Franca Ongaro Basaglia: tra pratica e teoria, la lunga strada dei diritti

A dieci anni dalla morte di Franca Ongaro Basaglia, la ricchezza delle sue parole e l’importanza di un incontro. Parte II

In collaborazione con la Fondazione Franca e Franco Basaglia, siamo oggi alla seconda tappa di un percorso di approfondimento sulla figura di Franca Ongaro Basaglia, in vista del seminario “Le carte e la memoria”, organizzato dalla Fondazione in occasione della presentazione del suo archivio. Il seminario si terrà a Venezia, sabato 31 gennaio all’isola di S. Servolo a partire dalle ore 10.30.  

Pubblichiamo oggi la seconda parte (qui la prima) della lectio doctoralis tenuta da Franca Ongaro Basaglia nel corso del conferimento della laurea honoris causa in Scienze politiche conferitele da parte dell’Università di Sassari, il 27 aprile 2001.*

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Tutela, diritti e saperi disciplinari – Parte II

Le difficoltà incontrate da alcune delle principali riforme promosse da grandi movimenti fin dagli inizi degli anni sessanta e di cui i governi, negli anni settanta, si sono assunti la responsabilità, hanno dimostrato qualcosa di più della semplice volontà di non realizzarle. Dopo anni di lotta minuta per ottenere i livelli minimi di applicazione (del resto non ancora raggiunti), mi pare infatti che si possa chiaramente individuare un elemento di cui si è tenuto scarsamente conto e che è stato alla base del movimento che da quasi quarant’anni opera nel settore della salute mentale: se l’acquisizione del diritto a un nuovo rispetto della persona (malato, disturbato mentale, menomato o detenuto che sia, e quanto più è disagiato e privo di risorse economiche e culturali più ha bisogno di questo rispetto) non riesce a modificare i corpi professionali e le discipline che non lo hanno mai contemplato e che ora dovrebbero garantirlo, essa si riduce a pura enunciazione di principio, priva di possibilità di realizzazione concreta. In assenza di questa modifica la reazione più semplicistica alle difficoltà che si incontrano è tentare di emendare le leggi di riforma, per mantenerle adeguate ai vecchi corpi professionali e alle vecchie discipline che restano ciascuna padrona in casa sua, senza interferenze e senza verifiche.

Ma in una società disuguale e democratica le riforme – se sono reali – dovrebbero puntare, come tappa di un processo evolutivo, all’acquisizione di diritti settoriali capaci di riproporre, da un livello contrattuale più alto, il problema della disuguaglianza dei bisogni (che è disuguaglianza sociale ma anche diversità di sesso, di opportunità, livelli diversi di potere, stato di sofferenza e di impotenza, impossibilità di espressione soggettiva). Questi diritti settoriali – democraticamente riconosciuti – si trovano però a essere garantiti e tutelati dalla stessa cultura che, nata e sviluppatasi in coerenza con i valori espressi da una società disuguale, ha contribuito a mantenere e occultare tutte le variabili sociali che costituiscono i fenomeni di cui ci si occupa.

L’acquisizione di un nuovo diritto per tutti in un settore specifico per poter essere concretamente e quotidianamente rispettata, dovrebbe dunque comportare l’esigenza di agire anche sui processi culturali, sui modelli operativi e sulle pratiche istituzionali, che devono, insieme, promuovere e tutelare questo diritto.

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Tuttavia, nel caso di modelli operativi che continuano a mettere tra parentesi il problema della disuguaglianza (che riguarda il malato e non la malattia, la persona e non il fenomeno) per occuparsi di diversità separate, più o meno naturali (malattia, devianza, vecchiaia, disabilità, organi, geni, per ogni disciplina il suo luogo e i suoi esperti), il diritto soggettivo è ancora rappresentato solo dal tecnico, unico padrone dell’esperienza malata.

È dunque alle risposte tecniche implicite nel vecchio modello che accedono i nuovi diritti acquisiti in questo settore. Ma ciò significa che i “diritti del malato”, le “carte dei diritti” possono essere garantiti solo da un cambio radicale dei corpi professionali e dei fondamenti culturali delle diverse discipline che agiscono essenzialmente su parti separate dei corpi, mentre dovrebbero misurarsi con i bisogni soggettivi, affettivi, sociali di cui questi corpi sono intrisi e che la stessa acquisizione dei diritti esprime più esplicitamente. La distanza fra teoria e pratica delle diverse discipline consiste essenzialmente nel fatto che solo la pratica è costretta a incontrarsi con questi bisogni, mentre la teoria può permettersi di ignorarli. Di fatto, i diritti nuovi non hanno ancora modificato davvero la cultura che deve rispondervi, e non si sono tradotti in nuove responsabilità individuali, professionali e sociali.

Ciò che è accaduto in Italia nel settore della psichiatria e che ne ha modificato le fondamenta – anche se il livello di applicazione della legge 180 può ancora dimostrarlo solo in parte e anche se sintomi di razionalizzazione di vecchi modelli e di vecchi strumenti sono già molto diffusi per quanto mascherati – è stato esattamente questo: agendo contemporaneamente sul fenomeno specifico (malattia, devianza ecc.) e sulla disuguaglianza (intendendo con questo tutto ciò di cui è fatta la problematica del vivere quotidiano degli utenti dei servizi pubblici: disoccupazione, sotto-occupazione, mancanza di casa, convivenze famigliari impossibili, mancanza di spazi soggettivi per esprimere la propria sofferenza, assenza di prospettive e di significato che possono manifestarsi attraverso malattia e devianza, arginando i quali malattia e devianza possono manifestarsi diversamente), la sfera reale del bisogno psichiatrico, quindi del bisogno sanitario, si riduce radicalmente. Le misure tecniche più adeguate alla specificità del bisogno sanitario dovrebbero allora essere parametrate su questa dimensione ridotta del fenomeno, ed è in questa operazione che consiste la prevenzione più efficace nei confronti della cronicizzazione del disturbo o dell’assunzione impropria di malattia, quindi la vera forma di riduzione del bisogno sanitario. Riduzione che non si realizza attraverso i tagli della spesa ma ampliando le opportunità concrete di vita e di relazione e, insieme, riducendo l’offerta di consumi sanitari.

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Nonostante quasi vent’anni di discussione fra richieste di modifica e difesa della legge, il problema della salute mentale continua a riproporsi in questi termini radicali, perché non si è trattato di un semplice cambio di teoria interpretativa sulla malattia, ma è stata costruita nella pratica la possibilità di inventare e usare altri strumenti attraverso una diversificazione delle risposte, un’integrazione dei servizi, delle competenze, delle varie discipline, dei ruoli, in un intreccio fra sociale, sanitario e psicologico che tenesse conto contemporaneamente di tutti gli elementi anche affettivi che sono il corpo stesso del nostro star male.

Da questo non si torna indietro. Ci sono ormai troppi protagonisti e troppi testimoni, compresa la maggioranza delle associazioni dei familiari dei malati. Protagonisti – utenti dei servizi, operatori, familiari – che hanno rimesso in gioco il rapporto medico-paziente trovando un significato diverso anche alla propria vita, nella riscoperta e nell’invenzione provocate dalla nuova complicità con i bisogni dell’altro, che in realtà sono i nostri stessi bisogni.

Questo significa però capovolgere l’ottica all’interno di ogni corpo professionale, ponendo il problema prioritario della disuguaglianza e del conflitto che essa produce come “radice” con cui ogni disciplina deve confrontarsi (ed è sulla pratica che si verifica questo incontro-scontro quotidiano). Senza questo capovolgimento, continueremo a restare nell’ambito di diversità più o meno naturali, oggetto di elezione delle diverse discipline, in cui nessuna soggettività trova posto tranne quella del tecnico e dei pazienti ad alto livello contrattuale. In questo contesto i diritti conquistati si limiterebbero all’accesso a settori sempre più vasti di tecniche specialistiche, di istituzioni differenziate sempre più parcellizzate, dove l’interezza del corpo e la sofferenza dell’uomo sono ignorate o delegate ad altri, a una solidarietà che rischia di riproporre la vecchia faccia dell’oblazione o del mercato. Il che continuerebbe a consentire che il conflitto, l’inquietudine, il rischio, la diversità, abbiano i loro spazi e i loro esperti, sì che non emergano come contraddizioni dell’umano e, soprattutto, che non risulti evidente quanto spesso si accompagnino alla disuguaglianza sociale, alla disparità nelle opportunità di vita e nei diritti di cittadinanza, all’impossibilità soggettiva di esprimersi.

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Ma se attualmente la contraddizione più eclatante di questo modello scientifico è la disumanizzazione della tecnologia medica e l’impossibilità, insieme, di garantire un’assistenza reale diffusa ai bisogni di salute della popolazione, la contraddizione più eclatante del modello di sviluppo economico che si continua a proporre è l’universalizzazione del rischio di cui siamo ora tutti consapevoli in modo sempre più palpabile. Quando ci si rende conto della parzialità delle risposte scientifiche ai problemi della vita dell’uomo, quindi nel momento in cui si procede a una messa in discussione dei diversi modelli operativi, ci si rende anche conto che proprio la parzialità della scienza, che ha potuto occultare la disuguaglianza, ha contribuito al rafforzarsi di un modello di sviluppo che ha portato all’universalizzazione del rischio da cui nessuno è più al riparo. Si sta parlando ormai da anni (ho partecipato alla conferenza di Ottawa dell’Organizzazione mondiale della sanità su questi temi, ed era il 1986 ) di ricomporre l’equilibrio individuo-società-ambiente che è stato rotto in secoli di storia, giocando sul dominio predatorio della natura e sul dominio dei corpi, ma anche sulle diversità naturali per confermarne la disuguaglianza (e la nostra storia di donne ne è uno degli esempi più clamorosi), giocando sulla separazione dei ruoli e delle competenze, sull’occultamento dei bisogni della persona in nome del progresso e del profitto. Dimenticando però che il progresso ha sempre comportato anche un regresso in quanto è sempre costruito a spese di qualcuno, ma è anche costruito sulla perdita di valori comuni, forme di aggregazione, punti di riferimento unificanti, qualità di vita e di rapporti. Un progresso teso solo allo sviluppo della tecnologia e del profitto ha bisogno di frantumare ogni elemento unificante, di distruggerlo per poter contare su una individualità di azioni e di interessi, di bisogni e di egoismi che si avvicini il più possibile al modello di vita proposto e imposto. Il calcolo dei costi/benefici cancella la dialettica tra progresso e regresso, nel momento stesso in cui il beneficio coincide con il profitto, con il consumo che lo consente e che occorre promuovere, e con la conferma dell’onnipotenza del modello, mentre il “costo” resta sempre lo scarto, la perdita in termini umani di chi è fuori gioco.

Se non si arriva a questa consapevolezza, una tecnologia sempre più spinta risulterà vincente, continuando a proporre un’immagine onnipotente della scienza e degli esperti che sembra sempre più cancellare la morte dalla vita, quasi si potesse morire solo di eutanasia, o per offrire i propri organi per i trapianti.

Con questo non intendo sottovalutare l’importanza della tecnologia medica. Sono una persona che ha dovuto ricorrere a più riprese all’aiuto indispensabile della medicina e del servizio pubblico. Ma credo di essere qui, in questo momento, anche grazie agli spazi di libertà, di decisione che mi sono stati consentiti e che ho salvaguardato, alla protezione non invasiva di cui sono stata circondata, alla caparbietà – che mi è congeniale – di non delegare la mia vita, la mia malattia, il mio corpo ad altri. Quindi grazie al rispetto di me che ho ricevuto e difeso e che mi ha consentito di vivere la malattia come parte della mia vita e non come oggetto estraneo, fuori dalla mia portata. Se la morte fa parte della vita, a maggior ragione ne è parte la malattia, ma nel senso che quanto più è nostra, nelle nostre mani, tanto più possiamo dominarla.

Ho di certo usufruito dei miei innegabili privilegi. Ma questo non è che la comprova del fatto che, nella condizione di inerzia, passività, subordinazione, umiliazione e non riconoscimento di sé che abitualmente induce il rapporto non paritario medico-paziente, avrei certamente mancato questo incontro che mi onora e di cui sono molto grata a tutti.

*Il testo è apparso per la prima volta in FRANCA ONGARO BASAGLIA, a cura di MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA, Salute/Malattia, Le parole della medicina, Edizioni Alphabeta Verlag – Collana 180, Merano, 2012

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