Raccontare, commemorare, dimenticare
di Alessandro Cattunar

[In occasione dell’incontro fuori calendario con Alessandro Cattunar, ospite del lavoro culturale mercoledì 11 maggio alle 17 in sala Cinema, pubblichiamo un suo contributo già apparso su www.studistorici.com, come introduzione ad alcuni dei temi che verranno trattati nel corso dell’incontro. L’articolo, dal titolo Raccontare, commemorare, dimenticare. Memorie di confine tra modernità e nuova Europa, viene pubblicato in due parti. La seconda e ultima parte sarà online domani.]
MEMORIE, IDENTITÀ E MODERNITÀ
Riflettere sulla memoria e sulle sue molteplici declinazioni è un compito estremamente complesso. Molti sarebbero i punti di vista possibili. Molti i problemi da affrontare. Problemi che riguardano innanzitutto la definizione del termine memoria. Cosa si intende con la parola memoria? Un processo individuale di conservazione e riformulazione dei fatti storici? O la rielaborazione e trasmissione collettiva di un evento? O, ancora, stiamo parlando di memoria pubblica? Molto varie sono anche le funzioni proprie dell’atto di ricordare, funzioni per lo più legate alle dinamiche identitarie individuali e di gruppo. Come ricorda Paolo Jedlowski, infatti, la memoria collettiva è un fattore essenziale per la costruzione dell’identità di gruppo in quanto si configura come l’insieme delle immagini del passato che una comunità conserva e riconosce come elementi significativi della propria storia [1]. La memoria collettiva trae la sua forza dai rapporti ‘affettivi’ che legano un individuo a un determinato gruppo, in quanto egli è portato a condividere ricordi, a forgiare interpretazioni comuni e a condividere il senso di ciò che è memorabile. Al tempo stesso, la memoria collettiva ha una forte funzione pratica di integrazione.
Anche sul piano individuale, la memoria “costituisce il serbatoio della somiglianza e della differenza. Essa offre la possibilità di riconoscersi come uguali e diversi, di stabilire continuità e discontinuità nella nostra identità e nelle nostre relazioni con gli altri” [[2]. Altrettanto importanti sono i legami che si instaurano tra la memoria e le esperienze traumatiche e di choc, sia personali sia relativi all’intera società, elementi che stanno alla base di gran parte dei processi di costruzione di una memoria pubblica condivisa e di invenzione della tradizione [2].
In questa sede, non potendo soffermarci a lungo su questioni definitorie, vorrei ragionare su alcune tendenze relative alla “cultura della memoria” nell’epoca attuale. Vorrei cioè provare a riflettere attorno ad alcune delle caratteristiche che la memoria, sia nella sua dimensione individuale che collettiva e pubblica, ha assunto in un periodo segnato da spinte opposte e spesso contrastanti come quello contemporaneo. Vorrei, poi, provare ad analizzare alcuni aspetti particolari che caratterizzano i meccanismi del ricordo in un’area di confine come quella tra Italia e Slovenia, proponendo alcune modalità concrete di ricerca che mettano in luce nuovi punti di vista sottolineando anche i mutamenti attuali, legati alla caduta del confine e all’allargamento della cittadinanza europea.
Come ha messo bene in evidenza Alessandro Cavalli [3], negli ultimi due decenni si è assistito ad un notevole proliferare degli studi relativi alla memoria, sia da un punto di vista storico che sociologico. Questa esplosione può essere fatta risalire ad alcune caratteristiche peculiari della modernità: l’accelerazione dei ritmi e degli stili di vita, il proliferare dei media, sempre più invasivi, il continuo cambiamento richiesto dalla società contemporanea. Accanto al legame tradizionale fra memoria e politica – due sfere che hanno sempre dialogato fra di loro influenzandosi a vicenda – la contemporaneità risulta caratterizzata da un forte legame tra la memoria e i media. Innanzitutto perché la memoria dipende in maniera sempre più profonda da “mediatori” tecnici: attrezzature per la registrazione e la digitalizzazione, sistemi di archiviazione e consultazione on-line, ma anche categorie d’analisi, approcci, metodi, le stesse metafore – si pensi solo alla Grande Rete cibernetica – a cui ricorriamo “per” ricordare sono strettamente intrecciate al grado di sviluppo e alle evoluzioni tecnologiche. Non a caso Annette Wieviorka fa cominciare la cosiddetta “era del testimone” [5] con l’affermarsi della pratica (tecnologica e mediale) della videoregistrazione delle testimonianze degli Ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento. Oggi molti testimoni stanno scomparendo lasciando il posto unicamente alle proprie immagini (e racconti) video-registrate. È naturale, quindi, che ogni nuova condizione mediale porti con sé «un orizzonte significativo di problematiche culturali» [6], molte delle quali risultano fondamentali per comprendere gli attuali meccanismi di formulazione e trasmissione dei ricordi. Ma i nuovi media, oggi, “sembrano essere soprattutto i portatori di uno strano paradosso: da un lato, non cessano di offrire occasioni per produrre memoria e attivare ricordo [7] – si pensi ad esempio alle potenzialità offerte dal web 2.0 – dall’altro, lo fanno in modi che sembrano al contrario sollecitare l’oblio. Basti pensare a come il flusso delle informazioni sia ormai talmente continuo da rendere incerta la differenza tra le esperienze vissute (e ricordate) direttamente e i fatti appresi attraverso i media. La continua riproposizione attraverso i diversi media di immagini, suoni e racconti del e sul passato sembra quasi superare le capacità ricettive dello spettatore, immergendoci in una sorta di “presente permanente”; “l’illimitata capacità informatica di stoccaggio dei dati rende sempre più labile il confine tra un archivio digitale e un deposito di rifiuti” [8].
Ecco, allora, che ci troviamo di fronte ad un doppio processo in relazione alla memoria. Da un lato, si nota una sorta di mancanza [10], dall’altro lato, invece, si sente una sorta di “eccesso di memorie” [2].
Per quanto riguarda il primo aspetto:
Roger Silverstone l’aveva già messo in luce, con la consueta lucidità, una decina di anni or sono. Da un lato, in apparenza, «stiamo vivendo una vita sempre più priva di storia: il passato, come il presente, è segnato da divisioni e indifferenza … le tradizioni ci arrivano tardi e deboli, il ricordare è una sorta di binario morto: sembra che abbiamo perso l’arte della memoria» (Silverstone 2002, 197). E anche se ci è impossibile ignorarla del tutto – è pur sempre l’unico «strumento di cui disponiamo, in pubblico e in privato, per occupare una posizione fissa nel tempo e soprattutto nello spazio» e dunque per definire chi siamo –, non sappiamo più bene cosa farcene. Insomma, come molto altro oggi, la memoria «è diventata un problema, più che una soluzione» (ibid.). [11]
Ma non possiamo ridurre la nostra riflessione ai cambiamenti interni all’universo mediale. Uno dei motivi principali a cui ascrivere i processi di ridimensionamento della memoria, in particolare quella collettiva, è senz’altro il fatto di essere entrati nell’era post-nazionale [11]. Per più di un secolo, infatti, le memorie collettive si sono espresse in stretta relazione alle dinamiche di affermazione e glorificazione degli stati nazionali (culto dei caduti, monumenti al Milite Ignoto, musei storici, ecc.). Nell’epoca attuale, l’idea di nazione e le tipologie di memoria ad essa collegate non scompaiono del tutto ma risultano certamente ridimensionate e ridefinite [12]. Il processo di integrazione europea e di globalizzazione dei rapporti internazionali ha portato profonde modificazioni nella definizione delle appartenenze individuali e collettive. Da un lato, c’è un processo di integrazione fra differenti memorie e universi discorsivi che fino a qualche tempo fa potevano apparire opposti. D’altro lato, non si può ignorare il rivitalizzarsi di memorie ed identità locali e specifiche. Una dimensione localistica si contrappone ad un generale atteggiamento cosmopolita. Ad ogni modo, la creazione di uno spazio sociale europeo e l’estendersi degli orizzonti dello spazio pubblico al di là dei confini strettamente nazionali, da un lato, hanno aperto nuove prospettive di integrazione e di scioglimento delle forti contrapposizioni (anche a livello di memorie) che hanno caratterizzato il passato, ma dall’altro presentano alcuni rischi. A tal proposito, Marita Rampazi dice:
Man mano che il mondo diventa una sorta di “villaggio globale”, soprattutto per le giovani generazioni, appaiono sempre più incerte alcune polarizzazioni tipiche della cultura occidentale moderna, quali: “vicinanza/lontananza; “differenza/somiglianza”; “cittadino/straniero”; memoria culturale “esclusiva” della nazione/memorie “altre”. La relativizzazione di queste dicotomie libera potenzialità di memoria per l’esperienza individuale e collettiva, nella misura in cui si congiunge al bisogno di legittimare nuovi modelli di solidarietà. [14]
Bisogna, inoltre, considerare alcuni rischi legati alla modernità. In questo senso penso possa essere utile accennare alle tesi di Walter Benjamin relative all’idea di esperienza e all’ipotesi di una sua sparizione, o, quantomeno, di una sua atrofia in età contemporanea [15]. Il concetto di esperienza risulta fondamentale in quanto è strettamente legato ai rapporti che si instaurano, nel singolo, tra l’ambiente oggettivo e la sua percezione soggettiva, attraverso la mediazione dei quadri culturali. La scomparsa di quel particolare tipo di esperienza definita da Benjamin Erfahrung, che potrebbe essere resa con il termine “esperienza accumulata”, porta, secondo il filosofo tedesco ad “una condizione di estraneità nei confronti del proprio passato, in una situazione in cui nel presente non ‘mormorano’ le corrispondenze di nessuna vita anteriore” [16]. Infatti l’Erfahrung è quell’esperienza non immediata che ha bisogno di tempo per sedimentarsi, di una durata: “sono i contenuti della memoria e il loro tornare come autocoscienza” [17]. La modernità, caratterizzata proprio dalla continuità e dalla velocità delle trasformazioni che investono tutto l’ambiente sociale, rischia di mettere costantemente in secondo piano l’esperienza, le memorie, il patrimonio di ricordi di cui le generazioni più anziane sono portatrici. Vengono così messi in discussione sia il legame fra le generazioni, sia la possibilità di sedimentare un sapere valido una volta per tutte. In sostanza, il cuore del problema posto da Benjamin, è l’emergere di fenomeni che portano all’interruzione del processo che crea la tradizione, “all’incapacità dei singoli di essere colpiti nel profondo dai materiali del vissuto e di permetter loro di depositarsi nella memoria” [18]. Tutto ciò si accompagna spesso all’incapacità di elaborare i materiali attraverso un linguaggio che medi il vissuto individuale con gli elementi della memoria collettiva.
Può essere, poi, interessante sottolineare il collegamento che si instaura tra questa “perdita di memoria” e di esperienza e la decadenza dell’arte di narrare.
L’arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più quando in una compagnia c’è chi vuole sentirsi raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze. […] Con la guerra mondiale cominciò a manifestarsi un processo che da allora non si è più arrestato. Non si era visto alla fine della guerra, che la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca ma più povera di esperienza comunicabile? Ciò che poi, dieci anni dopo, si sarebbe riversato nella fiumana dei libri di guerra, era stato tutto fuorché esperienza passata di bocca in bocca. E ciò non stupisce. [19]
Secondo Benjamin, questa incapacità di comunicare quell’esperienza così forte va spiegata con il fatto che ciò che è stato vissuto non incontra la possibilità di essere detto e compreso nel linguaggio della cultura disponibile. La possibilità di avere esperienza, e di saperla comunicare, è infatti funzione dei rapporti tra memoria individuale e memoria collettiva. È proprio la capacità di inserire la memoria personale in un quadro di storie e di memorie più vasto e condiviso che appare in crisi. Nel caso della Prima guerra mondiale di cui parla Benjamin, i contenuti del passato depositati nella memoria collettiva, le espressioni, i valori, i simboli, i monumenti, risultano totalmente separati dalle effettive esperienze dei singoli. I vissuti personali, rimanendo al di fuori della memoria collettiva, diventano solamente chocs, ferite a cui la cura e la elaborazione sono negate, ed è concessa solo la cancellazione [20].
Questi meccanismi di mancata inscrizione delle memorie individuali all’interno di un passato collettivo condiviso sono riscontrabili in numerosi altri casi fino ai giorni nostri e, come vedremo meglio in seguito, ritornano spesso nelle vicende legate al confine orientale.
Come dicevamo all’inizio, la modernità si dimostra spesso ambigua e, accanto ai meccanismi di “sottrazione di memoria”, presenta dinamiche totalmente opposte che segnalano una sorta di “eccesso di memorie”.
Da circa una trentina d’anni, la memoria ha letteralmente invaso lo spazio pubblico (Traverso, 2005). Come per una specie di frenesia commemorativa, oggi tutto ormai può essere oggetto di memoria. Il passato viene incessantemente archiviato, reinterpretato, combattuto, contestato, rappresentato e messo in scena, inventato e narrato, consumato e fatto fruttare, reso disponibile a più usi. Insomma, una diversa prospettiva, più che un’assenza, potrebbe suggerire che ora di storia ce n’è persino troppa! (Silverstone, 2002, 207).
Che al centro di questo paradosso vi siano media vecchi e nuovi, che memorie sempre più mediatizzate abbiano ormai sbaragliato forme di memoria tradizionali – quella “spontanea” della trasmissione diretta tra le generazioni, quella “istituzionale” delle grandi agenzie educative, stato, partiti, scuola, chiesa (De Luna, 1998) – è per molti tanto un’ovvietà quanto una nota dolente. Tra i vari interessati o coinvolti (storici, associazioni, insegnanti, editorialisti, pubblico colto) domina la convinzione che i media (in prevalenza la TV e in misura diversa Internet) contribuiscano a moltiplicare la memoria e insieme a ottundere il senso storico. In tale modo, nella società dei media, atrofia (di senso storico, di conoscenza del passato) e ipertrofia (di informazione a carattere storico, di memorie) parrebbero coesistere, di fatto coesistono. [21]
Potremmo dire che, nella contemporaneità, le memorie sono sempre meno ancorate all’esperienza diretta o trasmesse attraverso il rapporto personale tra le generazioni e sono sempre più memorie esteriorizzate. Memorie che ci vengono fornite in continuazione dai mezzi di comunicazione ma che risultano sempre più scollate dal nostro vissuto personale e dal nostro universo di riferimento. Giornali, televisione e internet sono degli immensi serbatoi di memorie. Tuttavia, come succede in tutti i grandi contenitori, si rischia il mescolamento, la riproposizione alla rinfusa, l’assenza di un contesto in grado di renderle veramente accessibili.
Quanto detto fino ad ora potrebbe risultare alquanto generico o astratto. Vorrei quindi provare ad osservare alcuni elementi concreti che caratterizzano la “cultura della memoria” in un’area di confine come quella tra Italia e Slovenia.
Alcune questioni sono evidenti e sotto gli occhi di tutti. Dal 21 dicembre 2007 la Slovenia è entrata a far parte definitivamente dell’area Schengen. I confini sono stati abbattuti e si sta iniziando a ragionare e a progettare in un’ottica transfrontaliera. Gorizia e Nova Gorica, con ogni probabilità, diventeranno un’unica grande città. Ma se dai processi politici spostiamo l’attenzione sulla dimensione della memoria vediamo che la situazione è decisamente più sfumata. Le memorie delle generazioni più anziane, ancora legate ad eventi traumatici e a logiche bipolari, faticano a trovare una corrispondenza nelle nuove memorie collettive condivise che si sta cercando di creare a livello Europeo. È certamente un fatto positivo che il processo di unificazione europea abbia portato ad una riconsiderazione degli eventi passati al fine di giungere ad una “storia condivisa” da entrambi i gruppi nazionali [22]. Ugualmente apprezzabile è il tentativo, da parte delle classi politiche italiane e slovene, di assumersi la responsabilità di alcuni tragici eventi passati al fine di consolidare il dialogo e la collaborazione. A tal proposito è stata estremamente significativo il recente incontro fra i Capi di Stato di Italia, Slovenia e Croazia avvenuto a Trieste in occasione del “Concerto dell’Amicizia” diretto da Riccardo Muti, evento che ha avuto una copertura mediatica senza precedenti a livello locale e nazionale e che ha fatto dimenticare gli imbarazzi e le tensioni suscitati nel 2007 dalle dichiarazioni del Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano in occasione del Giorno del Ricordo [23]. Allo stesso tempo però, questi processi rischiano di portare, da un punto di vista delle memorie collettive e delle commemorazioni pubbliche ad esse collegate, ad un’acritica sottolineatura dei recenti processi di avvicinamento con il rischio di adombrare alcuni passaggi dolorosi ma cruciali della storia passata. In un certo senso, come sostiene Susan Sontag:
Troppi ricordi… inaspriscono gli animi. Far la pace vuol dire dimenticare. Per riconciliarsi, è necessario che la memoria faccia difetto in qualche modo e venga limitata. [24]
Queste “dinamiche dell’oblio” hanno portato ad un (quasi) inevitabile scollamento delle memorie individuali delle generazioni anziane e le memorie pubbliche che si cercano di affermare in un’ottica europea. I ricordi degli anziani si sono consolidati in un contesto di gestione pubblica della storia ancora fortemente polarizzato da un punto di vista nazionale e legato ad esperienze personali fortemente traumatiche.
Le giovani generazioni, invece, sono sempre più soggette a quei processi di rimozione e di sovraesposizione a cui abbiamo fatto riferimento. Nella maggior parte dei casi sembrano ignorare totalmente la loro storia. I termini “foibe”, “esodo” risultano familiari (in quanto sentiti all’interno di contesti famiglia, soprattutto nei racconti dei nonni) ma assolutamente sconosciuti per quanto riguarda loro effettivo svolgimento e significato. Altri fatti – come la snazionalizzazione di sloveni e croati durante il fascismo, l’invasione della Slovenia nel 1941 con le successive massicce deportazioni, le complesse dinamiche che hanno portato alla creazione del confine – risultano quasi totalmente sconosciute. L’attuale situazione transfrontaliera – caratterizzata dall’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea e dall’abbattimento definitivo del confine – viene data per scontata, senza considerare il permanere di traumi ancora legati alla costruzione di quello stesso confine e dimenticando il lungo percorso storico di riavvicinamento tra le due realtà, percorso che è stato estremamente accidentato fino a tempi molto recenti [25]. Queste tendenze mostrano come effettivamente si sia interrotto quel processo di narrazione del ricordo e di creazione di una tradizione che Benjamin metteva bene in luce. I giovani tendono a crearsi delle identità (e quindi delle memorie) personali fluide, liquide, totalmente staccate ed autonome dai nuclei identitari dei loro nonni. Secondo Bauman, l’esperienza temporale contemporanea ha permesso la formazione di “una identità palinsesto”, un’identità che ricomincia sempre da capo, priva di stabilità.
È questo tipo di identità che si adatta ad un mondo in cui ‘l’arte di perdere il ricordo’ è una risorsa non meno importante (se non più importante) dell’arte di fissare la memoria: in cui dimenticare, piuttosto che imparare, è la condizione per conservare il benessere. [26]
Questo processo ha senz’altro favorito l’integrazione e il cosmopolitismo, ma perdere la memoria storica e familiare di ciò che è stato non è un fatto di per sé sempre positivo. Sembra quasi che, per agevolare il processo di unificazione europea, invece di favorire un’effettiva rielaborazione della memoria e del “lutto”, un’effettiva discussione sui nodi problematici del passato, si sia incentivato un semplice processo di cancellazione. Processo che, come abbiamo visto, si inserisce perfettamente nell’ambito della modernità liquida [27]. D’altra parte, anche in quelle famiglie in cui avviene una trasmissione della memoria storica, questa e’ spesso parziale e unilaterale. Le memorie e le emozioni dei nonni vengono assunte in maniera assolutistica e acritica, non vengono messe in discussione e confrontate all’interno dell’arena pubblica, dimenticando l’esistenza di punti di vista alternativi e contrastanti.
In questo contesto in cui si avverte una certa paura di “perdere la memoria”, si può spiegare il sempre maggiore interesse degli storici e degli studiosi in genere per il recupero e lo studio delle memorie. Questo recupero, inoltre, appare sempre più necessario nella prospettiva della formazione di un’unica comunità nella zona della frontiera. Una comunità che si confronti sul proprio passato attraverso la raccolta e la trasmissione di tutte le diverse memorie.
Note
[1] P. Jedlowski, Memoria, esperienza, modernità. Memorie e società nel XX secolo, Milano, Franco Angeli, 2002, p. 61.
2] Alberto Melucci, L’invenzione del presente. Movimenti, identità bisogni individuali, Bologna, Il Mulino, 1982, p. 136, citato anche in M. Rampazi, A. L. Tota (a cura di), Il linguaggio del passato. Memoria collettiva, mass media e discorso pubblico, Roma, Carocci, 2005, p. 130.
[3] Eric J. Hobsbawm, Terence O. Ranger (a cura di) L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1994.
[4] Alessandro Cavalli, Prefazione, in Marita Rampazi, Anna Lisa Tota (a cura di), Il linguaggio del passato. Memoria collettiva, mass media e discorso pubblico, Roma, Carocci, 2005, p. 11.
[5] Annette Wieviorka, L’era del testimone, Milano, Raffaello Cortina, 1999.
[6] Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale, Bologna, il Mulino, 2002, p. 17.
[7] Questo è un suggerimento che devo a Fabio Fiore e Pier Cesare Rivoltella.
[8] Traggo questa citazione dalla bozza di uno scritto che Fabio Fiore mi ha gentilmente sottoposto e che presto verrà pubblicato in un volume dedicato alla Media Education a cura di Pier Cesare Rivoltella, Enrica Bricchetto e Fabio Fiore.
[9] Il concetto ritorna spesso soprattutto in Pierre Nora, Les Lieux de Mémoire, Paris, Gallimard, 1997.
[10] Il concetto di eccesso di memoria, soprattutto legato all’universo mediale, può essere riferito a Roger Silverstone, Perché studiare i media?, Bologna, Il Mulino, 2002.
[11] Traggo questa citazione sempre dal saggio di Fabio Fiore in corso di pubblicazione.
[12] Jurgen Habermas, La costellazione post-nazionale, Milano, Feltrinelli, 1998.
[13] Cfr. Alessandro Cavalli, op. cit., p. 12.
[14] Marita Rampazi, “Le inquietudini della memoria”, in Marita Rampazi, Anna Lisa Tota (a cura di), La memoria pubblica. Trauma culturale, nuovi confini e identità nazionali, Torino, UTET, 2007, p. 130.
[15] Walter Benjamin, “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov”, in Angelus novus: saggi e frammenti, Torino, Einaudi, 1978.
[16] Walter Benjamin, Charles Baudelaire: ein Lyriker im Zeitalter des Hochkapitalismus, Frankfurt, Suhrkamp, 1969. Ora anche in Walter Benjamin, “Di alcuni motivi in Charles Baudelaire” in Angelus Novus: saggi e frammenti, cit. Cfr. anche Paolo Jedlowski, op. cit., p. 13.
[17] Ibidem, p. 16.
[18] Ibidem, p. 18.
[19] Walter Benjamin, “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov”, in Angelus novus: saggi e frammenti, cit., p. 247-248.
[20] Cfr. Paolo Jedlowski, op. cit., p. 20.
[21] Fabio Fiore, op. cit.
[22] A tal proposito, nell’ottobre del 1993 venne istituita la Commissione mista storico-culturale italo-slovena su iniziativa dei Ministri degli Esteri di Italia e Slovenia. Nel 2000, al termine dei lavori venne pubblicata una relazione dal titolo: Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena. Un tentativo di costruire una memoria storica condivisa dopo un secolo di tragiche contrapposizioni.
Componenti della Commissione furono:
Per l’Italia: Sergio Bartole (sostituito da Giorgio Conetti), Elio Apih (sostituito da Marina Cattaruzza), Angelo Ara, Paola Pagnini, Fulvio Salimbeni, Fulvio Tomizza (sostituito da Raoul Pupo), Lucio Toth.
Per la Slovenia: Milica Kacin-Wohinz, France Dolinar, Boris Gombač (sostituito da Aleksander Vuga), Branco Marušič, Boris Mlakar, Nevenka Troha, Andrej Vovko.
[23] Le dichiarazioni di Napolitano avevano mandato su tutte le furie il presidente croato Stjepan Mesić, innescando una violenta polemica tra Roma e Zagabria.
[24] Susan Sontag, Representing the Pain of Other, New York, Farrar, Strauss&Giroux, p. 115.
[25] Si veda a riguardo Milica Kacin Wohinz, Jože Pirjevec, Storia degli sloveni in Italia 1866-1998, Venezia, Marsilio, 1998.
[26] Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 65-66.
[27] Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Roma/Bari, Laterza, 2007.

