Dalle “Stanze private” agli spazi comuni: riflessioni intorno a Eve Kosofsky Sedgwick

di Federico Zappino

A distanza di più di vent’anni dalla prima edizione statunitense dell’opera, risalente al 1990 (ma nel 2008 la stessa California University Press lo ripubblicò, inserendolo tra i Centennial Books, con una nuova prefazione dell’autrice), nel luglio del 2011 è stata data alle stampe l’edizione italiana di Epistemology of the Closet della critica letteraria e filosofa (post)femminista Eve Kosofsky Sedgwick, scomparsa prematuramente la domenica di Pasqua del 2009, da me curato e tradotto con Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità (Carocci). Nell’arco di questi mesi, trascorsi – con ansia e con piacere – tra presentazioni, dibattiti e seminari (dentro e fuori l’università), non mi era ancora capitata l’occasione di ritornare a scrivere intorno a questa “impresa” di traduzione e di cura – nel senso più ampio del termine: sono dunque molto grato alla redazione de “Il lavoro culturale” per avermi sollecitato alla produzione di alcune riflessioni – messe a punto, chiarimenti, ragionamenti – che spero possano essere utili, o quantomeno interessanti, per i lettori e le lettrici, attuali e future, di quel testo, oltre che per me stesso.

Stanze private sostiene che la maggior parte delle principali articolazioni del pensiero e delle conoscenza della cultura occidentale del XX secolo è strutturata – o, meglio, fratturata – da una crisi cronica, e ormai endemica, della definizione omo/eterosessuale, indicativamente maschile, emersa sul finire del XIX secolo” [1]. Nelle varie recensioni che sono state scritte in occasione dell’uscita nelle librerie di Stanze private, tutti i commentatori hanno concordato nel ritenere questo testo uno dei capisaldi della teoria queer. Questo è ovviamente vero; l’edizione italiana, tuttavia, può anche essere utile per provare a ritornare su questo punto, per capire meglio cosa si intende quando si parla di “teoria queer” e cosa abbia significato questo insieme di elaborazioni concettuali e di sperimentazioni sia per la ricerca accademica, sia “per la vita dei singoli e di quella in comune” [2]. Come giustamente mi fece notare Liana Borghi (una delle studiose che ha “importato” il queer in Italia) in occasione di una chiacchierata in un pomeriggio fiorentino di novembre, a volte si dimentica che il queer non sia nato nelle accademie, ma semmai per le strade, nei movimenti politici anti-assimilazionisti, oltre che in alcune coscienze individuali, nei silenziosi dialoghi di alcune persone con se stesse.

Sembra quasi che si tenda spesso a ricondurre l’emersione di tutto il filone di studi al noto numero della rivista “differences” del 1991, curato da Teresa de Lauretis, dal titolo “Queer Theory”, così come a due testi editi l’anno prima, Gender Trouble di Judith Butler (di cui il primo testo tradotto in italiano è stato però Corpi che contano, nel 1996, con prefazione di Adriana Cavarero, interlocutrice di Butler e certamente colei che ne ha importato il pensiero nelle università italiane) e, appunto, Epistemology of the Closet di Sedgwick [3]. Testi, tuttavia, questi due, nei quali non si fa alcun riferimento a una “teoria queer” sistematica: nel 1994 Butler ricordò di aver appreso come per caso di essere annoverata tra le “teoriche queer” [4] (lei era convinta semmai di essere una studiosa di Hegel!); scriverà invece Sedgwick, nella riedizione del 2008: “Cosa significa, dunque, queer? Retrospettivamente direi che si tratta […] di una forma di resistenza alla categorizzazione omo/eterosessuale – ancora oggi molto volatile –, intesa come […] un dato empirico trasparente in ogni persona”. E prosegue: “Piuttosto, solo in un contesto in cui le sterili astrazioni che pretendono di definire la sessualità possano perdere la propria autorevolezza, si può rendere giustizia alla specificità, materialità e varietà delle pratiche sessuali, nonché ai diversi significati che assumono nella vita di ognuno”. Per concludere, infine, in modo insolitamente laconico: “La suddivisione di tutti gli atti sessuali – ossia di tutte le persone – in categorie oppositive omo/etero non è un dato naturale, ma un processo storico, ancora oggi incompleto” [5].

Il “queer” come “teoria” fa quindi ingresso in alcune accademie della California nei primi anni Novanta, mettendo in discussione la “naturalizzazione” dell’omosessualità (e dell’eterosessualità) operata dai gay and lesbian studies (ritenuti colpevoli di “collusione”, tra l’altro, per aver trascurato le connessioni tra le oppressioni di genere e sessuali con quelle di razza e classe) attraverso una decostruzione incessante della produzione discorsiva e scientifica (medica, giuridica, politica), sulle orme della strada maestra aperta da Foucault, al fine di “riportare al centro del dibattito la questione teorica e politica delle differenze che è questione cruciale tanto per il movimento femminista, quanto per quello omosessuale” [6].

Seguendo però ciò che ricordava Liana Borghi, può essere utile non dimenticare che “queer”, come parola dell’hate speech (usata, specialmente negli Stati Uniti, per dire “frocio”, “deviato/a”, “perverso/a”), già dalla metà degli anni Ottanta era iniziata a circolare proprio tra le persone che aveva la pretesa di descrivere, come rivendicazione disobbediente e sovversiva dell’etica del discorso, sia nei movimenti gay e lesbici che scoprivano una seconda, triste, primavera sul fronte della lotta allo stigma che gravava sulle comunità omosessuali in seguito alla diffusione dell’AIDS, sia tra le donne “non privilegiate” e tra quelle nere e lesbiche, che mettevano invece in discussione un femminismo normativo, bianco, borghese, “moralista” ed escludente (e mettevano talvolta in discussione la stessa utilità del movimento femminista, oltre che della categoria “donna”: concetti notoriamente alla base del pensiero di Judith Butler e Gayatri Chakravorti Spivak, ad es.). Sintetizza in questo senso, in modo illuminante, Sedgwick: “Dopo che il movimento femminista liberale, contrario al sadomasochismo e alla pornografia, etichettò e stigmatizzò certe sessualità, e una volta che unì le sue forze a quelle dei movimenti conservatori più radicali, che sanzionavano ogni forma di ‘deviazione’ sessuale, ci si misero anche […] i discorsi spaventosamente genocidari sull’AIDS a ricostruire una categoria della ‘perversione’ sufficientemente ampia da includervi omosessuali di ogni genere” [7].

Pensatrice, Eve Sedgwick, che si poneva al contempo come interna ed esterna al movimento femminista: da un lato, infatti, l’essersi sposata diciannovenne con un uomo (Hal, compagno di vita fino alla morte), dal quale mutuare il cognome (Sedgwick, appunto) le garantiva l’accesso al “privilegio eterosessuale”, onnipresente e pervasivo nella società occidentale, e dunque anche in un certo femminismo liberal; dall’altro, le sue pratiche sessuali (includenti il sadomaso) e la sua relativa incapacità di identificazione con altre donne “eterosessuali” la manteneva in una condizione di precarietà all’interno del movimento. Era come se le femministe borghesi, pur riconoscendola come interlocutrice in quanto donna-bianca-eterosessuale-istruita-benestante, la disconoscessero sulla base non solo dei suoi gusti sessuali, ma del fatto che lei non ne facesse un mistero e che, anzi, ritenesse necessario proprio “ripartire dalla sessualità”, in un senso molto specifico [8]. Lo stesso processo di riconoscimento/disconoscimento – come ricordò Luisa Passerini in occasione della presentazione a Torino di Stanze private [9] – la manteneva in una relazione complicata anche con gli/le intellettuali gay e lesbiche: le donne, ad esempio, proponevano di escludere Sedgwick dal novero delle filosofe di riferimento, poiché tendeva a elidere pressoché totalmente dalle sue analisi il soggetto lesbico, privilegiando quello maschile (non necessariamente gay); anche gli uomini, tuttavia, si mostravano piuttosto “infastiditi” dal fatto che una donna, e per di più eterosessuale, spendesse così tante energie allo studio dell’omosessualità (e quindi della sessualità) maschile [10].

1) L’invocazione, dunque, di un asse analitico della sessualità – che Sedgwick propone di comprendere come “l’insieme delle pratiche, delle aspettative, delle narrazioni, dei piaceri, delle formazioni identitarie e delle conoscenze degli uomini e delle donne che tendono a concentrarsi intorno a certe sensazioni genitali ma che non li/le definiscono, se non in maniera del tutto incompleta” [11] –, indipendente dal sesso cromosomico (maschio/femmina), dal genere (uomo/donna), ma soprattutto dalle iper-narrazioni su eterosessualità/omosessualità; 2) l’indirizzare queste energie analitiche all’analisi della costruzione dell’identità (e della sessualità) maschile; 3) l’urgenza di elaborare concetti utili per resistere alla violenta omofobia istituzionale “mai arrestatasi nel dibattito pubblico dal 1985 ad oggi”: sono queste ‘le strutture elementari’ di Stanze private e, com’è chiaro, discendono direttamente dall’investimento biografico di Sedgwick stessa nella sua produzione teorica e nel suo impegno politico. Lei che, per quanto donna sposata e non lesbica, veniva “discriminata” per le sue attitudini erotiche e sessuali (vale la pena ricordare che negli Stati Uniti la pratica del sesso anale, tra le altre, fosse proibita per legge fino al 2003 [12]); lei che si era convinta, non senza ironia, che nel profondo della sua anima albergasse un bel ragazzo omosessuale; lei che, da attivista, vedeva morire intorno a sé gli amici gay a causa non solo dell’AIDS, ma della connivenza omofoba delle istituzioni mediche e politiche statunitensi nel giro di vite umane (“quelli sopra descritti erano i tempi in cui, nonostante i moltissimi morti, dalle labbra del presidente degli Stati Uniti [il riferimento è a Reagan] non fuoriuscì la parola ‘AIDS’ per tutti i primi anni dell’epidemia, mentre i legislatori e i tuttologi si davano da fare per […] danneggiare uomini e donne sieropositivi”, “sembrava […] di trovarsi nell’ambito di una guerra piena di sconfitte disconosciute, senza un fronte interno, che generava unicamente notizie dolorose che però nessuno era disposto a ricevere” [13]). Connivenza omofoba esemplificata, nella sua forma più pura e immediata, nella nota affermazione del medico Pat Robertson, “L’AIDS è il modo che Dio ha trovato per diserbare il suo giardino”. E, in proposito, osservava Sedgwick: “Il sogno medico della prevenzione dei corpi gay [in relazione al fantasma dell’eugenetica] sembra oggi essere il lato nascosto, meno visibile e più rispettabile, del sogno pubblico, alimentato dall’AIDS, del loro sterminio. In questo fragile equilibrio di presupposti tra la natura e la cultura, sotto l’egida poco chiamata in causa del desiderio per cui non ci dovrebbero essere gay al mondo, non esiste culla concettuale delle origini gay che non sia minacciata o minacciosa” [14].

Sedgwick aveva messo a tema un punto fondamentale: ossia, che i bersagli dell’omofobia, della retorica pubblica sull’AIDS e delle interpretazioni coercitive o restrittive della sessualità (le leggi anti-sodomia ne erano un chiaro esempio), non fossero “gli omosessuali” genericamente intesi (uomini e donne), né tantomeno “le donne” (le quali, con il serbatoio teorico del femminismo, avevano sviluppato una ben maggiore coscienza circa l’autodeterminazione sul corpo e sulla sessualità), bensì “gli uomini”, nel senso specifico di “maschi”. Lo erano esplicitamente gli uomini dichiaratamente omosessuali; lo erano implicitamente tutti gli altri. E lo sono tuttora. E in effetti tutti i capitoli di Stanze private (dal secondo all’ultimo), nei quali Sedgwick gioca con le armi della critica letteraria a decostruire, come una “chirurga” [15], i testi classici della “nostra cultura” – da Billy Budd di Melville alla Ricerca del tempo perduto di Proust, passando per Il ritratto di Dorian Gray di Wilde e la Bestia nella giungla di James, fino a tutta l’ultima produzione filosofica di Nietzsche, la più messianica, intervallata dai suoi continui ricoveri in manicomio –, sono dedicati ai personaggi maschili di quei testi e alla dimostrazione di come la costituzione della loro identità avvenga a cavallo tra “desiderio omosociale” e “panico omosessuale”, in un contesto sociale che si regge sul dominio maschile (a tutti i livelli: politico, economico, culturale) e sulla condanna pubblica/fobica del pericolo che quei rapporti tra uomini, così intensi e così necessariamente erotici per la perpetuazione del maschilismo, possano sfociare in relazioni sessuali o, addirittura, sentimentali. “È il desiderio degli uomini per altri uomini il minimo comune denominatore delle gerarchie maschiliste della cultura occidentale o ne costituisce la più grande minaccia?” [16], si domanda Sedgwick allusivamente, per poi affermare, nel III capitolo, che “le costruzioni dell’identità gay maschile moderna e occidentale non sono, in primo luogo, ‘essenzialmente gay’, ma intrattengono piuttosto (o anche) una relazione intima, dinamica ed espressiva, sebbene obliqua, con le incoerenze implicite nell’eterosessualità maschile moderna” [17].

È facile cogliere in queste analisi continui riferimenti alla nostra attualità e alle rappresentazioni canoniche dell’identità maschile. È ancora più facile se si guarda al contesto italiano in cui questo testo viene tradotto a distanza di tanti anni, pur senza perdere lo smalto della sua carica diagnostica: uno Stato, quello italiano, in cui il dominio maschile (palesemente visibile a tutti), per potersi riprodurre, necessita di un perpetuo discorso normativo sulla sessualità dei suoi cittadini, escludendo ad esempio grossa parte della sua popolazione dall’istituto del matrimonio, o tappandosi gli occhi di fronte alla mai attenuata omofobia – più o meno subdola – trincerandosi dietro l’ideale liberale della neutralità pubblica. Ma, al di là di questo, Stanze private già nel 1990 andava oltre: il queer, inteso come “significante flessibile che si nutre di pratiche politiche” [18] e come discorso critico di un ordine che, ancora, è ovunque “maschile” e che si regge sull’esclusione di molti in virtù di quella vecchia dicotomia del pubblico (maschile-etero) e del privato (femminile-gay), dovrebbe oggi non perdere l’opportunità di mettere a disposizione i propri paradigmi analitici per stare a fianco ai rinvigoriti – anche in Italia – male studies, ad esempio, così come ai promettenti movimenti per i beni comuni. Perché in una forma privilegiata, il queer ha sperimentato da tempo, e in forme inattese, una sorta di terza via oltre al pubblico e al privato, e ha compreso che i vari “closet”, o le varie “stanze private”, lungi dall’essere luoghi di libertà privata equivalgono invece a fantasmi di privazione [19].

Note


[1] Eve Kosofsky Sedgwick, Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità, a cura di Federico Zappino, prefazione di Silvia Antosa, Carocci, Roma 2011, p. 33.

[2] Restituisco il senso, e non la lettera, della chiosa dell’articolo-recensione di Roberto Ciccarelli, Tagli diagonali contro la gabbia dell’identità. Pubblicato in Italia Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità di Eve Kosofsky Sedgwick, “il manifesto”, 6 ottobre 2011.

[3] Per motivi opposti, ossia perché invece offrono una panoramica completa e ricca sul queer, segnalo il saggio di Francesca Manieri e Olivia Fiorilli, Queer: uno sguardo attraverso, in Liana Borghi, Francesca Manieri, Ambra Pirri (a cura di), Le cinque giornate lesbiche in teoria, Ediesse, Roma 2011. Molti punti di questo mio articolo muoveranno da questa interessante ricostruzione.

[4] “Ricordo che ero seduta accanto a qualcuno durante una cena e mi disse che lavorava sulla teoria queer. E io dissi: cos’è la teoria queer? Mi guardò come se fossi pazza perché evidentemente pensava fossi parte di quella cosa chiamata teoria queer […] Certo non mi era mai passato per la testa di far parte della teoria queer” (Judith Butler, intervistata da Peter Osborne e Lynne Segal, Gender as Performance, in “Radical Philosophy”, n. 64, Summer 1994).

[5] Sedgwick, Stanze private, cit., p. 30.

[6] Marco Pustianaz, “Studi queer”, in Michele Cometa, Roberta Coglitore e Federica Mazzara (a cura di), Dizionario degli studi culturali, Meltemi, Roma 2004.

[7] Sedgwick, Stanze private, cit., p. 71. E aggiunge: “La nuova virulenta omofobia degli anni Ottanta […] ci ricorda con urgenza che la percezione degli uomini gay e delle lesbiche come gruppi ben distinti sia spesso operata più dagli amici che dai nemici. Allo stesso modo, comunque, una prospettiva interna ai movimenti gay e lesbici mostrò che le donne e gli uomini lavorarono insieme sulla base delle reciproche agende antiomofobe, sebbene ciò non avvenisse senza contestazioni […]. I contributi delle lesbiche all’[…] attivismo gay e contro l’AIDS sono da ritenere considerevoli, non ‘malgrado’, ma ‘grazie’ all’intervento mediatore della teoria politica femminista. Le prospettive femministe sulle questioni mediche, sulla disobbedienza civile, sulle politiche inerenti la razza, la classe e la sessualità, infatti, assumono un ruolo centrale nelle attuali ondate di attivismo contro l’AIDS”.

[8] “Ripartire dalla sessualità” è anche il sottotitolo del ciclo di incontri organizzati dal collettivo Kespazio!, interno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, dal titolo Queer it Yourself, che si concluderà a maggio. Il primo incontro (13 dicembre 2011), “Tutt* fuori dall’armadio. Aldilà del binomio omosessualità/eterosessualità, a partire da Eve Kosofsky Sedgwick” verteva sull’edizione italiana di Stanze private. Nel secondo incontro (“Rivolte e fluttuazioni. Femminismi e queer sulla sessualità”, 27 gennaio 2012), al quale ho partecipato con Federica Giardini, Rosetta Stella e le “Diversamente occupate”, abbiamo discusso non solo sulla relazione problematica tra il femminismo e il queer, ma soprattutto sulla relazione problematica che intercorre tra gli uomini e la loro stessa sessualità.

[9] Organizzata da Cristian Lo Iacono e da Gigi Malaroda al Circolo Maurice, con Liliana Ellena e Luisa Passerini, Torino 8 novembre 2011. Affollata e, almeno per me, emozionante.

[10] Nel 2008, Sedgwick descriverà “gli attacchi che alcuni studiosi gay” fecero al suo libro del 1985, Between Men, come “misure poliziesche a tutela dei confini di genere e disciplinari” (Stanze private, cit., p. 31).

[11] Sedgwick, Stanze private, cit., p. 62.

[12] L’abolizione del reato venne pronunciato dalla Corte suprema nella famosa sentenza Lawrence vs. Texas, trad. it. di Francesco Bilotta, in cui si legge, tra l’altro, che “il cuore della liberta è il diritto di definire il proprio concetto dell’esistenza, del senso dell’universo e del mistero che è la vita umana. Le convinzioni rispetto a tali materie non potrebbero far risaltare le caratteristiche della personalità di ciascuno se esse fossero maturate sotto la costrizione dello Stato”.

[13] Sedgwick, Stanze private, cit., p. 29.

[14] Ibid., p. 76.

[15] Così la definisce Fabio Bozzato, Eve Sedgwick. I classici di fine ‘800 sotto la lente della teoria queer, “il manifesto”, 23 giugno 2011.

[16] Sedgwick, Stanze private, cit., p. 127.

[17] Ibid., p. 179.

[18] La definizione è di Lorenzo Bernini, intervistato da Fabio Bozzato, in Le stanze private della sessualità, “Lo straniero”, novembre 2011.

[19] Per le connessioni tra i concetti di “sessualità” e “comune” rinvio alla mia postfazione, Perché questo testo è così politico, in Sedgwick, Stanze private, cit., pp. 295-300, pagine ispirate dalla lettura del libro di Michael Hardt e Antonio Negri, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano 2010, pp. 324-336.

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