Franca Ongaro Basaglia: dire e fare il cambiamento

A dieci anni dalla morte di Franca Ongaro Basaglia, la ricchezza delle sue parole e l’importanza di un incontro.

Foto dell'archivio della Fondazione Franca e Franco Basaglia
Foto dell’archivio della Fondazione Franca e Franco Basaglia

In collaborazione con la Fondazione Franca e Franco Basaglia, avviamo oggi un percorso di approfondimento sulla figura di Franca Ongaro Basaglia, in vista del seminario “Le carte e la memoria”, organizzato dalla Fondazione in occasione della presentazione del suo archivio. Il seminario si terrà a Venezia, sabato 31 gennaio all’isola di S. Servolo a partire dalle ore 10.30.

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Pubblichiamo oggi la lectio doctoralis tenuta da Franca Ongaro Basaglia in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Scienze politiche conferitele da parte dell’Università di Sassari, il 27 aprile 2001.*

Tutela, diritti e saperi disciplinari – Parte I

Sono profondamente grata a questa università di così antica tradizione, alla Facoltà di scienze politiche che mi ha scelto per festeggiare il trentennale della sua fondazione, per l’onore che mi viene fatto come riconoscimento alla mia persona e alla mia attività, che tuttavia sento, soprattutto, come riconoscimento a quanti hanno creduto e contribuito, dall’inizio degli anni Sessanta con Franco Basaglia fino a oggi, a un’impresa che ha posto le basi concrete per un cambiamento culturale e sociale di grande portata. Quindi anche come riconoscimento accademico e insieme politico al valore di tale cambiamento. Per questo non posso non ringraziare con un abbraccio anche le tante amiche e i tanti amici che hanno voluto essere presenti in questa giornata che considero “nostra”.

L’avvenimento di oggi mi ha costretto a rivedere, rileggere, riordinare cose dette, scritte, fatte negli anni che mi hanno portato a sentire fortemente a quale livello si dibattessero i problemi, di quali intrecci fossero intessute le cose, rispetto alle grandi semplificazioni dell’oggi.

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La scelta del tema «Tutela, diritti e saperi disciplinari» doveva quindi contenere, almeno in parte, la complessità degli elementi culturali che hanno portato a questo cambiamento, che non ha toccato solo la psichiatria e le sue istituzioni, ma tutto il vasto terreno delle diversità naturali e della loro traduzione culturale e politica in disuguaglianza sociale, come forma di dominio. Mi riferisco alle donne, ai bambini, agli anziani, oltre che ai malati, ai disabili e alle loro istituzioni. Mi atterrò comunque, principalmente, all’ambito della psichiatria, o meglio della salute mentale, quale luogo da cui si possono più esplicitamente cogliere i passaggi di questo processo, anche se altrettanto chiari sarebbero risultati in un’analisi della storia della lotta di liberazione della donna, come esempio del primo uso della natura, della diversità biologica in termini di disuguaglianza e di potere, nonché nell’analisi dei processi e delle responsabilità individuali e sociali in cui il problema è coinvolto.

Pur essendo questo un tema che mi ha molto appassionato e impegnato, ho ritenuto più adeguato all’occasione presentarmi come una donna che parla di temi in cui comunque l’ambito sanitario e psichiatrico viene preso come esempio di tutti i processi culturali, politici e sociali che coinvolgono l’individuo e il suo diritto/dovere di cittadinanza.

Nell’evoluzione storica dell’atteggiamento culturale e delle pratiche istituzionali relative ai problemi del controllo delle devianze, si è passati attraverso una profonda trasformazione delle forme di “tutela” nei confronti della minorità, della menomazione, della devianza, della malattia, dell’handicap. Ciò che, tuttavia, sembra aver condizionato questa evoluzione non è soltanto il progredire del pensiero scientifico rispetto al problema, quanto piuttosto la graduale acquisizione di diritti di cittadinanza da parte di fasce di popolazione che ne erano escluse e l’assunzione, da parte dello Stato democratico affermatosi in Europa dal dopoguerra, del dovere di promuovere e attuare questa tutela e questi diritti (diversi articoli della nostra Costituzione ne sono un riferimento esplicito).

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Affrontare il problema della sofferenza psichica e della devianza dall’evoluzione delle forme di tutela mi consente di individuare alcuni elementi chiarificatori delle difficoltà che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo in Italia, dall’entrata in vigore della legge di riforma psichiatrica e sanitaria. Disagi e difficoltà che nascono dalla sua ancora parziale realizzazione, ma anche dallo scontro di esigenze di natura diversa, storicamente contrapposte (tutela del malato/tutela della società) che ora si trovano a coesistere tanto da richiedere risposte che tengano conto di entrambe.

Le fasi dell’evoluzione del concetto di tutela possono essere, grosso modo, identificate in tre momenti.

La tutela come espropriazione dei corpi, che coincide con l’internamento istituzionale e con l’esplicita difesa della società a scapito del “tutelato”; internamento consentito dalla totale assenza di diritti del “miserabile”, utente elettivo di queste istituzioni, quindi dalla totale assenza di giustizia sociale. La delega ai tecnici è in questo caso assoluta in quanto incentrata sul prevalere della difesa della comunità da ogni minaccia di pericolosità, a prezzo dell’eliminazione di chi viene tutelato. Si trattava in definitiva di una “soluzione finale”, attuata sulla base di una razionalità che contemplava l’esistenza della sragione solo nel momento in cui la imbrigliava nello schema di una malattia e di un’istituzione deputate a contenerla.

La tutela come forma di invalidazione assistita, che coincide con la logica dello Stato assistenziale quale risultato della conquista, da parte dei cittadini, del diritto all’assistenza, diritto che tuttavia non intacca il nodo di fondo della disuguaglianza sociale e anzi la conferma attraverso l’invalidazione dell’assistito. In questa fase essa tende, infatti, a esplicarsi in forme di assistenza alla marginalità improduttiva che, attraverso la riduzione dell’autonomia, dell’autogoverno e della responsabilità dell’individuo nei confronti di se stesso, della propria vita, della collettività producono forme di invalidazione dell’intero suo comportamento e delle sue capacità e possibilità di recupero. Tutto questo in una dimensione in cui la cultura medica continua a garantire che l’espressione soggettiva del bisogno, della sofferenza, del disturbo si indirizzi su canali già prestabiliti, continui cioè a garantire che la domanda sia sempre quella di un trattamento terapeutico che ha il compito di appiattire e organizzare solo in termini medici il conflitto, impedendo quindi al tutelato di riproporlo in quanto bisogno radicale. La necessità del “trattamento” non viene dunque messa in discussione in rapporto ad altre variabili ambientali e sociali che possono produrre il sintomo e ci si limita ad ampliare la gamma delle soluzioni attraverso l’ampliamento della gamma di ruoli degli operatori eliminare in essi coinvolti, con i quali discriminare i livelli di intervento che restano comunque tutti di tipo “curativo”.

in-the-style-of-kairouan-1914La terza fase, che corrisponde a ciò che è accaduto e sta accadendo in questi anni in Italia dopo l’emanazione di riforme che hanno riconosciuto l’universalità dei diritti della persona, si riferisce a un tipo di tutela a doppia faccia. Da un lato, la tutela di ogni minorità che ha bisogno di aiuto, non più come forma di esclusione o di invalidazione della persona, ma come progetto di abilitazione, cioè come promozione di capacità, autonomia, responsabilità nel rispetto dei nuovi diritti acquisiti, ma anche dei nuovi doveri che ne conseguono. Dall’altro lato, la tutela della società sana e produttiva, portatrice anch’essa del diritto a essere aiutata e difesa da ciò con cui può risultare difficile convivere e che può presentarsi come minaccia. Tenendo conto, però, che questo diritto non cancella il contemporaneo dovere sociale e politico di promuovere e sostenere il farsi reale dei diritti della parte più debole e svantaggiata.

Il problema consiste dunque nel come far coesistere questa doppia esigenza che non vuole e non può più essere antagonistica, in quanto nasce dal rispetto di bisogni e diritti da entrambi i lati irrinunciabili. È questo il nodo cruciale del problema e l’origine del diversificarsi delle posizioni in questi anni. Alcuni elementi su cui si articolano queste diversificazioni possono essere sintetizzati come segue.

Alcuni si muovono sulla convinzione che si sia trattato solo di umanizzare l’assistenza e di inglobare la psichiatria nella medicina, quale garanzia della scientificità dell’intervento e del superamento della violenza istituzionale. Ma l’avvio di questa dimensione, giocata fra tutela e diritto come misura di avvicinamento alla contrattualità e al riconoscimento della cittadinanza, quindi a una maggiore giustizia sociale, presume una messa in discussione delle diverse discipline che hanno a che fare con la “persona”, una messa in discussione delle violazioni dei diritti dei cittadini perpetrate in nome della cura e della terapia e implicite in modelli scientifici che si fondano sull’oggettivazione del corpo, sulla delega totale al tecnico di cui chi ha bisogno di cura e di assistenza è in completa balìa.

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Vi è poi una visione della tutela come riduzione dello spazio fisico, psicologico e sociale in cui il tutelato possa esprimersi, quale unica garanzia di controllo (e questo accade spesso anche nell’educazione dei figli quando non si accettano aperture vigili al rischio); mentre si possono perseguire forme di tutela che, proprio attraverso l’ampliamento di questi spazi, consentano la graduale conquista di un’autonomia e di una responsabilità perdute o mai o non ancora raggiunte. Si tratta quindi di una visione del rischio come primo elemento di reciprocità in un rapporto disuguale, in quanto il rischio della libertà dell’altro è anche rischio della propria libertà, delle proprie certezze che ci tengono prigionieri: è solo sulla base di un primo livello comune che si può costruire qualcosa che modifichi entrambi in vista di un possibile ulteriore cambiamento.

Vi è inoltre la convinzione che i fenomeni da tutelare (cioè ogni tipo di diversità che si considera immodificabile in quanto naturale e che perciò si ritiene necessario controllare e dominare), presentino un carattere totalizzante capace di trasformare non solo il comportamento, ma ogni elemento costitutivo della personalità di chi viene tutelato; mentre si può agire su tutti gli elementi in gioco che consentano un grado maggiore di consapevolezza e di responsabilità, attraverso l’aprirsi di nuove prospettive, nuove alternative e opportunità.

Infine, il fatto che l’acquisizione del diritto alla salute e l’enfasi posta dalla riforma sanitaria sulla prevenzione, cioè anche sui fattori ambientali e sociali presenti nella malattia, non consentono più la copertura di questi fattori attraverso cura e terapia, e lasciano scoperta la natura vera dei conflitti. Questo è un elemento prezioso. Infatti proprio il conflitto, cioè ogni relazione che ponga problemi, diritti, attriti, difficoltà sul piano del potere (quindi i conflitti di potere e di interesse fra il malato e la famiglia, fra il medico e il paziente, fra l’adulto e il giovane, il docente e lo scolaro, l’uomo e la donna, l’individuo e la società), se non è utilizzato come occasione per cancellare il più debole e incapacitarlo, può diventare fonte di conoscenza reciproca, di cambiamento, di ulteriore comprensione e modifica di sé e dell’altro. Accettare il conflitto significa allora tenere aperta la contraddizione, viverla e spostarla a un livello sempre più alto per mutare, attraverso la risposta, la qualità stessa delle domande e la nostra stessa capacità di rispondere. Nell’accettazione dell’altro e nel conflitto che produce c’è sempre il rischio della perdita di sé quando il ruolo – qualunque esso sia – non ti difende più, non ti ripara, non ti copre. Ma è questa uscita dal ruolo, pur giocandolo, che consente di passare da una domanda all’apertura di un’altra domanda qualitativamente diversa.

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Da questa analisi mi pare possa emergere una conclusione, e cioè il fatto che non può esistere una trasformazione culturale e sociale di tale portata se nel processo di emancipazione, di liberazione, di conquista di diritti da parte di categorie in precedenza escluse, non si emancipa dalla vecchia cultura, dalle vecchie credenze, dai vecchi pregiudizi, dai vecchi privilegi anche chi da questi diritti è da sempre garantito. Perché altrimenti resta in una qualche misura prigioniero della stessa rigidità di queste certezze e delle conseguenze che essa produce su quanti gli sono vicini, traducendosi in problemi, aggressività, incomprensioni, drammi e malattia.

In questo contesto assumono allora un’importanza cruciale l’aumento e il cambio qualitativo delle responsabilità dei tecnici delle diverse professioni che hanno a che fare con la persona, nei confronti di fenomeni che risultano molto più complessi e articolati di quanto la semplice riduzione in termini di “malattia” o di diversità abbia consentito di comprendere; nei confronti di un rischio che non può essere pagato solo da chi è portatore di conflitto per farlo sparire; nei confronti di una delega che per la complessità degli elementi in gioco non può essere affidata solo ai tecnici, ma deve contribuire a creare altra cultura per produrre altra realtà e altra realtà per produrre altra cultura.

 

*Il testo è apparso per la prima volta in FRANCA ONGARO BASAGLIA, a cura di MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA, Salute/Malattia, Le parole della medicina, Edizioni Alphabeta Verlag – Collana 180, Merano, 2012

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