Sulla professionalità (negata) degli insegnanti di italiano ai migranti

In Italia non esiste un programma serio, sistematico e di lungo periodo per l’apprendimento della lingua italiana da parte degli alunni con altra madrelingua.

scuola XM24

[Questo articolo recupera e aggiorna quanto l’autrice ha già espresso su Contropiano il 17 dicembre scorso.]

Nell’ambito dei diritti educativi degli studenti migranti/di origine migrante nell’ultimo mese è successo un po’ di tutto: dalla segnalazione, il 17 dicembre, da parte della Scuola di Italiano con Migranti XM24 dell’impossibilità da parte di un ragazzino bengalese di frequentare la scuola media, poiché l’Istituto del quartiere in cui la famiglia aveva fatto domanda di iscrizione era pieno e le procedure per trovare un posto erano state avviate solo dopo 8 mesi dalla richiesta dei genitori, il tutto nella “democratica” Bologna, alla decisione da parte del Comune di Brescia di istituire un albo degli insegnanti in pensione, da cui gli Istituti possono attingere per l’insegnamento a titolo gratuito della lingua italiana agli alunni migranti (di cui si è parlato qui su il lavoro culturale, il manifesto, YallaItalia, Carmilla), che ha dato il via ad un rafforzamento nelle rivendicazioni della professionalità e dignità lavorativa degli insegnanti di italiano L2/LS, alla notizia del 13 gennaio per la quale, sempre nella civilissima e avanzatissima Bologna, un Istituto statale non fa mistero di utilizzare già insegnanti in pensione volontari che gratuitamente e pietosamente aiutano quei poverini degli studenti stranieri (tale è il tono dell’articolo del Resto del Carlino, che rispecchia comunque lo sguardo miserevole e caritatevole con cui si guarda all’insegnamento dell’italiano ai migranti).

Tutto questo sta cominciando a far uscire dall’ombra due questioni: da un lato il grande problema di migliaia di insegnanti di italiano a migranti che, nonostante svolgano un lavoro di cui vi è grande necessità, non vedono assolutamente riconosciuta la propria professionalità, la propria formazione e la propria esperienza, anzi le vedono sistematicamente negate in nome del “risparmio”; dall’altro la fattuale assenza di riconoscimento del diritto degli studenti non madrelingua ad avere insegnanti preparati, formati, esperti, e non solo dotati di spirito caritatevole.

Non mi soffermerò sul primo aspetto, già trattato nei contributi sopraccitati e su cui ci sarà senz’altro occasione di parlare ancora. Vorrei qui porre l’attenzione su un problema che sta a monte, che è causa diretta di quanto scritto sopra ma di cui poco si discute: nonostante tutti i proclami ministeriali a favore di integrazione, pari opportunità, inclusione e tutto il resto, in Italia non esiste un programma serio, sistematico e di lungo periodo per l’apprendimento della lingua italiana da parte degli alunni con altra madrelingua. Non c’è, non c’è mai stato e, se si continua a non parlarne, non ci sarà mai. Lo Stato, così “preoccupato” per il futuro degli studenti da spendere 6,6 milioni di euro in attività di orientamento, non spende praticamente nulla per l’integrazione, inclusione o tutte le altre belle parole di cui si riempiono la bocca ministri e governanti vari per gli studenti migranti/figli di migranti: tutta questa educazione per il futuro, per l’Uomo di domani, buon lavoratore, obbediente, conformista, magari con la cittadinanza italiana, ma niente per il bambino e il ragazzo qui e ora.

Le scuole non dispongono di docenti che si dedichino esclusivamente o principalmente alla didattica dell’italiano L2 e di fatto non sono obbligate a fornire supporto linguistico adeguato ai propri studenti non madrelingua. Solo grazie ai Comuni o alle Province (attraverso i Piani di Zona, peraltro sempre più erosi), grazie a fondazioni private (che purtroppo continuano ad assumere funzioni proprie dello Stato), o appunto servendosi di volontari, alcuni istituti riescono, per un tempo spesso limitato, ad organizzare attività di supporto linguistico, di qualità non sempre indubbia e con disparità estreme da un territorio all’altro. Gli unici fondi stanziati dal Miur per il supporto linguistico agli studenti con madrelingua diversa dall’italiano rientrano nel progetto “Misure incentivanti per le aree a rischio, a forte processo immigratorio e contro l’emarginazione scolastica”: per l’anno scolastico 2012/13 questo progetto ha visto lo stanziamento di 53.195.060 euro complessivi a livello nazionale, da ripartire per ogni regione e poi per ogni istituto. Per la regione Emilia Romagna, per esempio, i fondi disponibili per l’a.s. 2012/13 ammontavano a 2.403.267,40 euro, da dividere tra 475 istituzioni scolastiche. Sembrano somme ragguardevoli, ma se andiamo a controllare di quanto poteva disporre ogni singola scuola la cifra diventa risibile: 5.000 euro in media (con punte di 10 mila euro per alcuni istituti del bolognese, del modenese e del piacentino), peraltro non riservati all’insegnamento della lingua a studenti migranti, ma riferiti “a tutte le fasce di studenti che presentano difficoltà a livello individuale, familiare e sociale: attenzione prioritaria agli studenti a rischio di dispersione e di abbandono per qualsivoglia ragione, ai nomadi, agli studenti malati in ospedale e/o a domicilio e agli studenti di recente immigrazione non italofoni”. Ma c’è di più: queste “Misure incentivanti” non stabiliscono che le attività di supporto linguistico debbano essere condotte da docenti preparati nella didattica della L2, quindi qualsiasi insegnante in servizio presso l’istituto (poiché questi fondi escludono a priori l’assunzione di personale esterno) può proporsi per l’attivazione di corsi di L2, anche senza formazione specifica o esperienza. Possiamo dire, dunque, che è lo Stato stesso a normare il fatto che per insegnare l’italiano agli studenti non madrelingua si possa utilizzare chiunque.

A fronte di queste gravi “dimenticanze” (tali per cui in Italia non esistono cattedre di insegnamento dell’italiano come L2 nelle scuole, non ci sono classi di concorso specifiche né graduatorie), il Miur se la cava con Direttive e Circolari che collocano automaticamente i ragazzi e le ragazze con madrelingua non italiana nella categoria dei Bisogni Educativi Speciali, una nozione che individua l’origine sociale, culturale ed economica come handicappante, che assume la concezione che la diversità è una ricchezza ma solo se non mette in dubbio determinati valori (quello del monolinguismo per esempio), che parla di “inclusione” mentre stabilisce che la cultura che tu migrante vivi in casa non serve a niente, anzi è fonte di difficoltà. Una nozione che promuove una “inclusione” a costo zero che non può che essere strumentale e fasulla, poiché con essa il Miur continua a non prevedere di stanziare fondi per supportare questi alunni, continua a non prevedere per loro insegnanti preparati nella didattica della L2, continua a farli “prendere in carico” dagli insegnanti di classe. Nelle Direttive e Circolari sui Bisogni Educativi Speciali, infatti, l’insegnante di italiano L2 non è citato neanche per sbaglio.

Questa impostazione non viene messa in discussione nemmeno nella Nota del 22 novembre 2013, che qualcuno ha erroneamente interpretato come una rettifica mentre in realtà continua a etichettare questi studenti come studenti con Bisogni Educativi Speciali e, in base all’approccio inclusivo a costo zero, a normare la loro esclusione dal diritto all’educazione linguistica. Qualsiasi insegnante di classe sa che pensare di “includere” (cioè insegnare a comunicare o studiare in lingua italiana) senza poter far affidamento su docenti di italiano L2 è una barzelletta. Cosa che peraltro sanno anche dirigenti e amministratori, se poi si trovano “costretti” ad utilizzare il lavoro gratuito di volontari.

Siamo di fronte, dunque, a scuole che si servono della ormai cronica mancanza di fondi per giustificare l’utilizzo di personale che lavora gratis, Comuni che avallano serenamente queste azioni, che permettono loro di evitare di dover stanziare fondi per gli studenti migranti (azione che politicamente sempre rischiosa perché utile per attrarre voti di “sinistra”, ma anche pericolosa in momenti di revival populistico del “prima gli italiani”) e Ministero che lascia fare sghignazzando soddisfatto.

Che il Ministero risponda ai sacrosanti diritti degli studenti migranti includendoli nella categoria dei Bisogni Educativi Speciali piuttosto che stanziando fondi e stabilendo di avvalersi di figure professionali ad hoc non è un caso, se pensiamo che l’impianto entro cui tale categoria è accolta si configura come uno strumento per “risparmiare risorse”, per esempio eliminando la figura dell’insegnante di sostegno per disabili. Può essere interessante ricordare che la Fondazione Agnelli (sui cui documenti si sono basate in pratica tutte le ultime riforme sulla scuola, in modo assolutamente bipartisan) è in prima linea nel supportare questo approccio, così come guarda caso la misurazione degli apprendimenti degli studenti tramite test standardizzati e in base ad essi la valutazione della performance delle scuole e, sempre guarda caso, della “premialità in funzione al merito” degli insegnanti. Possiamo pensare che queste eminenti personalità legate alla grande imprenditoria privata siano sinceramente interessate al buon funzionamento della scuola pubblica; o possiamo pensare che si tratti di impercettibili ma precisi passi sulla strada della “riorganizzazione” neoliberista del sistema scolastico, che può rappresentare un’opportunità di investimento succulento per le grandi imprese private (a cui già si apre la porta con la “sussidiarietà”), che va a braccetto con i continui tentativi di risparmiare sul lavoro degli insegnanti e che ovviamente vede di buon occhio la possibilità di sfruttare il lavoro gratuito. Di qualità o meno, poi, poco importa, visto il peso politico – praticamente nullo – dei migranti.

È necessario, dunque, collegare tutti questi aspetti e soprattutto collegare le rivendicazioni degli insegnanti di italiano a migranti a veder riconosciuto il proprio ruolo e il proprio giusto compenso con la necessità di aprire un dibattito serio sul diritto all’educazione per gli studenti migranti/figli di migranti, sulle etichettature ed i loro scopi (ed è quantomeno paradossale che nessuna associazione migrante se ne occupi), legando queste lotte a quelle più ampie contro lo sfruttamento del lavoro precario e per il diritto allo studio.

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