I Racconti del Lavoro Invisibile

La vita agra(tis)

In collaborazione con I RACCONTI DEL LAVORO INVISIBILE: l’odissea del lavoro oggi. Precario, a tempo indeterminato, free lance, autogestito, autoprodotto. Ricattabile, flessibile, sfruttato. 

A volte semplicemente gratuito. Imprigionato nel caporalato, mascherato, interinale. Confuso con i tempi di vita, isolato e sempre meno sindacalizzato. Il lavoro è cambiato per tutti. E cerca un nuovo futuro dov’è protagonista il quinto stato.

National Slum Dwellers Federation

Il lavoro non è finito. È diventato infinitamente più povero. Si sopravvive con l’odiosa sensazione di essere al lavoro per altri, raramente per sé, mentre il reddito è inconsistente e aleatorio. La vita è messa al lavoro: gratuitamente. C’è tuttavia un aspetto che passa inosservato: anche quando si è inoccupati o disoccupati, oggi si produce ricchezza.

È la condizione del quinto stato al centro del progetto di racconti del Lavoro Invisibile. Per invisibile qui s’intende “impercepibile per la legge” e “indecifrabile ai codici del mercato”. Questo lavoro che ha distrutto i vecchi perimetri, colonizzando la vita, è “invisibile” perché mette in discussione con una radicalità mai vista l’antica partizione tra diritto pubblico (sul quale è concepito il lavoro subordinato) e il diritto privato (sul quale è concepito il lavoro autonomo).

Risultato: cresce una “zona grigia” dove vengono meno i confini tra la subordinazione salariale e l’impresa, come quelli tra Stato e mercato. Anche l’immagine di un soggetto generale del lavoro – ad esempio la classe operaia – sfuma. Fu a questa teoria che un tempo vennero consegnate alcune chiavi del progetto di emancipazione della società alienata. La rivoluzione femminista, si legge in questo progetto, smascherò quanto poco universale, e molto escludente, ci fosse in queste convinzioni.

Oggi il lavoro è “invisibile” perché manca una rappresentazione che descriva l’universalità di una condizione comune e la singolarità di un’esperienza frammentata in status servili o appartenenze rancorose. Ciò non toglie che il riferimento alle politiche delle donne, e al femminismo, sia particolarmente utile per comprendere ciò che si chiama quinto stato.

Diversamente occupati

Il quinto stato è un concetto ricorrente nella storia italiana sin dalla fine del XIX secolo. Il costituzionalista anarco-socialista Francesco Saverio Merlino lo utilizzava per legare in solidarietà le masse contadine con gli operai non organizzati, quelli senza lavoro e i proletari senza mestiere. Negli stessi anni per il deputato socialista Salvatore Morelli il quinto stato esprimeva la necessità dell’emancipazione delle donne dal punto di vista intellettuale, lavorativo e sociale. Questo concetto oggi traduce la stessa necessità alla luce di una generale trasformazione che, non a caso, è stata definita “femminilizzazione” del lavoro.

Nel processo in cui ci troviamo si affermano la mobilità e la polivalenza, la multiattività e l’impegno che non ha confini di tempo e dedizione del lavoro femminile sono diventate le caratteristiche strutturali del lavoro oggi. Dall’altro lato, si affermano le caratteristiche adattative e oblative del lavoro. Tra gli esempi lampanti c’è il lavoro gratis sui (e per) i social media (blog, twitter o facebook), nelle attività degli stagisti o dei tirocinanti o la vicenda esemplare dei volontari reclutati da Expo 2015 mediante un accordo sindacale. È il ricatto del lavoro e della sua assenza.

working-class-hero-wht-mens-cu-5-256x256

Nel processo di “femminilizzazione” emerge il carattere generale del lavoro, al di là dei generi o dell’età anagrafica, nel lavoro culturale, nei servizi, nel lavoro affettivo, o di cura. E rappresenta il modello per le politiche del lavoro ispirate al principio: meglio un lavoro da schiavi oggi, senza tutele e pagati dieci volte meno rispetto ai colleghi dipendenti, che restare disoccupati o inattivi a vita. Il paternalismo che traspare da queste misure può degenerare facilmente nella barbarie. Quella dei mini jobs alla tedesca che ispira i “riformatori” contemporanei del mercato del lavoro. Soprattutto nel contesto italiano: in assenza di una qualsiasi forma di welfare universale.

Il quinto stato non è tuttavia solo il risultato di uno sviluppo che ha generalizzato quanto di peggio hanno prodotto il lavoro salariato o i fautori dell’auto-imprenditoria neoliberista. Il fatto che sia stato identificato da più di un secolo nella condizione dei lavoratori non organizzati e delle donne, e che oggi esprima le caratteristiche basilari dell’attività operosa in quanto tale, rivela un aspetto decisivo del processo in corso. Ciò che conta non è il lavoro inteso come prestazione esclusiva a favore di un datore di lavoro, ma l’esperienza di un’attività, la singolarità dei vissuti, la capacità di rivendicarli, il virtuosismo nelle relazioni, l’autonomia individuale.

Queste attitudini sono la preda preferita del “management delle diversità” o degli ultras del “capitale umano”. Le qualità di una persona, il suo orientamento sessuale, le esperienze personali o i meriti acquisiti per censo o esperienza costituiscono un boccone prelibato nei circuiti del capitale. Laddove esistono.

Ciò non toglie che queste caratteristiche appartengano al singolo, non al capitale. Sono il risultato delle molteplici attività dei singoli. L’espressione di una condizione comune che si manifesta nell’essere diversamente occupate delle donne, come di tutti i lavoratori indipendenti oggi.

La precarietà è un genere narrativo

Si dice che il lavoro sia oggi solo quello precario. Se è per questo è anche peggio. La sua barbarie è la manifestazione della religione dell’astinenza e del moralismo sulle quali Paul Lafargue ha emesso una sentenza definitiva.  Il problema è un altro: la precarietà non è uno stato, ma un processo. Non è un soggetto sociale, ma un movimento. Vederlo solo come un processo di  riduzione alla servitù è un’operazione parziale ispirata al pauperismo, cioè il registro dominante nei talk show televisivi o nelle inchieste giornalistiche. A questa rappresentazione collabora un’idea atomizzata e statica della mobilità sociale alla quale assistiamo da vent’anni a questa parte, cioé da quando è stato inventato il genere narrativo della precarietà.

Questo genere esiste nella misura in cui rimpiange lo statuto del lavoro salariato e cerca di ripristinarlo. Tra l’altro, è funzionale all’argomentazione gemella che impone al disoccupato, o al precario cronico, un’unica alternativa: quella di diventare “imprenditore di se stesso”. Gli esiti, drammatici o parodistici, sono sotto gli occhi di tutti. Per maturare una diversa rappresentazione del lavoro, e quindi un’altra idea di governo del sé e degli altri, bisogna liberarsi di questa narrazione sulla precarietà con una doppia mossa: fare evolvere lo statuto del lavoro oltre la sua condizione salariata e affermare la singolarità di ciascuno oltre l’individualismo dell’imprenditore.

per-oggi-si-puc3b2-respirare

Ancor prima di interrogarsi sugli strumenti, che esistono e vanno riattivati, bisogna riconoscere che la condizione del quinto stato non può essere circoscritta all’appartenenza a un ordine, a un albo professionale, a una classe di esperti, a un contratto precario. Il quinto stato è l’espressione di un movimento presente tanto nel lavoro operaio, quanto in quello intellettuale, nelle appartenenze di genere come in quelle comunitarie. Per questa ragione il quinto stato non può essere considerato solo l’evoluzione storica di un’identità come il movimento operaio, bensì il divenire dell’esperienza dei singoli che condividono la stessa condizione e sviluppano pratiche convergenti.

Dalle esperienze delle donne, evocate nel progetto sui racconti del “lavoro invisibile”, emerge un altro elemento: il quinto stato attraversa gli stati precedenti (operaio, borghese, artigiano o contadino), garantisce la loro coesistenza o il conflitto. La complessità di questa articolazione è inoltre il risultato di un insieme sociale aperto e non chiuso o a compartimenti stagni. Questa immagine non è la rappresentazione astratta del mondo, ma è il prodotto delle attività operose dei singoli. È il risultato di un’azione, non la premessa di un’identità.

Su queste basi può essere ripensato un altro aspetto della narrazione sulla precarietà: l’idea di una massa indistinta di esclusi che sopravvive fuori dalla cittadella del lavoro salariato e dell’impresa capitalista. Dietro l’evidenza di questa immagine si nascondono numerose insidie. L’escluso è un individuo lasciato a se stesso e autoreferenziale. Gli esclusi formano una massa senza qualità, capace di nominarsi in negativo, mai di esprimere una virtù. Parlare di esclusi significa immaginare individui soli al mondo, estranei alla possibilità di riscatto. Sono in attesa di rientrare nel grande gioco da cui sono stati espulsi e dove non rientreranno anche perché svolgono un ruolo importante: permettono al sistema di definirsi in base alla negatività che rappresentano.

Cosa significa “precario”

Essere precari oggi significa due cose: c’è il precariato, composto da chi svolge un lavoro precario. Una condizione giuridica limitata al possesso, o all’assenza, di un contratto di lavoro. E poi c’è la precarietà, cioè la condizione resa abusivamente universale nel discorso pubblico che indica significati molto diversi.

Precario, ad esempio, è il tempo, come il manager o il presidente del Consiglio. La perdita del significato originale è il risultato dell’incertezza di un concetto usato come nome e come aggettivo. Tale uso conferma l’impossibilità di nominare una condizione diversa dalla negatività alla quale gli esclusi si riconoscono. In più tale negatività conferma l’irreversibilità dell’ordine del mondo. E quindi l’insuperabilità dello stesso precariato.

SONY DSC

Se vent’anni fa parlare di precariato era fondamentale per affermare l’indicibile in una società che negava l’esistenza dei precari, oggi molte cose sono cambiate. Il discorso sulla precarietà è diventato parte di un’argomentazione conservatrice. Indica il risentimento delle categorie escluse, penalizzate dall’austerità e dal neoliberismo. È la reazione collettiva dei gruppi che sentono di non avere più un futuro e che per loro il mondo è finito. Questo è il cuore del populismo contemporaneo.

Fuori dalla norma, creare istituzioni

Esiste la possibilità di interpretare in maniera completamente diversa questa situazione. Non si critica il dato di fatto del precariato come esclusione, ma la precarietà come condizione irreversibile, esclusiva e passiva. In questo orizzonte è impossibile concepire il singolo come qualcuno che fa esperienza degli aspetti costitutivi del lavoro: fare pause lungo i propri percorsi, pensare biforcazioni e pluralità di scelte. Immaginare, soprattutto, che l’alternativa passi per l’auto-organizzazione. Tutto questo non è un sogno, ma pratiche esistenti, organizzazioni crescenti, idee che si intrecciano.

Qui e lì, come abbiamo iniziato a raccontare, emergono esperienze – “utopie concrete” le definisce Stefano Rodotà – spinte dalla fragile ricerca di un’autonomia più ampia e di una solidarietà attiva. È il caso delle cooperative di attività e d’impiego (Cae) in Francia. O del nuovo mutualismo dei lavoratori dello spettacolo in Belgio (il modello Smart). E ancora della Freelancers Union negli Stati Uniti.

Questo è il terreno dove si muove oggi l’auto-organizzazione: solidarietà, cooperazione e creazione istituzionale. Tra le figure che stanno crescendo c’è quella ibrida composta da una moltitudine di lavoratori indipendenti che fondano cooperative, sindacati di freelance, istituzioni di auto-governo. Queste istituzioni sono fuori dalla norma, dunque “invisibili”, ma agenti, talvolta in conflitto, altre volte riconosciute. Usano il diritto, e modificano la loro condizione in base alle attività che conducono, non in base all’appartenenza a una categoria sociale o a un ramo del diritto. Rifuggono dalla precarietà dello statuto di “auto-imprenditore” come da quella del lavoratore subordinato. E reinventano le esperienze storiche del cooperativismo e del mutualismo.

5907124456_eb6ce311aa_z

Fragili esperimenti che non bastano per superare il precariato e la precarietà, ma permettono di configurare una riforma universale del Welfare, della fiscalità, della politica del lavoro capace di sostenere una nuova forma di vita che nasce dal rifiuto del salariato in quanto lavoro subordinato e dell’indipendenza in quanto lavoro precarizzato.

Desiderio di sperimentare

Di tutto questo manca ancora una rappresentazione coerente e documentata. Un’impresa non facile dato che siamo sommersi dalla polvere di dispositivi esplosi che premiano coloro che ne hanno meno bisogno. Non aiuta certo il ruolo conservatore della sinistra sindacale e politica che sin dall’inizio della sua storia si sono specializzate nella difesa del taylorismo: l’assurdità di un lavoro che consiste nella ripetizione di gesti semplici e misurabili compensati da un salario e dalle vacanze estive.

E non aiuta nemmeno la canea sollevata da neoliberisti attardati come Matteo Renzi in Italia o i “social-liberisti” alla Hollande e Valls in Francia con la loro ansia del “nuovo” che riproduce i fallimenti dell’ultimo trentennio. Oggi, invece, bisogna riscoprire il desiderio della sperimentazione.

Print Friendly, PDF & Email
Tags: , , , ,