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Il tempo dei migranti: un’introduzione

Presentiamo un’introduzione, a cura di Stefano Rota dell’Associazione Transglobal, a tre interviste* che verranno pubblicate nelle prossime settimane, dedicate al ruolo del tempo nei processi migratori. 

Il tempo, si sa, assume un senso compiuto e vivo solo se lo si relaziona all’accadere di eventi, sia che si presentino in forma cronologicamente sequenziale, sia che ci raccontino un agire simultaneo di soggetti differenti all’interno delle formazioni sociali storicamente determinate.

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Parlare, nel 2015, di fenomeni sociali, politici e culturali di fine anni Ottanta sembra di descrivere un mondo di cui abbiamo solo un pallido ricordo. In realtà, sono passati solo 25 anni, un battito di ciglia rispetto al tempo della Storia, che lo si voglia vedere “omogeneo e vuoto”, o, al contrario, che se ne evidenzi la sua disomogeneità, frammentazione e pienezza[1], cogliendone anche quegli aspetti di “simultaneità” temporale di cui parla Anderson[2]. Ma un quarto di secolo rappresenta, nella sua pienezza e disomogeneità, un arco di tempo sufficientemente lungo per definire cambiamenti importanti nella “guerra di posizione” che connota il conflitto culturale in una determinata struttura sociale. Basti pensare a cosa era l’Italia all’inizio del venticinquennio precedente, quello che si è chiuso alla fine degli anni Ottanta. Il movimento del ’68, l’autunno caldo, il movimento femminista e quello del ’77, gli “anni di piombo” hanno ridefinito la trama di alleanze, l’”articolazione” dei soggetti e delle identità, hanno modificato rapporti di forze tra e all’interno di ideologie che sembravano destinati a perdurare in eterno, imponendo mutamenti in tutte le componenti che costituiscono la struttura sociale, con effetti più o meno duraturi.

Se analizziamo il venticinquennio che va dalla fine degli anni Ottanta a oggi, per contro, possiamo certamente individuare nei movimenti migratori il fenomeno sociale che più altri ha indotto altrettanti posizionamenti, contrapposizioni, elaborazione e rivisitazione di impianti ideologici, definizione di nuove soggettività, all’interno di una “pratica discorsiva” che ha nell’identità – o nella ricerca e rivendicazione di un’identità – uno dei suoi punti centrali.

Le tre interviste che verranno pubblicate nelle prossime settimane, descrivono questi ultimi 25 anni, un periodo che possiamo chiamare, usando il titolo del famoso volume di Castles e Miller, “l’età delle migrazioni”[3] in Italia. Uso volutamente il termine “descrivono”, ben sapendo quanti e quali sono stati gli eventi che verranno ricordati nei libri di storia per questo periodo. Le stragi di mafia, il ventennio berlusconiano, le metamorfosi di quello che fu il Partito Comunista Italiano, la partecipazione a guerre più o meno dichiarate, Mani Pulite e il suo seguito, la nascita della cosiddetta “seconda Repubblica”, la attuale crisi economico-finanziaria, solo per citarne alcuni.

Ciononostante, le tre interviste, dicevo, descrivono questo periodo non tanto quanto, o di più o di meno di quegli eventi, ma lo descrivono a fianco degli (o in contrapposizione agli) stessi: costituiscono un percorso narrativo che, partendo da un punto di vista totalmente altro, parlano di quegli stessi cambiamenti sociali, politici, economici e culturali; “connotano” (nel senso che Hall[4] dà a questo termine dentro le pratiche discorsive, cioè di descrizione dei significati “associativi”) la nostra storia di questo quarto di secolo, facendo sì che difficilmente riusciremmo ad immaginarci in una situazione diversa da quella che costituisce la nostra contemporaneità.

Quello che Mellino, nella presentazione del libro di S. Hall del 2006[5] e citando Bhabha, chiama il “terzo spazio” è l’ambito di riferimento al cui interno si dispiega la soggettività migrante che agisce, o, come preferisce dire E. Isin[6], “attua”, in spazi che travalicano i confini nazionali, descrivendo striature e contiguità tra aree geograficamente lontane. Questo agire e queste aree definiscono lo spazio eterogeneo determinato dall’irruzione delle “periferie” al centro della “ex metropoli colonialista”, lo modificano, ne marcano nuovi confini e, allo stesso tempo, li mettono in discussione. Tale soggettività migrante crea delle fratture e contraddizioni all’interno del processo di inclusione che un’ampia parte della letteratura sull’argomento tende a descrivere invece come lineare. Al contrario, l’imprevedibilità, il non assoggettamento dell’agency e del soggetto che la produce definiscono momenti di ingresso e fuoriuscita temporanei da tale processo, ridiscutendone la validità assoluta e marcandone il suo carattere irreversibilmente “differenziale”, come la definiscono Mezzadra e Neilson.

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E’ molto forte l’assonanza tra “terzo spazio” e la definizione che D. Chakrabarty[7], citando a sua volta H. White e F. Schiller, richiama per definire il modo in cui i subaltern studies lavorano per una differente narrazione storica. Partendo dalla considerazione che la storia in sé non ha un significato e ordine predeterminato – un’infinità priva di senso, per dirla con le parole di Weber – e che “fornirle un significato è una responsabilità umana”, Chakrabarty riprende il tema “dell’addomesticazione politica dei fatti storici”, individuando uno spazio che sfugge a questa logica, alla dicotomica distinzione soggetto-oggetto. In questo spazio, i fatti storici, le storie individuali e collettive restano in una sorta di limbo “dell’incomprensibilità”, del sublime (nel senso di impossibilità all’addomesticazione, all’assoggettamento): la loro narrazione è la “voce media”, quella che parla della “natura sublime del processo storico”, come processi con un “innato disordine”.

L’idea che stava alla base della raccolta di queste tre interviste era, e rimane, quella di vederle collegate ai tre periodi che, mi sembra, compongano la ancora giovane età delle migrazioni in Italia.

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L’intervista come strumento narrativo presenta punti di forza e punti di debolezza, soprattutto, per quanto concerne i secondi, se viene svolta utilizzando una lingua terza (in questo caso l’inglese), come è accaduto per il secondo e terzo racconto (Jakie e Juvi sono di madre lingua tagalog, i tre nigeriani hanno come lingua materna idiomi locali). Da un lato, l’intervista facilita l’emergere nel modo meno mediato possibile la voce degli stessi, dando a loro un ruolo, più che di “soggetti parlati”, di veri coautori, come ha magistralmente insegnato Romano Alquati, nelle sue indagini nelle fabbriche torinesi negli anni Sessanta[8]. Sul versante opposto, va ricordato come la traduzione intervenga in modo, spesso, irruento nelle trame relazionali e comunicative (come hanno ben descritto Balibar, Mezzadra, Sakai e altri studiosi[9]), a maggior ragione se questa agisce in modo duplice: dalla linguamadre dell’intervistato all’inglese e da questo alla linguamadre di chi raccoglie l’intervista. Oltre a ciò, va ricordata l’importanza determinante delle pratiche di codificazione e decodificazione[10] del significato nei processi comunicativi: la non scontata aderenza e sovrapposizione tra i due elementi, essendo entrambi fortemente condizionati da fattori ideologici e culturali, crea distanze tra il vissuto identitario, la sua codificazione che si traduce nel racconto, la raccolta dello stesso attraverso il processo di decodificazione che, a sua volta, ne consente la riproduzione. Questa si trasforma in una nuova codificazione, a cui corrisponderà una successiva decodificazione da parte dei destinatari ultimi.

 

Note

[*] Le interviste sono già apparse, in altra forma sul blog Transglobal di Frontiere News.

[1] Così lo descrivono Mezzadra e Neilson in Mezzadra, S., & Neilson, B. Confini e frontiere. Il Mulino, Bologna, 2014.

[2] B. Anderson, Comunità Immaginate, Manifestolibri, Roma, 1996

[3] Castles, S., & Miller, M. L’età della migrazione. Odoya. Bologna 2012

[4] G. Leghissa (a cura di) Hall S., Politiche del quotidiano, Il Saggiatore, Milano 2006

[5] Hall S. Il soggetto e la Differenza, Introduzione di M. Mellino, Meltemi, Roma, 2006

[6] Isin, E. Citizenship in flux: the figure of the activist citizen. Subjectivity issue 29, 2009 , pp. 367-388.

[7] Chakrabarty, D. La storia subalterna come pensiero politico. Studi culturali, 2004 , pp. 233-251.

[8] Alquati, R. Per fare conricerca. Velleità alternative, Torino, 1993

[9] Sakai, N., & Mezzadra, S. (a cura di). Translation – Issue 4 Politics , 2014, pp. 9-29.

[10] G. Leghissa (a cura di) Hall S., 2006 (op. cit.). Codificazione/Decodificazione, pp. 43-56.

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