Romanzi di una strage

di Edoardo Becattini @edo_beca

Fra la strage di Piazza Fontana a Milano e il massacro alla Scuola Diaz di Genova ci sono più di trent’anni di storia italiana. Fra l’uscita nelle sale di Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana e Diaz di Daniele Vicari solo due settimane, che si assottigliano adesso a un solo giorno nel calendario delle uscite in home video. In sé, è già un evento che nell’asfittico panorama di commedie sul precariato e drammi familiari escano a breve distanza due film su due momenti così diversi di collasso della democrazia italiana.

Due “romanzi di ricostruzione” accomunati da un progetto simile: mettere in scena le varie vicende a partire da testimonianze e processi per riempire lo iato che separa Legge e Verità, sentenze giudiziarie e fatti documentali. Due cronache che utilizzano la retorica drammaturgica per cogliere la complessità dell’evento storico e inciderlo nella memoria. E che, tuttavia, in questa ipotetica cornice del “romanzo evenemenziale”, propongono modi di costruzione e di organizzazione del racconto che non potrebbero essere più differenti. Quello di Marco Tullio Giordana è il resoconto della nascita degli anni di piombo e del decennio dello stragismo. Al contrario del lavoro per la televisione La meglio gioventù (anch’esso scritto assieme a Stefano Rulli e Sandro Petraglia), Romanzo di una strage non è costruito come un’epopea borghese incentrata su personaggi qualunque, ma attorno ai reali protagonisti della vicenda, in modo particolare il commissario Luigi Calabresi e il ferroviere anarchico Pino Pinelli. Il film, nelle stesse intenzioni del regista, nasce dal desiderio di correggere la stortura di una cultura media liceale che dimostra di non conoscere i fatti di Piazza Fontana e di ignorarne cause e conseguenze. E il principio su cui si regge il lavoro drammaturgico di Rulli, Petraglia e Giordana è quello di piegare la narrazione all’evento, sottomettere la funzione poietica a quella didattica, il processo creativo alla conoscenza degli accadimenti. Nel grande valzer di personaggi e di attori famosi che lo distingue, Romanzo di una strage segue una traiettoria assolutamente lineare, quasi deterministica nel suo allineare frammenti, episodi e capitoli secondo una legge della divulgazione. È un vettore che attraversa tre anni di Italia concentrandosi più sulle parole che sulle idee, in cui il clima politico e lo spirito del tempo sono solo predicati all’interno di frasi sentenziose. Per questo la costruzione del suo Romanzo sa poco di letterario e molto di scolastico, come un manuale di storia che reca già tracce di evidenziatore. Ogni dettaglio è esibito laddove è utile a comprendere la funzione dei personaggi e delle loro parole-azioni; ogni personaggio inquadrato in una silhouette storica e istituzionale prima ancora che in una caratterizzazione qualunque; ogni momento chiosato attraverso la parola, quasi sempre marcata dal dialetto di appartenenza. La dinamica della messa in scena riflette questo stesso ideale divulgativo. Ad eccezione del momento in cui Giordana ricostruisce lo scoppio della bomba (delle bombe?) delle 16.37, il film è costruito sulla dialettica fra campo e controcampo del dialogo. In questa ossessione per la dialettica e il dialogo, il film raddoppia tutto: non solo le famigerate due bombe duramente contestate da Adriano Sofri, ma i due principali difetti del cinema civile italiano, ovvero il Grande Vecchio e l’Eterno Giovane, la teoria del complotto e il pedagogismo illustrato. L’esatto contrario di quel che avviene con Diaz di Daniele Vicari. Anche qui un evento (il G8 di Genova e la notte dell’assalto alla scuola Diaz da parte dei reparti mobili della Polizia) segnato da processi e un racconto sulla violenza di Stato che punta dritto alla memoria e alla coscienza del suo spettatore. Solo che, vuoi per la maggiore vicinanza agli eventi raccontati o per l’importanza che hanno avuto le prove video e fotografiche all’interno dei processi, Diaz, rispetto a Romanzo, restringe l’ampiezza della cornice cronologica (tre giorni contro tre anni) e opera prima sull’immagine che sulla parola. Ridotto l’evento, la narrazione può muoversi liberamente attorno ad esso, procedendo circolarmente, girandoci attorno e, una volta stabilite le premesse, addentrarvisi e dilatarlo. La parabola compiuta dalla bottiglia di birra scagliata da un manifestante contro la volante della polizia e ripetuta in ralenti più volte nel corso del film non è solo centro di propulsione narrativa, ma la sintesi del movimento del film. Movimento stilistico, con la panoramica eletta simbolicamente a lettura di una vertigine devastante, e movimento narrativo fra una grande costellazione di personaggi che prende e abbandona continuamente, come in un girotondo programmaticamente aleatorio attorno al nucleo della violenza di stato. Qualcosa di simile a quel che ha fatto Brian De Palma con i nuovi media in Redacted [1], ma trasformando ogni documento video utilizzato nei processi in un punto di vista e in un soggetto drammaturgico intercambiabile. Diaz è davvero il romanzo (polifonico) di una strage perché del grande romanzo adotta quindi anche la visione onnisciente del narratore documentato. Le immagini che su tutte rappresentano questa ampiezza di sguardo sono quelle che mostrano dall’alto l’ingresso nella scuola dello squadrone di polizia, serrato come una legione romana per sfondare l’ingresso, e quelle riprese dalla stessa angolatura ma successive al massacro, mentre i feriti stesi sulle barelle appaiono come figure di una deposizione cristologica. Anche queste immagini dialogano fra loro e formano la dialettica sotterranea del film di Vicari: una dialettica tutt’altro che lineare. È la dialettica di un fronte di guerra fra popoli e istituzioni e di un campo di battaglia in cui è chiaro chi sono le vittime e chi i carnefici. Romanzo lineare contro romanzo circolare, dunque. Sguardo totalizzante di chi parla dall’alto della cattedra da cui impartisce una lezione frontale contro visione onnisciente che si carica dell’idea di una collettività. E che, soprattutto, si esime dal dare insegnamenti ma solo moniti, cogliendo la paura, l’adrenalina e la rabbia di un mo(vi)mento.

[Abbiamo raccolto alcuni degli articoli più interessanti sui due film in una board di Pinterest]

Note

 


[1] qui il video “Immagini (ri)vedute e montaggio obbligato. Su Redacted di Brian de Palma”alla giornata conclusiva del seminario “Lo sguardo e l’evento. Letture incrociate” dedicato al libro di M. Dinoi Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (Le Lettere, Firenze 2008). L’intervento è poi confluito nella raccolta di saggi Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi (Fondazione dello Spettacolo, Roma 2011)

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