L’aritmetica del sistema accoglienza Italia

di Mirtha Sozzi [*]

Il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati (SPRAR) è strutturalmente sottodimensionato: i 3.000 posti in accoglienza ogni 6 mesi, sparsi in tutta Italia, sono infatti assolutamente insufficienti a far fronte alle necessità reali. L’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) ha più volte espresso al ministero dell’Interno il bisogno di aumentare i posti in accoglienza, eppure per il biennio 2012-2013 sono previsti gli stessi numeri. Appare così chiaro che la politica dei governi italiani di questi ultimi anni non è cambiata: si privilegiano interventi emergenziali, di breve periodo, piuttosto che investire su progetti a medio – lungo termine o strutturali (come quelli dello SPRAR). Solo di fronte a situazioni di criticità già in atto (ad esempio la crisi in nord Africa e gli arrivi massivi di migranti), si riescono a trovare fondi e risorse per mettere in campo forme di un’accoglienza che per forza di cose finiscono per essere raffazzonate, malgestite e talvolta anche poco trasparenti. Ma non è solo una questione di efficacia degli interventi, ma anche di economicità. Quanto costa un tipo di accoglienza emergenziale? E soprattutto quanto costerebbe un miglioramento dell’accoglienza strutturale?

I calcoli non sono difficili. Prendiamo ad esempio un migrante fuggito dalla Libia in conseguenza della guerra civile. Il migrante in questione arriva a Lampedusa ed è forzatamente inserito in un percorso di domanda di asilo politico. Resta qualche tempo sull’isola prima di venire inviato in qualche centro, albergo, ospizio in Italia, allestito per l’emergenza e gestito da associazioni, enti, privati. Il coordinatore di tutti i movimenti è la Protezione Civile. Il migrante quindi vieni messo in contatto con la Questura competente e inizia a compilare moduli, a rispondere a domande, a farsi fotosegnalare senza capire bene che cosa stia succedendo. Il costo giornaliero pagato dallo Stato per la sua accoglienza è di 48 euro. Il tempo di permanenza nella struttura varia a seconda delle tempistiche delle Commissioni Territoriali. In Piemonte, ad esempio, il tempo d’attesa per l’audizione arriva agli 11 mesi. Si arriva così a una spesa per rifugiato di 16.080 euro che coprono, oltre al vitto e all’alloggio i costi delle strutture affittate, gli operatori, i corsi di lingua e altre voci che si possono leggere nei capitolati di appalto firmati da chi ha in gestione l’accoglienza. Un centro che ospita 10 persone arriva quindi a incassare 160.080, uno che ospita 50 804.000.

Se poi la richiesta d’asilo del migrante dovesse essere respinta, si attivano altre spese. In molti casi infatti il migrante fa ricorso contro il diniego e gli viene garantito un avvocato secondo la procedura del gratuito patrocinio, per un costo che si aggira intorno ai 1.000 euro. A questo si deve aggiungere il costo dell’accoglienza, che in caso di ricorso non viene meno; altri 48 euro giornalieri per un tempo che non è mai inferiore ai 6 mesi (altri 8.700 euro). Nel caso in cui, per una semplice questione “sfortuna” (come il provenire da un paese bollato come luogo di migrazione economica), o in conseguenza di un comportamento illegale il migrante finisse in un CIE il costo sostenuto dallo Stato italiano sarebbe ancora maggiore. La Croce Rossa che ha in appalto il CIE di Torino riceve infatti per ogni “detenuto” 70 euro al giorno. Il tempo massimo previsto di trattenimento in un CIE è diventato di 18 mesi per cui lo Stato paga a persona una cifra pari a 38.290 euro. Di seguito al CIE potrebbe essere avviata la procedura di rimpatrio forzato che oltre a creare lesioni psicologiche nel rimpatriato (si veda a tale proposito lo studio del CESPI «Rimpatrio forzato e poi?Analisi dell’impatto delle espulsioni di differenti categorie di migranti: un confronto tra Albania, Marocco e Nigeria») costano allo Stato migliaia e migliaia di euro, non facilmente quantificabili a causa della difficoltà di recuperare tutte le voci di spesa.

Questi costi superano di gran lunga quelli che lo Stato sostiene per i progetti SPRAR; dove la diaria prevista per ogni persona accolta è di 35 euro. Eppure quella dello SPRAR non è un progetto di emergenza, ma una forma di accoglienza strutturale che mira al reale inserimento del migrante/richiedente asilo a costi inferiori rispetto ai progetti di emergenza che si esauriranno senza prospettive non appena l’attenzione mediatica sarà distolta dalla questione rifugiati.

È allora una questione di numeri e di buon senso: aumentare i posti del sistema di accoglienza dello SPRAR significa far risparmiare lo Stato che per ogni rifugiato spenderebbe 12.775 euro all’anno (35 euro per 365 giorni) contro i 17.520 dei posti emergenza (48 euro per 365 giorni). Senza contare che una struttura come lo SPRAR ha una sua esperienza, una sua capacità progettuale, una sua solidità che permette di mettere in atto forme di accoglienza più efficaci, articolate e coordinate. L’aritmetica aiuta a individuare la strada da seguire.

Note


[*] Della redazione di Vie di Fuga

Print Friendly, PDF & Email
Close