Memorie di confine tra modernità e nuova Europa (2)

Raccontare, commemorare, dimenticare

di Alessandro Cattunar

COSTRUZIONE DELLA MEMORIA, INVENZIONE DELLA TRADIZIONE E COMUNITÀ IMMAGINATE

Ricordi il confine? di Vincenzo Caico (CC BY-NC-ND 2.0)

I processi di nascita e sviluppo delle memorie e, di conseguenza, anche i meccanismi relativi alle identità, sono essenzialmente dei processi di costruzione, confronto, sintesi e invenzione che operano attraverso diversi “oggetti”. Le memorie non si costituiscono solo a partire da ricordi e narrazioni (scritte, orali, televisive o informatiche), da miti o leggende, ma dispongono anche di oggetti concreti, come monumenti, cimeli, manifestazioni sociali, cerimonie pubbliche, istituzione di simboli riconosciuti. Attraverso tutti questi elementi la memoria viene costruita, riprodotta, conservata e trasmessa da una generazione all’altra. In questi processi assumono facilmente un ruolo fondamentale le istituzioni e i poteri politici.

La commemorazione è il processo di istituzionalizzazione di un ricordo […] rappresentazioni che riguardano eventi ritenuti significativi da e per un determinato gruppo. […] Nella sua fase originaria [la commemorazione] è qualcosa di simile all’elaborazione di un lutto. Commemorare è ricordare assieme, dar voce e gesto a un dolore. [28]

La scelta di commemorare non è mai un’operazione neutra: implica scelte e valutazioni. Bisogna capire chi e cosa è necessario ricordare. È, evidentemente, una scelta politica. “Gruppi diversi che hanno valori e giudizi diversi, vogliono ricordare eventi e persone diverse, con nomi diversi” [29]. Le commemorazioni, a seconda dei casi, possono assumere funzioni differenti. Possono essere occasione sincera di rievocazione di un dato periodo con lo scopo di riflettere, confrontarsi e rielaborare il lutto. Allo stesso modo, possono diventare occasione di imposizione di una determinata versione del passato sulle altre al fine di creare consenso o di sopire rancori.

È in questo contesto che bisogna introdurre i concetti di “invenzione della tradizione” e di “comunità immaginate” proposti di Hobsbawm [30] e da Anderson [31]. Il primo mette in evidenza in modo esemplare come le identità nazionali formatesi fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo abbiano basato il loro processo costitutivo sulla creazione e invenzione di miti e simboli in grado di suscitare identificazione e senso di appartenenza. Gli stati e le autorità politiche hanno messo in atto opere di invenzione di tradizioni: “con lo scopo di dare a contesti sociali nuovi, caratterizzati dalla mobilitazione politica delle masse, e in cui non si poteva più ricorrere ai vecchi vincoli di obbedienza e lealtà, nuove forme di coesione e di identità collettiva” [32]. L’identità della nazione viene fondata su una fittizia continuità con il passato. Continuità che viene affermata tramite cerimonie pubbliche, manifestazioni, inni nazionali, monumenti. In pratica, le istanze del presente selezionano una serie di elementi del passato e alcune precise memorie collettive per renderle fondamento della nuova identità in costruzione. Il passato viene riletto e interpretato in funzione del presente. Tutti gli “oggetti” che abbiamo menzionato sono il sigillo di questa operazione.

Le invenzioni di tradizioni sono possibili poiché:

rispondono non solo alle esigenze di chi è vincente in un dato momento nel campo politico, di chi è egemone, ma anche ai desideri di soggetti che hanno bisogno di quella memoria collettiva, di ricordare quel passato seppure inesistente. […] E le narrazioni collettive fondate su memorie legittimate come comuni ci dicono molto, non solo sui disegni e progetti di chi domina ma anche sui sogni, sulle fantasie e i desideri di chi è dominato. [33]

Ma una memoria fondata sul desiderio è fragile, perché sono gli stessi desideri ad essere influenzati e manipolati dai quadri sociali e dalle pratiche politiche. Sul desiderio si può agire in maniera positiva favorendo e incoraggiando una memoria attiva, plurale, critica, basata sul confronto. Questo vorrebbe dire elaborare i lutti e i conflitti, i passati dolorosi attraverso la libera discussione tra le diverse memorie collettive. D’altra parte si può operare anche in maniera opposta. “La sfera pubblica può, mortificando se stessa, produrre una memoria passiva e preconfezionata, dove il passato viene manipolato e immesso nel mercato della memoria come oggetto di consumo sotto forma di mito fondativo” [34]. In questo modo, come abbiamo detto in precedenza, si può favorire l’affermazione di precise memorie, l’invenzione di quelle necessarie ai nostri scopi e l’oblio di quelle più problematiche.

In questo contesto le memorie traumatiche assumono un ruolo particolarmente delicato. I ricordi legati ai fatti più tragici, agli episodi più violenti, ai momenti in cui la vita è stata messa in pericolo sono, generalmente, quelli che rimangono fissati con maggior intensità nelle memorie individuali. Nell’ottica della memoria pubblica questo tipo di ricordi risultano problematici. In quanto fortemente laceranti, difficilmente potranno essere utilizzati come basi fondative delle nuove identità. Non a caso, a cavallo della Prima guerra mondiale sono stati i ricordi eroici, quelli relativi alle grandi imprese e alle vittorie ad essere assunti come miti fondativi. E quando non c’erano, o non erano del tutto privi di lati oscuri, allora si provvedeva ad inventarli. In questo modo, i ricordi traumatici venivano relegati alla memoria individuale e nel soggetto si creava una scissione tra questa e le commemorazioni proprie della sfera collettiva. Le memorie individuali della guerra si tramutavano in chocs [35]. È altrettanto vero che, alle volte, proprio questi traumi vengono assunti come elementi di identificazione, un’identificazione fondata sul contrasto con coloro che quel trauma hanno causato.

Pur trovandoci, come dicevamo prima, in un’epoca post-nazionale, i segnali fisici della memoria sul territorio e nelle celebrazioni pubbliche permangono. In particolare lungo il confine, il paesaggio risulta costellato di monumenti, cimiteri e targhe commemorative. Altrettanto numerosi, soprattutto se consideriamo entrambi i lati del confine, risultano essere le ricorrenze, i giorni da ricordare e commemorare.

La Venezia Giulia ha vissuto, in maniera forse più intensa rispetto ad altre realtà, le dinamiche sopra descritte. I legami fra memoria individuale, memoria collettiva e pubblica e costruzione delle identità si sono articolati, a seconda delle fasi storiche, in modi diversi e a volte contrastanti. Vorrei qui farne solo un breve accenno.

Dopo il primo conflitto mondiale l’identità nazionale italiana cercò di rafforzarsi attraverso il mito della Grande guerra, del sacrificio e della conquista delle terre irredente. I cimiteri di guerra diventarono presto luoghi di culto per l’intera nazione. Sorsero ovunque monumenti commemorativi. Si celebrava “la religione della patria” attraverso il ricordo e la glorificazione di centinaia di miglia di suoi caduti. Il più grande cimitero di guerra era quello di Redipuglia, a pochi chilometri da Gorizia.

In un primo tempo il cimitero venne costruito come un Purgatorio, con diversi gironi, a rendere l’esperienza liminale dei caduti nella guerra di trincea, Il colle S. Elia venne scavato a terrazze concentriche: su ogni cornice trovavano luogo le sepolture di un certo numero di caduti, identificati e no. Sui cumuli erano esposti rottami arrugginiti di macchine e armi, poveri reperti delle vittime ed incombenti su tutto migliaia di metri di filo spinato. [36]

In questo caso, grazie alla vittoria finale, un evento globalmente tragico venne assunto a fondamento di una nuova identità nazionale. La guerra nel suo insieme venne inscritta in una nuova memoria pubblica che si cercava di rendere condivisa. Le memorie tragiche, i ricordi traumatici e le esperienze dei singoli, invece, vennero in qualche modo obliterati. Come dicevamo all’inizio citando Benjamin: “la gente tornava dal fronte ammutolita” [37]. Le memorie individuali non potevano essere rese comuni perché a livello pubblico tutto era cambiato e si era cercato di nascondere in ogni modo l’assurdità di quella guerra e delle esperienze (fino a quel momento) inimmaginabili che furono costrette a vivere le persone.

Perché mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione, di quelle fisiche dalla guerra dei materiali, di quelle morali dai detentori del potere. Una generazione che non era ancora andata a scuola con il tram a cavalli si trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole, e sotto di esse, in un campo di correnti ed esplosioni mondiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo. [38]

Il fascismo si appropriò presto del mito della Grande guerra e lo portò al suo massimo grado. La Prima guerra mondiale diventò, in un immaginario quasi religioso, il simbolo della rinascita (fascista) della patria, consacrata dal sacrificio dei caduti. Come ricorda Marina Cattaruzza [39], il regime istituì molti anniversari legati alla retorica del conflitto. Il 3 novembre 1922, le principali località che ospitarono i campi di battaglia furono elevate a monumento nazionale. Il 4 novembre, venne celebrato con grande solennità davanti alla tomba del Milite Ignoto all’Altare della Patria. Nel 1931, si festeggiarono le “radiose giornate di maggio” come la “nascita della volontà rivoluzionaria”. Nel 1938, Redipuglia divenne luogo della memoria per eccellenza grazie alla costruzione di un’immensa scalinata che si “ergeva fiera” verso il cielo (e all’eliminazioni di quei residui bellici così prosaici e terreni).

A questo punto, però, bisogna prestare attenzione a chi erano i destinatari di queste “politiche della memoria”. Lungo il confine orientale, e in particolare nel goriziano, non pochi cittadini si potevano considerare ancora filo-austriaci. Erano in molti ad aver combattuto la guerra nelle file dell’esercito austroungarico e di certo le componenti attive dei gruppi irredentisti non rappresentavano la maggioranza della popolazione. Inoltre, se consideriamo la provincia di Gorizia, anche dopo la guerra la popolazione di lingua e “nazionalità” slovena era tre volte più numerosa di quella italiana. Si può così capire come le strategie di formazione e “imposizione” di una memoria pubblica assumessero nella Venezia Giulia, un ruolo e un significato particolari. Se nel resto d’Italia si trattava di consolidare il legame con la patria e, soprattutto, di legittimare il nuovo corso instaurato dal fascismo, lungo il confine orientale si trattava di imporre una memoria e una nazionalità italiana a popolazioni che non lo erano.

In questa prospettiva si inserì anche il fenomeno dell’italianizzazione forzata delle minoranze (che in certe zone erano maggioranze) e della snazionalizzazione. Il tentativo di eliminare ogni segno e caratteristica della cultura e delle identità non italiane, a partire dalla lingua, creerà un solco, una ferita, che influenzerà tutti gli eventi successivi. Privare gli sloveni della loro lingua era un tentativo di annullamento della loro identità. Veniva messa in dubbio la stessa possibilità di raccontare e quindi di tramandare le proprie memorie e le proprie tradizioni.

Con la fine del Secondo conflitto mondiale, e dopo la definizione della linea di confine le politiche di costruzione della memoria pubblica si riproposero. Questa volta sdoppiate. Sia in Italia che in Jugoslavia, vennero eretti monumenti e istituiti anniversari. Da entrambe le parti si decise quali eventi dovevano essere ricordati e quali cancellati, quali erano i morti da commemorare e quali da dimenticare. Il goriziano è l’esempio più eclatante di questi meccanismi. Popolazioni che vissero gli stessi eventi, negli stessi luoghi, interagendo con le stesse persone, dal momento in cui si trovarono separate dalla bianca linea del confine furono soggette a politiche della memoria opposte.

Nelle commemorazioni:

sono impliciti degli aspetti di conflitto. Se si tratta di morti violente, chi vuole ricordare di norma si scontra con la volontà di chi ha ucciso. Questi tenderà a far dimenticare il suo crimine, o, se lo ricorda, a ricordarlo con un nome diverso, cioè cercando di legittimare a posteriori la sua azione. Diceva qualcuno che la storia la scrivono sempre i vincitori: ogni nazione colonialista ha celebrato i propri soldati morti come degli eroi, e chi cadeva resistendo come un bandito. Ogni volta che una guerra è vinta, i caduti di una parte sono i protagonisti dell’epos, gli altri assassini. [40]
I meccanismi di selezione degli eventi “rilevanti” da porre alla base della memoria e dell’identità nazionale sono estremamente evidenti nel caso della Venezia Giulia. Ancora oggi, in ambito italiano, se prendiamo in considerazione sia la pubblicistica sia gli studi accademici, possiamo notare come gli argomenti riproposti continuamente, in maniera quasi ossessiva, riguardino sempre le tragedie e i traumi subiti dalla popolazione italiana nel periodo successivo alla guerra. I due “grandi temi”, gli unici conosciuti dalla maggioranza della popolazione, sono le foibe e l’esodo.

Con ciò non si intende affermare che la ricerca storica assuma forti connotati nazionalistici o non sia ormai giunta ad un livello di analisi dei fatti estremamente approfondito e sostanzialmente condiviso dai diversi attori. Si vuole solo sottolineare come i temi all’ordine del giorno – i temi posti in cima all’“agenda setting”, potremmo dire in termini mediologici – sono quelli che consentono alla comunità di riferimento – quella italiana – di consolidare la propria identità attorno al ricordo dei traumi subiti. Si nota ancora una certa difficoltà, alcune ritrosie da parte soprattutto degli attori politici, a porre sullo stesso piano, a far intrecciare e confrontare, i diversi punti di vista.

Le “memorie degli altri” [41], che per forza di cose sono essenziali per l’analisi e la comprensione di un area di confine caratterizzata dalla convivenza di diversi gruppi etnici e politici, vengo osservate ancora con una certa diffidenza. Soprattutto in ambito accademico sono ormai diversi anni che stiamo assistendo ad un avvicinamento degli storici appartenenti ai due contesti nazionali. Le fonti, i documenti e i temi trattati vengono intrecciati e comparati sempre con maggior frequenza. Le tragedie subite dalla popolazione slovena e croata durante il fascismo, l’invasione della Jugoslavia da parte del Regno d’Italia e le conseguenti massicce deportazioni nei campi di concentramento (in particolar modo Visco, Gonars, Rab), la difficile situazione della minoranza slovena in Italia tra gli anni ’50 e ’80 – dopo anni di sostanziale oblio – sono temi sempre più studiati.

Rimane, però, a livello di opinione pubblica, ancora un forte ancoraggio a punti di vista, interpretazioni e stereotipi caratterizzanti l’epoca della “contrapposizioni nazionali”. Spesso lo scontro tra le diverse memorie prende ancora il sopravvento su un dialogo che ormai dovrebbe essere assunto come pratica consolidata.

I RACCONTI DI VITA DEI TESTIMONI: UNA PROPOSTA D’ANALISI

Ancora oggi permangono, sia negli studi accademici che nel discorso pubblico nazionale e locale, alcuni paradigmi legati ad una determinata contingenza politica e fortemente influenzati da alcune categorie analitiche e interpretative forti e non sempre problematizzate a sufficienza come quelle di“nazione”, “ideologia”, “identità nazionale”. Come ha scritto recentemente Marta Verginella:

vi sono paradigmi utilizzati in modo particolare dalla storiografia di confine […] Si tratta di paradigmi che ricorrono con grande frequenza sia nelle sintesi storiografiche di carattere nazionale che nei discorsi politici, locali e nazionali, riguardanti il recente passato del confine orientale d’Italia. Il più frequente […] si richiama all’esistenza di “nazionalismi opposti” e viene inteso, a seconda di chi ne fa uso, come una categoria interpretativa o una formula magica in grado di esemplificare e sintetizzare gli eventi precedenti le tragedie del Novecento, la persecuzione fascista, le violenze della seconda guerra mondiale, l’esodo e le foibe. Complessi processi storici, caratterizzati non soltanto dalla nazionalizzazione ma anche dalla modernizzazione delle società, vengono interpretati unicamente come effetti di uno scontro nazionale, senza che vengano valutate a sufficienza le specificità dei vari contendenti nazionali presenti nell’area e le particolarità della formazione delle comunità “nazionalmente immaginate” in competizione. [42]

Il problema dei nazionalismi opposti, ha portato una parte degli studiosi ad analizzare le dinamiche che hanno caratterizzato prima la zona del Litorale austriaco e poi il Litorale adriatico e la Venezia Giulia sulla base di uno schema “binario”. Uno schema che tendeva ad assumere come categorie date due comunità nazionali opposte e ben identificate. Due soggetti, due gruppi chiaramente delineati, omogenei e consapevoli. Due gruppi con obiettivi precisi, che lottano per la propria affermazione e cercavano legittimazione in una tradizione nazionale più o meno inventata e costruita ad hoc. Questa lettura, come ricorda sempre Marta Verginella [43], si ritrova anche nella relazione finale della Commissione mista storico-culturale italo-slovena in cui alcuni passaggi avvallano una visione degli italiani e degli slavi come due gruppi nazionali ben distinti e fortemente coesi [44]. Italianità e slovenità sembrano divise da una linea netta e invalicabile. «La presenza storica degli italiani e degli sloveni viene collocata quasi in una dimensione metastorica» [45]. La presenza di letture ed elementi di questo tipo anche nella relazione finale della Commissione mista devono mettere in guardia riguardo alla persistenza di approcci ancora fortemente legati a prospettive nazionali ed etnocentriche nonostante negli ultimi anni siano stati numerosi gli studi che si sono mossi in altre direzioni.

Può risultare, allora, interessante provare a mettere in discussione questo paradigma, considerandolo come un fattore non naturale. Per fare ciò bisogna innanzitutto sottolineare come gli eventi non siano sempre stati delle conseguenze dello scontro nazionale ma, più propriamente, come proprio alcuni eventi siano stati la causa dell’intensificazione delle identificazioni nazionali. Va poi sottolineato come quella nazionale non fosse l’unica forma forte di identificazione, tutt’altro. Le identificazioni da un punto di vista nazionale rimasero incerte per molto tempo. Prevalsero altri tipi di definizione del sé. È significativo, in questo senso, quanto scrive Ernesto Sestan:

L’accertamento della nazionalità in questa regione non si presenta univoco, né oggettivamente né soggettivamente […] La nozione della nazionalità non è un fatto così certo, così indiscusso, di immediata e indubitabile consapevolezza […]. La nazionalità, nelle classi più basse di questa terra mistilingue, non è sempre un dato inequivocabile di natura, ma spesso un atto di elezione […] divengono poi determinanti, nel decidersi, elementi che nulla hanno a che vedere con il censimento nazionale: l’interesse o il supposto interesse materiale, il risentimento di classe, gli antagonismi di campanile e parrocchia, l’adesione supina a qualche agitatore politico, lo spirito di gregge e di imitazione. [46]

Per superare, almeno in parte, i paradigmi e le rigidità finora segnalati, riteniamo che una delle strade più stimolanti da percorrere sia quella della raccolta e dell’analisi critica dei racconti di vita dei testimoni. Le fonti orali possono essere un punto di partenza privilegiato per l’analisi delle complesse dinamiche che legano la nascita di un confine fisico con la definizione delle identità. Infatti, fornendo punti di vista ed interpretazioni differenti e spesso contrastanti dei fatti, le testimonianze orali mettono in luce l’importanza che la dimensione soggettiva occupa nei meccanismi di formazione e costruzione della memoria. Ma i racconti di vita, nel momento in cui vengono fatti interagire con altre tipologie di fonti, più tradizionali, sono anche in grado anche di far emergere i legami fra le percezioni personali e la dimensione collettiva e pubblica. In questa prospettiva, ogni testimonianza deve essere assunta come testo da analizzarsi a più livelli e da comprendere ermeneuticamente, va considerata come un testo in cui la verità fattuale di ciò che il soggetto dichiara può essere meno rilevante della sua verità emotiva, e in cui i contenuti di ciò che è narrato, a volte, sono meno importanti dei modi in cui sono espressi [47]. Come ha scritto spesso Alessandro Portelli, le fonti orali ci informano “più ancora che sugli avvenimenti, sul loro significato” [[48] per i singoli individui e per i gruppi. Ci aiutano a comprendere come, nella percezione degli eventi, si insinuino “l’immaginario, il simbolico, il desiderio” [49], tutti elementi che entrano in stretta relazione con le identità, con la propria definizione e percezione di sé.

Le memorie, legate alle scelte che si sono compiute e ai contesti e ai gruppi in cui ci si è trovati a vivere, possono essere di grande aiuto per capire se, come e quando, secondo quali modalità e tempistiche si siano create identità di tipo nazionale. Come ricorda Cristina Benussi la nascita del confine crea “memorie dell’esilio” [50]. Memorie dell’esilio che però non possono riguardare un unico gruppo – ad esempio gli italiani costretti a lasciare l’Istria o la Jugoslavia, come traspare da numerosi studi – ma tanti diversi gruppi, costretti a varie tipologie di esilio. I racconti di vita ci aiutano ad analizzare come questi diversi esili si sedimentino nella memoria e nella costruzione di identità che per lo più rimangono plurime, fluide e cangianti [51].

Se si concentra l’attenzione sulle modalità del racconto, emergono molte differenze fra coloro che oggi sono identificati come italiani, sloveni o come “minoranza slovena in Italia”, ma anche molte somiglianze. Capire cosa viene ricordato e cosa viene relegato nell’oblio, analizzare alcuni espedienti discorsivi e retorici, ci permette di comprendere sentimenti provati, le paure e i desideri, i giudizi su ciò che stava avvenendo. L’analisi dei racconti di vita può mettere in luce le “dinamiche emozionali” che hanno caratterizzato il passato ma anche quelle che caratterizzano i giorni nostri. Dalle fonti orali riemergono le emozioni provate in passato – paura, sollievo, odio, rabbia, amore – ed emergono le emozioni provate oggi – speranza, gioia ma anche indifferenza o diffidenza – nel momento in cui si raccontano quegli eventi, subito dopo la caduta del confine, dopo l’ingresso della Slovenia in Unione Europea. Si può così provare a capire perché, alla riunificazione fisica e materiale, non sempre coincida un riavvicinamento della memorie, memorie che rimangono, spesso, fortemente divise proprio perché strettamente legate alle emozioni e al trauma [52]. Lo studio delle emozioni e dei termini utilizzati per descriverle può aiutare a capire come la percezione degli eventi da parte dei singoli individui spesso si discosti ampiamente dalle versioni fornite dalla stampa e dalle spiegazioni ed interpretazioni fornite dalla storiografia. La conoscenza degli avvenimenti, delle ragioni politiche, ideologiche e militari, delle strategie e dei rapporti diplomatici da parte dei comuni cittadini è spesso molto parziale. Nelle maggior parte dei casi prevalgono l’incertezza o le interpretazioni fornite dai ristretti contesti sociali e politici frequentati dal singolo testimone. Ma, ancora di più, emerge come gli elementi discriminanti nelle visioni e nelle scelte delle persone non fossero questioni ideologiche, politiche o di identità nazionale, ma elementi legati alla vita quotidiana, alle strette relazioni familiari, amicali e lavorative. Tutti aspetti che difficilmente si possono far rientrare all’interno di una dinamica binaria di tipo nazionale.

Non bisogna, però, dimenticare che i ricordi individuali sono spesso fortemente influenzati oltre che dai discorsi pubblici e dalle politiche della memoria (e di invenzione della tradizione) applicate dai diversi regimi anche dalle pubblicazioni storiografiche accademiche. Come ricorda Marta Verginella,

se è vero che ogni cancellazione o spostamento, ma anche rifacimento, del confine è accompagnato da pratiche d’esercizio del potere di delimitare e di configurare il territorio, allora andrebbe valutato anche il contributo dato a tali pratiche dagli storici su ambedue i versanti del confine italo-jugoslavo. […] Nel Novecento gli storici divennero fornitori di prove della “vera identità” del territorio, di “verità storiche”, utili a legittimare la conquista di nuovi territori o semplicemente per comprovare la “vera” appartenenza nazionale dei territori contesi. [53]

Proprio la condizione “contesa” del confine e la fluidità della situazione politica ha portato tutti gli attori politici e culturali presenti sul territorio a prendere parte alla costruzione di narrazioni e di immagini del passato che fossero in continuità con una determinata tradizione nazionale, contribuendo alla creazione diversi modelli di comunità “immaginare” in contrasto tra di loro [54].

Non avendo potuto, per motivi di spazio, inoltrarmi in un’analisi specifica dei racconti di vita [55], spero, attraverso questi brevi annotazioni, di essere riuscito quantomeno a delineare alcune delle principali dinamiche che caratterizzano la “cultura della memoria” nell’epoca attuale. Il complessi intrecci tra dimensione individuale, pubblica e privata – ma anche quelli tra sfera della memoria, contesto mediale e dinamiche politiche – ci devono portare ad analizzare i processi legati al ricordare come una “costruzione collettiva e sociale, come insieme di discorsi che danno un’impronta alla memoria dei singoli e la condizionano, al punto che risulta difficile distinguere il ricordo personale da quello pubblico” [56].

In particolar modo, nel momento in cui si decide di affrontare la storia di un’area di confine caratterizzata dall’influenza di diversi contesti nazionali, culturali e linguistici, è importante considerare la molteplicità delle memorie che si “affrontano” sullo scacchiere, memorie che, se analizzate in modo appropriato e scevro da ideologismi, ci consentono di far emergere molteplici piani di analisi. Risulta utile sottolineare soprattutto le differenze fra il modo di ricordare dei singoli individui – che mettono in luce soprattutto la dimensione emozionale e quotidiana – e le memorie pubbliche, che invece sottolineano alcuni elementi necessari alla costruzione e al consolidamento di identità di tipo sostanzialmente nazionale. È solo facendo interagire la retorica propria dei “luoghi della memoria” e delle cerimonie pubbliche con i discorsi mediatici e con i fatti e le interpretazioni che traspaiono dai racconti dei singoli che potremo avere un’immagine davvero multi sfaccettata della complessa Storia che caratterizza quest’area e delle necessità che si affacciano oggi, nel momento in cui si cerca di costruire una nuova convivenza e una nuova identità di tipo europeo.
“>

Documenti allegati

Note

[28] Paolo Jedlowski, Memorie, esperienze e modernità, cit., p. 99.

[29] Ibidem.

[30] Cfr. Eric J. Hobsbawm, Terence O. Ranger, op. cit., passim.

[31] Benedict Anderson, Comunità immaginate, Roma, Manifestolibri, 1995.

[32] Loredana Sciolla, “Memoria, identità e discorso pubblico”, in Marita Rampazi, Anna Lisa Tota, Il linguaggio del passato, cit., pp. 24-25.

[33] Gabriella Turnaturi, “Ricordiamo per voi”, in Marita Rampazi, Anna Lisa Tota, Il linguaggio del passato, cit., pp. 54-55.

[34] Ibidem, p. 56.

[35] Walter Benjamin, “Di alcuni motivi in Baudelaire”, op. cit., p. 95 e sgg.

[36] Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 110.

[37] Walter Benjamin, “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Lescov”, in op. cit., p. 248.

[38] Ibidem.

[39] Marina Cattaruzza, op. cit., p. 111.

[40] Paolo Jedlowski, op. cit., p. 99.

[41] Marta Verginella, Il confine degli altri. La questione giuliana e la memoria slovena, Roma, Donzelli, 2008.

[42] Marta Verginella, “Radici dei conflitti nazionali nell’area alto-atlantica: il paradigma dei ‘nazionalismi opposti’”, in AA.VV., Dall’Impero austro-ungarico alle foibe. Conflitti nell’area alto-adriatica, Torino, Bollati Boringhieri, 2009, p. 11. Si veda anche Marta Verginella, “La storia di confine tra sguardi incrociati e malintesi. Nota introduttiva”, in Marta Verginella (a cura di), La storia al confine e oltre il confine. Uno sguardo sulla storiografia slovena, cit., p. 8 e sgg.

[43] Marta Verginella, “Radici dei conflitti nazionali nell’area alto-atlantica: il paradigma dei ‘nazionalismi opposti’”, cit., p. 16.

[44] «I rapporto italo-sloveni nella regione adriatica hanno le loro premesse nella fase di crisi successiva al crollo dell’Impero romano, quando da una parte, sul tronco della romanità si sviluppa l’italianità e dall’altra si verifica l’insediamento della popolazione slovena», Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena, cit., p. 243.

[45] Marta Verginella, “Radici dei conflitti nazionali nell’area alto-atlantica: il paradigma dei ‘nazionalismi opposti’”, cit., p. 16.

[46] Ernesto Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine, Del Bianco, 1997, pp.183-187.

[47] Chiara Saraceno, Corso della vita e approccio biografico, in “Quaderni del dipartimento di politica sociale”, n.9, Università di Trento, 1986.

[48] In Cesare Bermani (a cura di), Introduzione alla storia orale, Roma, Odradek, 1999, p. 154.

[49] Ibidem.

[50] Cristina Benussi, “Questioni di soglia: per una poetica, per un’estetica femminile”, in Adriana Chemello; Gabriella Musetti, Sconfinamenti. Confini, passaggi, soglie nella scrittura delle donne, Trieste, Il ramo d’oro, 2008, p. 55.

[51] Cfr. Marta Verginella, Il confine degli altri. La questione giuliana e la memoria slovena, Roma, Donzelli, 2008, p. 96.

[52] Numerosi spunti, in questo senso, si possono trarre da Gabriella Gribaudi, Guerra totale, Torino, Bollati Boringhieri, 2005; Triulzi Alessandro (a cura di), Dopo la violenza. Costruzioni di memoria nel mondo contemporaneo, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 2005.

[53] Marta Verginella, “La storia di confine tra sguardi incrociati e malintesi. Nota introduttiva”, in Marta Verginella (a cura di), cit., p.7.

[54] Cfr. Eric J. Hobsbawm, Terence O. Ranger, op. cit.; Benedict Anderson, op. cit.; Marta Verginella, “La comunità nazionale slovena e il mito della Trieste slovena”, in Marta Verginella, La storia al confine e oltre il confine. Uno sguardo sulla storiografia slovena, «Qualestoria», n. 1, giugno 2007, p. 105

[55] A riguardo mi permetto di rimandare a Alessandro Cattunar, Il confine delle identità. Scontri nazionali e processi identitari tra politiche pubbliche e percorsi privati durante l’amministrazione del GMA nella Venezia Giulia in «Italia Contemporanea», rivista dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione, n.1, 2010, in corso di pubblicazione; Alessandro Cattunar, La liberazione di Gorizia. Identità di confine e memorie divise: le videointerviste ai testimoni, «Storicamente», n. 5, 2009, http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/cattunar.htm; Alessandro Cattunar, Memorie di confine e identità plurime. Il confine italo-jugoslavo nei racconti di vita dei testimoni: 1943-47, «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea». Dossier: Il mosaico dei confini. Le frontiere della modernità [on line], N. 1, ottobre 2009, http://www.studistorici.com/2009/10/19/cattunar_memorie_di_confine/.

[56] Anna Di Gianantonio, “La resistenza tra discorso pubblico e privato: alcune ipotesi sulla costruzione della “memoria collettiva”, in Confini, resistenze, memorie, «Qualestoria», n. 1, giugno 2006, p. 119.

Print Friendly, PDF & Email
Close