Common Food

Common food

Pratiche, retoriche e politiche attorno al cibo e la sua produzione.

Tu credi, europeo marcio, di amare il deserto, la natura, la campagna, ma poi dici “finalmente” quando ricompaiono i segni dell’odiata civiltà.

Luciano Bianciardi, Viaggio in Barberia

Mentre gli Stati Uniti minacciano l’applicazione di super-dazi ai prodotti alimentari provenienti dalla UE come risposta al bando europeo (2015) che blocca l’importazione di carne USA trattata con ormoni, l’agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) ha manifestato un parere negativo sul glifosato come sostanza cancerogena. Stiamo parlando di uno degli erbicidi più utilizzati a livello mondiale in agricoltura.

Notizie di questo tipo mostrano immediatamente quali interessi ruotano intorno alla produzione di cibo: la crescita esponenziale dell’agroindustria, la formazione di mercati sempre più globali e la ricerca di consenso elettorale contribuiscono a definire ciò che mangiamo.

Ma ciò che stupisce di più, osservando meglio le campagne (non solo in Italia), è il diffondersi di modelli di produzione agricola che non vanno nella direzione univoca dell’industrializzazione, che mettono in discussione l’utilizzo di prodotti chimici e dove si ridefiniscono relazioni sociali ed economiche. La critica ai modelli dominanti non ha colpito solo la produzione, ma anche lo scambio e il consumo: ne sono degli esempi le vendite dirette, i mercati contadini, i gruppi di acquisto solidale, i sistemi di distribuzione urbani a filiera corta.

Questa crescente attenzione alle logiche economiche, che vanno dal seme al bene alimentare ed ai significati simbolici che sono attribuiti e veicolati dal cibo, si esplica in un’eterogeneità di pratiche che rappresentano possibilità di cambiamento delle quali occorre tracciare una geografia culturale e politica.

Al di là di un mero esercizio letterario, è importante non lasciare la produzione di significati alla mercé di strumentalizzazioni economico-politiche basate su letture semplicistiche e propagandistiche. In questo senso l’urgenza a cui ci richiamiamo è prevalentemente politica: contribuire alla gestione, sia sul piano reale che simbolico, del cibo come bene comune.

Da uno sguardo verso il passato è possibile intravedere i cambiamenti della relazione fra produttori e consumatori. Cambiamenti che non impongono né un superamento né un’esclusione di modelli che storicamente sussistono all’interno del mondo agricolo, creando un panorama nel quale è possibile trovare costanti seguendo molteplici direzioni.

La politicizzazione del cibo ha creato vere e proprie forme di attivismo agro-alimentare delle quali fanno parte i discorsi e le azioni volte a rendere i sistemi alimentari più democratici, sostenibili, etici, culturalmente appropriati e migliori in qualità.

Le attuali forme di food activism sono il frutto dei modi di rielaborare flussi globali: dalle politiche di sviluppo internazionali ai movimenti no global. Non c’è da stupirsi quindi che questi processi si siano attivati inizialmente nei paesi meno industrializzati dove le dinamiche del lavoro sono apparse immediatamente come forme di dominio e sfruttamento da parte delle grandi società commerciali occidentali.

Oggi possiamo vedere reti e movimenti che uniscono produttori, artigiani, consumatori e co-produttori a livello europeo e mondiale: pensiamo ai movimenti contro l’applicazione del TTIPP o a quello dei seed savers, alla campagna per la biodiversità agraria lanciata a livello europeo – Let’s Liberate Diversity –, alla rete Via Campesina, fra tante altre forme di articolazione sovrastatale.

Nonostante si possano tracciare elementi comuni a questi movimenti, come il lavoro, l’ambiente o le rinnovate necessità identitarie, le possibilità di un cambiamento concreto passano attraverso gli strumenti di interpretazione e di azione che i soggetti trovano nei loro contesti specifici.

È in questo incontro di aspetti extra-locali e locali che si genera il movimento. Una ruota nel vuoto non può andare da nessuna parte. L’antropologa Anna Tsing ci ricorda che, qualsiasi moto, per essere tale, ha bisogno di un attrito con superfici specifiche. Questo vale anche per quelle idee, chiamate universali (ad esempio progresso, sviluppo, scienza, diritti umani), che storicamente hanno avuto più facilità di passare attraverso contesti differenti, assumendo però allo stesso tempo caratterizzazioni specifiche.

Nonostante le pratiche costruite durante gli ultimi vent’anni, non dobbiamo con questo abbandonarci ad illusioni di cambiamento delle strutture economiche e sociali che, dal dopoguerra ad oggi, si sono consolidate pur modificandosi secondo tempi e contesti.

Sull’effettiva capacità di ampliamento dello spazio pubblico di azione politica da parte di questi movimenti sussistono diverse letture e pareri critici con cui vogliamo dialogare ed insieme aiutarci a comprendere il mondo rurale contemporaneo. Wolf Bucowski, ad esempio, in una sua recente intervista su Giap mostra alcuni degli aspetti problematici delle mobilitazioni nate attorno a discorsi di sovranità alimentare e cibo di qualità che oggi manifestano aspetti quantomeno contraddittori. Attraverso questa attitudine critica è possibile dare un contributo significativo alle pratiche ed ai movimenti che si stanno costruendo.

La modernizzazione della vita rurale ha imposto trasformazioni spesso drammatiche ai luoghi attraversati ma ha anche rimodulato e in parte superato condizioni storiche di esclusione. Il mondo agrario ha cessato di essere lo spazio simbolico della subalternità contrapposto all’egemonia dei salotti e dei luoghi di potere.

L’alfabetizzazione o la diffusione dei mezzi di comunicazione (radio e televisione) sono stati elementi della modernità, fra altri, che hanno contribuito a cambiamenti culturali fondamentali. Se pensiamo poi a tecnologie più recenti di redifinizione sociale come la diffusione di internet, l’uso dei social network, la velocizzazione di spostamento di idee e persone, capiamo come la dicotomia classica egemonico/subalterno, usata per comprendere la ruralità, sia quantomeno da rivalutare nell’ottica contemporanea.

Diventa evidente come la campagna non è più esclusivamente un ambiente residuale, dove la scorsa generazione aveva ri-trovato il paesaggio sonoro della musica popolare riattualizzandola nelle città come forma di contrapposizione politica. Oggi questa contrapposizione è vissuta all’interno degli stessi spazi rurali, che vengono trasformati in banchi di prova immediati (e non mediati dall’attivismo urbano) per concetti e pratiche politiche contemporanee. Sono esempi di tale attualità politica la presenza di forme di anti-marchi come quello di Genuino Clandestino, le forme di autocertificazione e fiducia fra produttori e consumatori che si realizzano nel progetto dei G.A.S. (gruppi di acquisto solidale) e al contempo le rivendicazioni di artigianalità e artisticità dei produttori.

Non evidenziare le contraddizioni presenti all’interno del mondo rurale contemporaneo sarebbe un grave errore di prospettiva. Non è possibile tralasciare dall’analisi la constatazione di luoghi fortemente impoveriti sul piano sociale, ambientale ed economico da decenni di adesione ad un sistema di mercato parassitario. In questo quadro, possiamo leggere l’approccio fortemente conservativo usato spesso, in ambito rurale, come strategia di resistenza passiva alle problematiche che lo attraversano. Strategie che portano anche a nuove forme di gentrificazione della campagna dove la produzione agricola lascia completamente il suo posto alla costituzione di una coreografia bucolica di facile uso e consumo turistico.

Uno dei rischi in questo contesto è la produzione di facili ideologie alimentari (free, bio, vegan, etc…) spesso utilizzate dalle multinazionali del cibo per accattivarsi le mutate esigenze dei consumatori. Per non farsi schiacciare da questa tensione fra ideologie ed imperi alimentari è necessario focalizzare i percorsi che sono portatori di cambiamento sociale ed economico.

Print Friendly, PDF & Email
Tags: , , , ,