crisi economica

1929, cercando un’altra Davos (2)

di Marco Ambra Nel dibattito di Davos si scontrarono quindi due visioni antitetiche della stessa modernità, due orizzonti di senso alternativi sulla situazione socio-economica della Repubblica di Weimar. A ben vedere lassù a Davos, nella primavera del ’29, andò in scena lo scontro tra gli archetipi dei modi di interpretare il ruolo dell’intellettuale nell’ascesa della società di massa, lo scontro rappresentato nel 1924 da Thomas Mann in La montagna incantata tra Settembrini e Naphta [1]. Da un lato il repubblicanesimo borghese dell’umanista italiano, fervido credente nelle parole d’ordine della Rivoluzione francese, ironico tanto quanto è il distacco tra il suo liberalismo e la Realpolitik degli ultimi anni del Reich. Dall’altro il cosmopolitismo gerarchico di Naphta, l’ansia per l’avvento di un uomo nuovo, inserito in una società rigidamente egualitaria ma subordinata nella sua totalità al principio metafisico della realtà, ad un Dio assolutamente trascendente e imperscrutabile. Homo humanus e homo Dei, sono queste le maschere che Settembrini e Naphta vorrebbero far trionfare nel carnevale della modernità. Sono questi i fantasmi che si agitano dietro gli ultimi anni di Weimar. Rappresentazioni puramente ideali, archetipi filosofico-letterari che finiranno per confondersi, per scivolare all’interno dell’indistinto moloch nazista. Ne era ben consapevole Theodor W. Adorno, nei […]

1929, cercando un’altra Davos (1)

di Marco Ambra C’è una menzogna al fondamento di tutti gli articoli, i libri, i post che parlano della crisi attraverso il linguaggio della sua mathesis universalis, dell’economia politica. È un inganno ingenuo, spesso non premeditato, per cui premesse e conclusioni dei ragionamenti coincidono, si anticipano, si inseguono in un gioco di rimandi senza uscire dalla calzatura stretta dell’opinione economico-erudita. Così rimedi e ricette anti-crisi, viziate da questa accecante circolarità, si presentano al professionista della scienza economica niente più che come panacee omeopatiche, come formule magiche buone per sedare il drago ma non per ucciderlo. Manifesti anti e pro capitalismo, dizionari della tecno-lingua finanziaria, vulgate più o meno serie del verbo secondo Hayek si accalcano sugli scaffali delle librerie e troneggiano nei dibattiti televisivi a sfondo “culturale”. Il contenitore nel quale queste belve placide nascono e si sviluppano rimane però quello del giornalismo economico: nate per indurre la Crisi, i Mercati, lo Spread a ritornare alla portata del libero arbitrio politico, finiscono per incantare il topolino del discorso quotidiano – al bar con l’aperitivo – sui massimi sistemi; così vicini, così lontani. Ci sono poi momenti di frattura, crepe nella gabbia doxastica, dalle quali s’intravedono nella forma rappresa di eventi […]

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