Italiano di classe

Verso la riappropriazione di un uso politico della didattica dell’italiano a migranti

Abbiamo affrontato la questione dei Bisogni educativi speciali (Bes) come laboratorio della pedagogia neoliberista nel nostro ebook sulla scuola. Fra i Bes un posto di tutto rilievo è occupato dallo svantaggio linguistico e culturale: invece di affrontare alla radice il gap linguistico dei giovani migranti con l’istituzione di un insegnamento di lingua italiana L2 si chiede alla scuola, oggi, di farsene carico applicando le strategie dell’intervento educativo personalizzato. Proponiamo una riflessione su Italiano di classe, un manuale di italiano per migranti curato da Sara Biscioni che mette in discussione gli stereotipi e i luoghi comuni che caratterizzano le forme di mediazione didattica della lingua italiana per migranti.

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Nell’ultimo periodo l’offerta editoriale relativa all’insegnamento/apprendimento dell’italiano a persone non madrelingua si è piuttosto ampliata, complice anche la normativa che impone il raggiungimento di un livello minimo di padronanza dell’italiano al fine dell’ottenimento/stabilizzazione dei documenti di soggiorno. Questo ha reso vitale per migliaia di persone l’appropriazione dello strumento-lingua; l’obbligatorietà ha però paradossalmente evidenziato l’aspetto escludente e discriminante della lingua stessa: non importa che io “straniero” risieda in Italia da anni, lavori, mi faccia anche sfruttare per ottenere o mantenere un contratto di lavoro, devo anche dimostrare di essere “integrato” abbastanza da padroneggiare un livello sufficiente (A2) di lingua parlata e scritta (senza alcun rispetto, fra l’altro, per persone provenienti da situazioni di analfabetismo).

Il tutto, ovviamente, senza che mi vengano forniti gli strumenti adeguati per acquisirlo: i fondi destinati ai corsi di italiano sono ridicoli se non inesistenti e la loro organizzazione, sulla scia della sussidiarietà, è demandata in gran parte al terzo settore, spesso associazioni di volontariato con pochissima esperienza/formazione specifica, in un sistema che presenta forti disparità territoriali. Per esempio, il D.M. del 4 giugno 2010, che istituisce l’obbligatorietà del superamento del test di italiano per ottenere il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, prevede che lo Stato promuova, nell’ambito delle risorse statali e comunitarie disponibili, “progetti di formazione” per illustrare ai migranti le modalità di attestazione e preparare i test; nessun accenno a lezioni e insegnanti (art. 6 comma 2).

Ugualmente, il D.P.R. 179 del 14 settembre 2011, che istituisce l’Accordo di Integrazione tra lo Straniero e lo Stato, determina che lo Stato si impegni a «sostenere il processo di integrazione dello straniero attraverso l’assunzione di ogni idonea iniziativa in raccordo con le regioni e gli enti locali, che anche in collaborazione con i centri per l’istruzione degli adulti […] possono avvalersi delle organizzazioni del terzo settore […] e delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, nell’ambito delle rispettive competenze e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente», limitandosi però “nell’immediato” solo ad assicurare la partecipazione del migrante a una sessione di formazione civica (art. 2 comma 6); non viene stabilito dunque né come dovrebbe svolgersi il test di lingua italiana né tantomeno dove, come e grazie a chi dovrebbe il migrante imparare la lingua. Ecco quindi come trasformare uno strumento di libertà e liberazione, la lingua, in strumento di discriminazione e oppressione.

Ma c’è un altro punto interessante: paradossalmente l’offerta editoriale è ancora concentrata sull’insegnamento dell’italiano come LS, ovvero su manuali che hanno come target persone che imparano la lingua risiedendo all’estero, destinati per lo più ad universitari o comunque a persone con un background scolastico elevato. Essi si basano su una visione conforme a quella istituzionalmente propagandata dell’Italietta “spaghetti e mandolino” (depurata anche dall’elemento mafia) che li fa sembrare brochure pubblicitarie che veicolano l’idea di un’Italia come meta turistica, come piazza d’investimento o come produttrice di quel made in Italy esclusivo destinato ai “riccastri” di ogni dove.

Viene dunque non solo eliminata la portata politica, nel senso di liberatrice in quanto conflittuale, della lingua, ma viene veicolata l’idea che l’Italia sia un’oasi di pace e bellezza in un mondo dilaniato da guerre, povertà, ingiustizie. Anzi, emerge a conti fatti l’idea che tutto il mondo sia un luogo pacifico (pacificato) per cui in una classe di lingua valga la pena parlare solo di camere d’albergo e ristoranti: nessun accenno alle contraddizioni del sistema entro cui noi tutti viviamo e soprattutto alla possibilità di non conformarsi a tale sistema nefasto. E, soprattutto, nessuna presa di posizione.

Il manuale qui presentato, invece, si basa sul reale e prevede una presa di posizione netta: quella dell’oppresso, direbbe Freire, che rispecchia d’altronde la collocazione sociale dei suoi destinatari. E se è vero che la maggior parte della popolazione migrante/di origine migrante oggi in Italia appartiene alla classe subalterna, alle fila di coloro che più che prenotare una vacanza devono resistere a uno sfratto, parlare (e soprattutto far parlare, fornendo gli strumenti linguistici e gli spunti di riflessione per farlo) di tematiche “di classe” è mio avviso prioritario, proprio quando molti migranti cominciano a prendere atto della loro collocazione di classe e a rivendicare diritti sindacali e sociali. Ecco che nel manuale si parla quindi di scioperi, occupazioni, violenza poliziesca, tutti temi che di solito mai diventano materiale didattico. Ovviamente si tratta di una selezione tra i mille argomenti che avrebbero potuto trovare spazio in un percorso simile.

Nel momento in cui in Italia viene approvato il Jobs Act e gli squilibri di reddito diventano sempre più accentuati, in cui poteri politici e media asserviti al capitale cercano di indirizzare la conflittualità sociale verso determinati gruppi, fra cui appunto i migranti, giocando la carta vecchia ma sempre efficace della “guerra fra poveri”, rivendicare l’uso della lingua nella sua dimensione di costruttrice di un’identità di classe rappresenta a mio parere un piccolo ma importante tassello nell’ambito di strategie più ampie di resistenza e lotta.

A questo link potete scaricare gratuitamente e in formato pdf il manuale, a cura di Sara Biscioni, Italiano di classe.

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