembrerebbe almeno un buon modo per scartare il pacco e vedere subito cosa c’è dentro, anziché star lì ad aspettare come di solito vuole chi vi propone master o stage – aspettare di avere ancora più competenze, ancora più esperienze, ancor più non si sa cos’altro quando in definitiva sarà il lavoro a mancare (e quindi non vi rubano solo risorse ma anche tempo, nell’illusione che l’esercito dei volontari e creduloni continui a ingrossarsi).

Internet potrà senz’altro tornarvi utile, alla faccia di chi cerca ancora di bollarlo come un calderone in cui non vi sia distinzione né professionalità: ma perché, voi vi ci raccapezzate nella montagna di carta che esce ogni giorno? E trovate più professionale chi magari vi chiede dei soldi per pubblicare, o non ve ne dà per lavorare? Io direi che è l’ora di ricominciare a mettere i puntini sulle i.

Note


[*] Romanziere, co-fondatore e redattore presso Scrittori precari e PrecarieMenti, caporedattore presso “Close up. Storie della visione”

[1] A tal proposito occorre specificare che con la redazione di Precariementi abbiamo inviato un dossier con dieci domande a diversi editori, ricevendo però ad oggi soltanto due risposte: una di Luisa Capelli, ex Melthemi, e l’altra di Piero Sollecito di Laterza (settore editoria scolastica).

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