Charlie Hebdo: solidarietà senza identità?

Attorno alla strage di #CharlieHebdo, pubblichiamo la traduzione, a cura di Giacomo Tagliani, di un articolo di Cinzia Arruzza uscito il 10 gennaio 2015 su Public Seminar.

Questo post appartiene a un dossier di approfondimento sulla strage alla redazione di «Charlie Hebdo». A questo link potete leggere lo Storify #CharlieHebdo: l’ordine del discorso.  

La volta che vidi Charb a Parigi fu il 24 gennaio 2010, il giorno dell’affollata commemorazione del filosofo e attivista francese Daniel Bensaïd a La Mutualité. Durante gli interventi, Charb continuava a disegnare e progettare vignette sul suo collega Daniel, del cui libro Marx: Mode d’Emploi aveva curato le illustrazioni l’anno precedente. Nella profonda tristezza che riempiva la grande sala, le sue vignette ci riportavano costantemente alla memoria il sottile umorismo di Bensaïd e il suo leggero sorriso malizioso con il quale era solito ammaliarci tutti, aiutandoci lentamente a lenire il dolore per la perdita. Charb, direttore del settimanale satirico «Charlie Hebdo», è uno dei dieci vignettisti e giornalisti uccisi, assieme a due poliziotti, nel feroce attacco di Parigi del 7 gennaio 2015.

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Da allora, messaggi di solidarietà che recitano “Je suis Charlie” – io sono Charlie – hanno continuato a dilagare sul web e su altri media, una massiccia caccia all’uomo per catturare i killer è tuttora in corso [l’articolo è datato 10 gennaio, ndt], colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi contro due moschee, un negozio di kebab è stato colpito da una bomba, e tutti i leader politici francesi hanno fatto appello all’unità nazionale in difesa della République. Abbastanza tristemente, ciò significa che l’attacco dovrebbe aver raggiunto il suo scopo.

Tra tutti gli obiettivi che potevano colpire, gli assalitori hanno deliberatamente scelto un giornale che, a dispetto di tutte le controversie legate alle vignette islamofobe da loro pubblicate, aveva ancora una credibilità presso la Sinistra francese. Un settimanale, per di più, che incarna una peculiare tradizione francese di laica irriverenza, lo specifico orgoglio francese di essere liberi di fare satira tanto su Dio quanto sul Re, godendo nel dilungarsi sulle oscenità triviali del genere. L’obiettivo è stato scelto politicamente con attenzione.

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La narrazione riguardo alla diretta corrispondenza tra la pubblicazione di vignette irriverenti su Maometto e l’attacco, come una sorta di meccanica connessione di causa-effetto, è oltremodo semplicistica. Né la narrazione circa gli attacchi alla libertà di espressione e di stampa è sufficiente per comprendere cosa stia realmente succedendo. La strategia sottesa all’attacco punta a polarizzare la società francese, a estremizzare il conflitto, e soprattutto a resuscitare il mantra dello “scontro di civiltà”. Isola inoltre la popolazione musulmana in Francia (circa cinque milioni di persone) e la espone a un’ulteriore escalation della già dilagante e preoccupante islamofobia. Sta spingendo la popolazione bianca a riunirsi dietro gli striscioni dell’unità nazionale repubblicana e dell’identità percepita sotto attacco da parte della nuova Francia, ovvero la Francia musulmana. E, in modo da non lasciare alla popolazione musulmana altra opzione di resistenza diversa dall’Islamismo radicale, sta colpendo la Sinistra francese, l’unico argine contro la proliferazione incontrollata dell’islamofobia nel Paese, proprio dove fa più male: nei suoi problemi a fare i conti con il passato e l’eredità coloniale della Francia e nel riformulare l’universalismo in un modo che possa includere pienamente la popolazione araba e musulmana.

«Charlie Hebdo» è un sintomo estremo dei problemi della sinistra francese. Le sue copertine alternano denunce e critiche alle politiche francesi contro gli immigrati e alla paranoia islamofoba di Houellebecq a una serie infinita di vignette con “gli islamici” come obiettivo. In seguito all’uccisione di un migliaio di Fratelli Musulmani nel massacro di Rabaa in Egitto nel 2013, «CH» pubblicò una copertina con una vignetta che recitava: «Il Corano è merda, non ferma le pallottole». I suoi difensori, sull’onda delle critiche e delle accuse di islamofobia che «Charlie Hebdo» iniziò a ricevere, sottolinearono con insistenza che la sua satira era rivolta a tutte le religioni indiscriminatamente.

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Che sia vero o no (e io penso che non lo sia completamente), questa risposta mostra un’incomprensione di base riguardo al contesto – la stessa incomprensione che portò parte della sinistra francese a capitolare in favore di un astratto secolarismo repubblicano in occasione della discussione sulla legge sul velo. I musulmani in Francia non sono solo una minoranza largamente oppressa e sfruttata, ma stanno diventando sempre più il capro espiatorio della crisi economica, lo specchio sul quale gli europei bianchi proiettano le loro paure e i loro incubi più profondi.

Ogni singola settimana in Germania migliaia di persone si riuniscono in diverse città sotto la denominazione organizzativa di PEGIDA per protestare contro la «Islamization des Abendlandes» (PEGIDA è l’acronimo per Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes [“Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente”, ndt]. Un giornale italiano di destra ha pubblicato la foto dell’attacco a «Charlie Hebdo» sotto il titolo Questo è l’Islam, e buona parte della popolazione italiana sarebbe assolutamente contenta di lasciar annegare gli immigrati musulmani nel Mediterraneo senza prestar loro aiuto.

In questo preoccupante, e francamente pauroso, scenario, la ripetuta pubblicazione di vignette caricaturali sugli islamisti tramite il ricorso a simboli religiosi e rappresentazioni stereotipate, che mediante un’unica simbologia identifica cinque milioni di persone oppresse che vivono in Francia, non è stato un atto di coraggio.

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A differenza del mio carissimo ricordo delle piacevoli, divertenti ed emozionanti vignette di Charb su Daniel Bensaïd, non riesco a farmi trascinare nella partecipazione al coro dicendo “Io sono Charlie”. Ma qui sta il problema. Questo attacco e questi omicidi confinano le persone come me in un angolo, rendendoci estremamente difficile il dire che troviamo questo atto di violenza disgustoso e inaccettabile, che detestiamo nel profondo le politiche, le strategie e i mezzi degli islamisti radicali, che proviamo dolore per le persone assassinate, ma che tuttavia non possiamo identificarci con «Charlie Hebdo». E che non possiamo mettere in campo l’atteso slogan “Siamo tutti francesi” in un momento in cui una specifica versione dell’identità nazionale francese è stato mobilitata per opprimere quei cittadini francesi che non sono in grado di identificarsi con questa.

Questo spazio angusto, lo spazio per una solidarietà capace di sfidare le identità piuttosto che rinforzarle o riaffermarle, per una solidarietà che non abbia bisogno di un’identità comune per esprimersi, è lo spazio che l’attacco contro «Charlie Hebdo» rischia di chiudere, obbligandoci a partecipare, volenti o nolenti, direttamente o indirettamente, alla rinnovata farsa dello scontro di civiltà.

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