Scuola e istruzione beni comuni

Il concorso 2016, o sul paradosso dell’insegnante di Schrödinger

Il concorso 2016 sta generando un caos non previsto dai suoi artefici. Proponiamo un’analisi all’inizio del nuovo anno scolastico.

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Un’immagine delle prove scritte del concorso 2016

In questi giorni di metà settembre ricomincia per studenti, insegnanti, dirigenti e personale ATA la scuola. Tuttavia non siamo solo all’inizio di un nuovo anno scolastico, perché quest’anno sarà il debutto della riforma tanto propagandata dal capo del governo. Sebbene il governo detenga ancora nove deleghe e molti insegnanti troveranno la loro sede per quest’anno soltanto fra settembre e la pausa natalizia, la scuola pubblica modellata dalla legge 107 preannuncia una nuova era. L’era del caos strumentale. Prendiamo l’ormai mitologico concorso del 2016, salutato dai think tank liberisti come lo strumento che avrebbe portato in cattedra solo i candidati meritevoli. Allo stato delle cose è un palese fallimento: clamorosi ritardi nelle correzioni, commissioni mal retribuite, bocciature per la metà dei candidati allo scritto, posti non disponibili per i pochissimi vincitori, numeri poco chiari per il triennio sul quale spalmare le assunzioni. Basta guardare, ad esempio, alla Regione del grande leader.

Il caso della Regione Toscana rappresenta una prospettiva esaustiva per fare il punto della situazione sul fallimento del concorso per docenti del 2016. In Toscana i posti contingentati in funzione del concorso per il triennio 2016/2019 e per ogni ordine di scuola e grado sono 4641. Di questi 2600 riguardano la scuola secondaria di primo e secondo grado. La complessità machiavellica delle prove scritte e poi di quelle orali, passata nella narrazione mainstream come metodo efficacissimo e meritocratico di selezione, lascerà scoperti, stando alla media nazionale, la metà circa dei posti totali. A questo dato bisogna aggiungere che sono numerose le procedure concorsuali  ancora in atto che termineranno fra ottobre e novembre (viene da chiedersi: in quale paese europeo un concorso pubblico relativo al comparto istruzione ha una durata quasi annuale?).

Il risultato è che per l’anno scolastico che va ad iniziare saranno disponibili per i vincitori di concorso, per la scuola secondaria di primo e secondo grado, solo 131 posti, poco più del 25% di quelli messi a concorso. Per di più, questi 131 posti disponibili sono relativi solo a una decina di concorso su 31 classi. Quando però le scuole riapriranno, e i dirigenti inizieranno a strutturare l’organico di fatto relativo a ciascuna scuola, si realizzerà il paradosso di supplenze assegnate ai molti che le prove concorsuali hanno decretato essere dei “somari”. Riprendiamo il caso Toscana: sul sostegno per la scuola secondaria di secondo grado 86 posti messi a concorso, 0 immissioni in ruolo per il 2016/2017 e più di 300 supplenze al 30 giugno da assegnare ad inizio d’anno. Delle due l’una: o i criteri di selezione erano completamente fuori dalla realtà effettiva dell’istruzione in Italia, oppure i sopracitati “somari” diventano professori al momento giusto. Come il gatto di Schrödinger, l’insegnante precario, in Italia è al medesimo tempo meritevole di una supplenza al 30 giugno e “somaro” perché incapace di superare le prove del concorso.

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Bisogna quindi chiedersi come riuscirà, almeno in Toscana ma una situazione analoga sta prendendo corpo anche nelle altre regioni, il MIUR, ad immettere in ruolo per il prossimo triennio più di 2000 persone. Il quadro poi si complica ulteriormente se si aggiungono tre variabili indipendenti:

1) i numeri impazziti, fra algoritmi e incompetenze ministeriali, della mobilità straordinaria prevista dalla fase C del piano di assunzioni straordinario del 2015;

2) la morsa previdenziale sui pensionamenti del prossimo quinquennio, fra quota 96 e precari anziani;

3) la norma di aggiramento della Sentenza della Corte di Giustizia Europea, presente nella legge 107, che imponeva allo Stato di rimediare all’abuso decennale di contratti a tempo determinato assumendo chiunque andasse oltre i 36 mesi di servizio nella scuola pubblica. La norma che aggira la sentenza impedirà di lavorare con ulteriori supplenze ai vincitori di questo concorso, i quali, alla scadenza delle Graduatorie di Merito, guarda caso fra tre anni, avranno già prestato 36 mesi di servizio. In altre parole tagli al personale mascherati da assunzioni.

A chi giova allora un concorso così mal organizzato, con numeri incerti e criteri selettivi al confine con il bondage e altre pratiche sadomasochiste? A chi giova il caos proliferato in questi mesi con la mobilità straordinaria della fase C, e la conseguente migrazione forzata di centinaia di insegnanti?

Nella narrazione mainstream, quella che aggiunge – “se i posti sono al nord e i docenti al sud, il trasferimento è inevitabile”- , manca il dato fondamentale: quei 110.000 posti di lavoro (che diventano quasi 150.000 con i colleghi ATA) tagliati dalla ministra Gelmini, tagli che la Buona Scuola ha nei fatti riconfermato, benché nell’attuale parlamento quasi tutti i deputati dell’arco parlamentare siano stati eletti promettendo di metter mano alla riforma Gelmini.

Credo che le ragioni alla base di questa enorme operazione di maquillage sulle politiche economiche di taglio all’istruzione pubblica stia nelle future carriere politiche di sottosegretari e tecnici, e nel futuro elettorale del referendum costituzionale. Il Capo del Governo, così come i personaggi che animano il Miur, sottosegretari al nulla lanciati verso poltrone più lucrative, usciti dalla penna cinica di De Roberto, hanno tentato un’improvvida scalata al mercato elettorale degli insegnanti avanzando promesse illusorie di assunzioni straordinarie e concorsi meritocratici. Le loro azioni sono animate dalla consapevolezza che al termine del triennio entro il quale si staglia l’orizzonte di questo concorso non saranno più al governo del Paese. Il risultato di questa mera speculazione, priva di una visione di lungo periodo dell’istruzione e della scuola pubblica, sarà l’ulteriore intorbidamento di acque assai confuse, con la patata bollente dei numeri nelle mani degli Uffici scolastici regionali. Insomma, dai cattivi propositi di governance ordoliberista della scuola, dei governi Berlusconi e Monti, siamo passati all’attuariato elettorale sul futuro degli insegnanti.

Un futuro che non promette bene neanche a chi dentro la scuola ci lavora da anni e con contratti a tempo indeterminato: finora la riforma renziana è stata finanziata con i risparmi ottenuti dal mancato rinnovo dei contratti, basta dare un’occhiata alle cifre, perfettamente collimanti. Però adesso, neanche a dirlo per ragioni volgarmente elettorali, pare che il rinnovo sia alle porte, e questo significa che l’acqua nello stagno si asciugherà, e come da proverbio la papera non galleggerà (ringrazio Girolamo De Michele per il proverbio).

Un’ultima riflessione: il ministro dell’Istruzione proviene, almeno nelle ultime tre legislature, da una zona di contiguità con la sfera di interessi della Conferenza dei Rettori Universitari Italiani. Così è stato per Francesco Profumo, per Maria Chiara Carrozza e per Stefania Giannini. Poco avvezzi a trattare i rompicapo che ogni anno sorgono dal funzionamento della complessa macchina dell’istruzione, questi ministri hanno delegato ai loro sottosegretari e dirigenti ministeriali, occupandosi della “comunicazione”. Adesso, nel contesto di scarsità delle risorse economiche avviato dalla riforma Gelmini, le Università puntano a rinnovare quella fonte di incasso sicuro rappresentato dalle tasse dei TFA e dei vari corsi di specializzazione, indispensabili a chi vorrà continuare a fare l’insegnante. I posti riservati ai TFA per le abilitazioni sono, sulla carta, contingentati come quelli del concorso. Il ministro Profumo aveva tratteggiato un sistema di reclutamento fondato su cicli triennali TFA-concorsi, un sistema che doveva essere transitorio e funzionale all’entrata a regime della riforma Gelmini, che istituiva le lauree specialistiche abilitanti. Ma se i numeri del contingentamento sono frutto di mera speculazione, che fine faranno gli abilitati dei prossimi cicli? Saranno forse i trucioli sacrificati al ceppo dei debiti delle Università? 

 

Poco contano le esortazioni alla sperimentazione, alle novità, alla passione per l’istruzione, se si ignorano le condizioni materiali all’interno delle quali il lavoro dell’insegnante si svolge oggi. Stay hungry, stay in Graduatoria di Merito.

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