Il fallimento dell’efficacia, l’efficacia dei fallimenti. Per una comprensione delle produzioni politiche dal basso

Segnaliamo una Call for Paper per un convegno organizzato dal laboratorio di ricerca L.A.M.PO. (Laboratorio Autogestito Multidisciplinare sulle Politiche dal basso) che si terrà i prossimi 19 e 20 Ottobre presso il Dipartimento di Scienza della Formazione “R. Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

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Funeral Art. Foto di Gregorio Paone

Nella prospettiva dominante le produzioni politiche dal basso, intese come tattiche di base (Montaldi 1971; Quadrelli 2007), popolari (Lanternari 1983) o subalterne (Gramsci 1975), agite da segmenti della popolazione periferici rispetto alla distribuzione sociale del potere, vengono frequentemente interpretate alla luce della dicotomia efficacia/fallimento, associando ai due termini rispettivamente un valore positivo e uno negativo. Una delle modalità principali attraverso cui viene declinata la categoria del fallimento rispetto alle pratiche politiche antagoniste è l’intermittenza degli spazi e dei tempi, ascrivibile per esempio alle biografie delle attiviste, alle pressioni all’istituzionalizzazione, alle strategie narrative. Spesso le pratiche politiche alternative vengono descritte come fenomeni di breve e isolata durata e per questo ritenute inefficaci rispetto ad operazioni sistemiche caratterizzate dalla lunga durata e dalla pervasività.

Il limite di questa interpretazione sembra risiedere nella difficoltà di intercettare, riconoscere e riprodurre quell’insieme di processi trasformativi che determinano l’articolazione dell’agire politico quotidiano. Ci riferiamo nello specifico a tutte quelle pratiche che rientrano nella sfera esistenziale e politica di ogni soggetto: reti di socialità, linguaggi comunicativi, economie informali, reti di mutuo soccorso, associazionismo, pratiche alimentari e abitative. La condizione di intermittenza delle pratiche politiche dal basso può aprire la strada ad una sorta di etnografia emergenziale – retaggio di una antropologia rivolta a documentare una purezza in rapida estinzione – o, diversamente, mirare ad un ripensamento delle categorie di analisi.

La nostra proposta è di riformulare questo immaginario a partire da una riflessione su alcune esperienze di ricerca e di attivismo politico. Ritenendo che tale ruolo debba essere vissuto, pensato e agito in base ad un senso di responsabilità della ricercatrice nei confronti dei collaboratori di ricerca e dei vincoli che la legano alla committenza (pubblica, privata, istituzionale e non), si propone una discussione su come, nella pratica e nelle esperienze di ricerca, tale dicotomia sia vissuta e cosa implichi, in che modo sia pensata, riconosciuta, problematizzata e in che misura essa abbia ripercussioni sul modo di pensare e portare avanti il proprio lavoro cognitario.

In che modo pratiche eccentriche e interstiziali possono essere riconosciute come luoghi di resistenza e di critica e spazi di possibilità?

Come è possibile emancipare le scienze sociali e il sapere da esse prodotte dai valori, dalle logiche e dai linguaggi delle scienze tecniche così come dal paradigma neoliberale?

Come affrancarsi dall’archetipo della valutazione dei risultati ottenuti che riproduce un discorso economicista in termini di utilità, produttività e gestione del tempo, laddove uno studio condotto nell’ambito delle scienze sociali può richiedere tempi diversi a seconda delle contingenze e specificità di ciascuna indagine?

Fallire, perdere, dimenticare, disfare, possono offrire occasione di un agire creativo, cooperativo e non previsto?

La riflessione si articolerà in tre sessioni: Efficacia e fallimento. Note storiche, teoriche e metodologiche; Etnografie del fallimento; Auto-riflessione su efficacia e fallimento.

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Fotogramma tratto dal film La Haine (1995) di Mathieu Kassovitz

Efficacia e Fallimento. Note storiche, teoriche e metodologiche

In questa sessione si vorrebbe stimolare una discussione sui concetti di fallimento ed efficacia, intesi principalmente come categorie interpretative dal forte carattere performativo. Focalizzando la nostra attenzione sull’ambiente accademico, la dicotomia efficacia/fallimento sembra aver influenzato profondamente il lavoro di ricerca sotto molti punti di vista. Per esempio nel processo di scelta e di costruzione dell’oggetto di ricerca, nei termini dell’aderenza ad un modello che rispetti tempistiche, canoni etici e gerarchie accademiche. Oppure, nelle pratiche di valutazione accademica o professionale che prevedono, da un lato, un’analisi e un computo dei risultati della ricerca in termini di pubblicazioni, aderenza ad un vago concetto di utilità pubblica, quotations; dall’altro, respingono alcune discipline dal riconoscimento pubblico del loro valore sociale, escludendole dalla possibilità di insegnamento scolastico primario e secondario.

Diversamente, concentrandoci sul ruolo attivo che ricoprono questi concetti all’interno del processo epistemologico di costruzione dei saperi, intendiamo mettere in evidenza il carattere performativo di tali categorie. Per esempio, analizzando all’interno dell’accademia i movimenti sociali o le pratiche di dissenso esclusivamente in termini di efficacia e fallimento, si rischia di deformare la propria cassetta degli attrezzi aderendo a quella stessa mitologia utilitarista che le collaboratrici di ricerca denunciano. E ancora, eludendo la problematizzazione dell’origine e della storia sociale che tali categorie hanno ricoperto all’interno del mondo delle scienze sociali, si produce una frattura interpretativa che intacca le possibilità ontologiche  di alcune forme del sapere.

In questa sessione sono benvenuti tutti quegli interventi che intendono ricostruire, inventare o proporre una storiografia sociale dei concetti di fallimento ed efficacia. Sono ben accetti interventi che mettano in evidenza il carattere costruito e performativo di tali categorie all’interno del mondo accademico, professionale e delle differenti branche del sapere, siano queste tecniche, naturali, sociali o artistiche. Infine, saranno accolte con piacere tutte quelle proposte che problematizzano il carattere economico-morale di questa dicotomia.

Etnografie del Fallimento

Attraverso una serie di casi di studio, in questa sessione si vorrebbe mettere in evidenza il carattere situato, contingente e storico delle categorie interpretative del fallimento e dell’efficacia. Smontare questa dicotomia vuol dire anche comprendere quali dispositivi e processi vi si annidano all’interno. Giudicare l’inefficacia di un’azione politica, per esempio, qualora si sia disposti ad ammettere un fallimento, richiede l’analisi dei risultati alla luce degli obiettivi preposti: è necessario quindi criticare innanzitutto la costruzione delle aspettative e degli obiettivi. Spesso infatti si tende ad aspettarsi da un processo politico la costruzione di qualcosa di tangibile, misurabile, la realizzazione di un prodotto. Al contrario, riteniamo che un processo alterpolitico (Ciavolella & Boni 2015) possa avere valore in quanto processo aperto, in quanto azione pubblica senza prodotto, esibizione artistica (Arendt 1958) che si inscrive nella biografia di una persona deviandone il corso. Si potrebbe richiamare alla mente l’immagine del ciclo aperto, che nella sua concettualizzazione può rappresentare anche una configurazione pratico-politica.

In questa seconda sessione si vorrebbero presentare resoconti etnografici di esperimenti politici di dissenso, immaginari altri che portano altrove, proposte improbabili, epistemologie destabilizzanti. Esperimenti sociali interpretabili, da un lato, come fallimenti avvenuti, in corso o potenziali; dall’altro, come esperienze ancora aperte e processuali, capaci di portare ad un ripensamento della categoria stessa di efficacia. Sono benvenute proposte che si concentrino sul dopo dei movimenti sociali, ovvero su quello che accade oltre, quando l’etnografo è l’ultimo ad andarsene. Descrizioni che colgano il valore del processualità del dissenso e dell’alterità più che del loro prodotto, del divenire più che dell’esito, del nesso inalterabile tra desiderio e disastro.

Auto-Riflessione su Efficacia e Fallimento

L’acquisizione della conoscenza etnografica è un processo lungo, interattivo, che necessita di pazienza, impegno, messa in discussione continua, all’interno del quale la ricercatrice, mentre esegue la sua osservazione, la sua analisi e la sua interpretazione dell’altro, viene fatta oggetto di contemporanea interpretazione e acquisizione di senso. Fare etnografia significa – anche – essere consapevoli della natura negoziale della relazione con i soggetti, considerare la possibilità, insita nella relazione etnografica, che la ricercatrice venga strumentalizzata dagli attori per promuovere una particolare visione della dinamica studiata. Considerare quindi il fatto che il campo sia sempre frutto di collaborazione, mimesi, rottura o simpatia tra etnografe e informatrici (Mahon 2000).

Se, come sostiene Colombo (1998), è vero che l’etnografa impiega se stessa come strumento di rilevazione all’interno di uno scenario condiviso, parafrasando Piasere (2002) potremmo asserire che il processo di interpretazione etnografica deve essere pensato come un particolare tipo di esperimento: un esperimento di esperienza. Essendo quest’ultimo terreno d’incontro etnografico, è proprio al suo interno che si sviluppa una riflessività intesa in senso duale e reciproco. Da un lato l’auto-riflessività dell’etnografa, determinata dalla sua presenza perturbativa, attraverso la quale, conoscendo se stessa, conosce gli altro (Ibidem). Dall’altro la riflessività stimolata dalla “ricercatrice perturbatrice” che obbliga i soggetti a discutere di se stessi, delle proprie pratiche e delle proprie strategie. Praticare un’antropologia riflessiva in questo doppio senso permette alla ricercatrice di offrire un contributo pratico, fornendo un’interpretazione della realtà fondata su una “unità ermeneutica” (Josephides 1997) prodotta tra l’etnografa e le collaboratrici di ricerca (Spradley 1979).

In questa sessione vorremmo tematizzare gli aspetti “esistenziali” della ricerca, le circostanze in cui la ricercatrice investe di senso il campo rispetto alla formazione professionale, ma soprattutto rispetto al suo percorso di vita. Questo comporta, ad esempio, la disattesa degli imperativi disciplinari che raccomandano di non confondere le relazioni personali e professionali o di abbandonare il campo nella fase della scrittura (D’amico-Samuels 1991). Proponiamo un confronto sulle sovrapposizioni e sugli intrecci tra la ricerca e la costruzione del proprio percorso di vita (Elder 2003) e in particolare dei momenti di ‘crisi’ determinati da conflitti con i soggetti della ricerca, dal rifiuto a coinvolgersi in progetti comuni, dallo smarrimento dei propri punti di riferimento. In queste dinamiche si produce una perdita e si avverte la sensazione di un fallimento. Siamo convinte che il fallimento, inteso in questo senso, non segni una chiusura dei giochi, ma un continuare ad essere in ricerca oltre le tappe definite dai percorsi istituzionali (Halberstam 2011).

Per concludere, questa Call for Paper si rivolge principalmente a studenti, ricercatrici e attivisti che si sentono coinvolti dal tema di discussione. Questa decisione nasce dalla volontà di valorizzare tutti quei processi di ricerca che spesso non hanno l’occasione di emergere e confrontarsi pubblicamente. Le proposte (max 500 parole) devono essere inviate all’indirizzo mail efficacia.fallimento[at]gmail.com entro il 31 luglio 2016. Accettiamo contributi in italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese.

Bibliografia

– Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Torino 1958.
– Stefano Boni, Riccardo Ciavolella, Aspiring to alterpolitics. Anthropology, radical theory, and social movements, «FOCAAL», n. 72, (2015), pp. 3-8.
– Maddalena G. Cammelli, Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, Ombre Corte, Verona 2015.
– Enzo Colombo, De-scrivere il sociale. Stili di scrittura e ricerca empirica, in Alberto Melucci (a cura di) Verso una sociologia riflessiva. Ricerca qualitativa e cultura, Il Mulino, Bologna 1998.
– Deborah D’Amico-Samuels, Undoing Fieldwork: Personal, Political, Theoretical and Methodological Implications, in Faye V. Harrison, (a cura di), Decolonizing Anthropology: Moving Further toward an Anthropology for Liberation, American Anthropological Association ,Washington, DC 1991.
– Michel De Certeau, La scrittura dell’altro, Raffaello Cortina, Milano 2005.
– Glen Elder, Hostels, sexuality, and the apartheid legacy: malevolent geographies, Ohio University Press, Athens 2003.
– Ugo Fabietti, Antropologia culturale. Le esperienze e le interpretazioni, Laterza, Roma-Bari 1999.
– Michel Foucault, Scritti Letterari, Feltrinelli, Milano 2004.
– Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Einaudi, Torino 1975.
– Judith Halberstam, The Queer Art of Failure, Duke University Press, Durham 2010.
– L. Josephides, After writing culture: epistemology and praxis in contemporary anthropology, in – A. James, J. Hockey, A. Dawson (a cura di). Taylor and Francis 1997, pp. 16-33.
– Vittorio Lanternari, L’incivilimento dei barbari, Ed. Dedalo, Bari 1983.
– Maureen Mahon, “The visible evidence of cultural producers”, «Annual Review Anthropology», n. 29, (2000), pp. 467–92.
– Danilo Montaldi, Militanti politici di base, Einaudi, Torino 1971.
– Leonardo Piasere, L’etnografo imperfetto. Esperienza e cognizione in antropologia, Laterza, Roma-Bari 2002.
– Enrico Quadrelli, “Militanti politici di base. Banlieuesards e politica”, in Matilde Callari Galli (a cura di) Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Guaraldi,Rimini 2007.
– Studio Raumplan, “Failures. Process beyond Success”, 2016.
– Pietro Saitta, Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidianoOmbre Corte, Verona 2015.
– Katharina Schramm, Remembering violence. Anthropological perspectives on intergenerational transmission, Berghahn Books, New York 2009.
– J.P. Spradley, The Ethnographic Interview, Holt, Rinehart and Winston, New York 1979.

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