di Omar Calabrese Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo questo articolo, già edito nel testo curato da Federico Montanari Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, Carocci, Roma, 2010. Molti hanno osservato, recentemente, che da circa quindici anni il linguaggio della politica italiana si è decisamente trasformato. Una volta esistevano una voluta oscurità e una ambiguità generalizzata, utile al puro effetto di presenza sulla scena pubblica da parte degli uomini politici, all’occultamento del significato per gli ascoltatori e i lettori, e alla possibilità di volgere il senso delle parole secondo le tattiche dell’occasione [1]. Italo Calvino, ad esempio, scriveva nel 1965: “Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono pensano parlano nell’antilingua” [2]. Il fenomeno era, d’altra parte, conosciuto in tutto il mondo, e aveva dato luogo, fin dagli anni Trenta (soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra) a un movimento per un corretto uso del linguaggio nell’amministrazione della cosa pubblica, detto comunemente plain language, che ha ottenuto molti successi a […]