Milleuna

«Sìììì!» Sui pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991

Nel 2011, la casa editrice francese Gallimard ha compiuto cento anni. La Bibliothèque Nationale di Parigi le ha dedicato una mostra. Erano esposti manoscritti (Proust, Camus, Sartre, Littell…), lettere, fotografie d’epoca, prime edizioni, materiale del lavoro di redazione, e tanto altro.

Norberto Bobbio su "Operai e capitale" di Mario Tronti, 1964.

Norberto Bobbio su “Operai e capitale” di Mario Tronti, 1964.

Mentre mi aggiravo per quella mostra, mi ero detto che sarebbe stato bello vedere qualcosa del genere in Italia. Per Einaudi una mostra non c’è stata (del resto è stata fondata nel 1933, è presto), ma ora c’è un volume a soddisfare almeno una parte di quella curiosità: Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991, curato con equilibrio e rigore da Tommaso Munari (curatore anche dei due volumi dei Verbali delle riunioni del mercoledì della redazione Einaudi). Centolettori contiene centonovantaquattro pareri di lettura, in particolare schede editoriali, lettere, estratti di lettere. Dal confronto tra questo libro e la mostra (e relativo catalogo) del centenario Gallimard spunta, fra le altre cose, la vicinanza fra due entusiasmi a proposito di Una diga sul Pacifico di Marguerite Duras. Nella sua scheda di lettura del 1949, Raymond Queneau sentenzia: «Excellent». Un anno dopo, Italo Calvino scrive in una lettera a Elio Vittorini: «Caro Elio, da tempo non mi capitava di leggere un libro bello come il Barrage contre le Pacifique. L’ho letto da pochi giorni e non parlo d’altro: ma siccome non so che emettere esclamazioni d’entusiasmo, nessuno mi crede».

Nella sua prefazione a Centolettori, Ernesto Franco riporta una lettera di Italo Calvino a Rodolfo Wilcock, in cui Calvino gli spiegava cosa si aspettava la casa editrice dai suoi pareri di consulente. Franco scompone la lettera e analizza una per una le indicazioni di Calvino su come scrivere le schede di lettura: «Una certa sollecitudine», «rapporto», «circa una cartella», «tutti gli elementi che Lei pensa ci possano servire», «riassunto», «il Suo giudizio», «notizie», «sulla fortuna che il libro ha avuto in edizione originale o in altre traduzioni», «eventuali previsioni sull’accoglienza che il libro potrebbe avere in Italia», e così via. Da parte mia, scompongo la mia esperienza di lettura di Centolettori nelle tentazioni emotive che ho avuto leggendo i pareri: la tentazione di accusa, di derisione, di mitizzazione e di passatismo.

Furio Jesi su a Deleuze e Félix Guattari, "L'anti-œdipe. Capitalisme et schizophrénie", 1972.

Furio Jesi su a Deleuze e Félix Guattari, “L’anti-œdipe. Capitalisme et schizophrénie”, 1972.

La tentazione dell’accusa

“Con i se e con i ma la storia non si fa”, si dice. Ma cosa sarebbe successo al dibattito culturale e scientifico italiano se alcuni di questi pareri editoriali fossero stati diversi? Come sarebbe andata se tale lettore non si fosse sbagliato su tale libro? Cosa sarebbe cambiato se quel libro fosse uscito, non fosse uscito o fosse uscito prima? La relazione fra le scelte editoriali (non solo quelle di Einaudi, certo) e il peso delle scienze italiane nel dibattito nazionale e internazionale non è un tema facile da trascurare, leggendo queste pagine (soprattutto se si fa parte di quella nutrita categoria di persone che, da ricercatori precari, di quello scarso peso sentono di subire in qualche modo le conseguenze).

Facciamo un esempio: Delio Cantimori che si oppone fortemente alla traduzione de La Méditerranée dello storico Fernand Braudel. Lo definisce «una specie di Via col vento della storiografia», dice che «si rimane abbagliati e non si capisce più niente» e che «non è realismo storiografico; è brutto naturalismo». Addirittura, considera «pericolosa e dannosa la traduzione di questo libro» e non ritiene «utile» che «sia fatto conoscere da Einaudi al pubblico italiano». Il libro uscirà comunque, quattro anni dopo, e diventerà una delle opere più importanti della storiografia contemporanea, ma viene da chiedersi quanti altri testi fondamentali non siano usciti in Italia – o siano usciti con molto o troppo ritardo – a causa di simili opposizioni, per quanto argomentate, talvolta al limite dell’idiosincrasia.
Si potrebbe dire che in fondo ogni consulente si esprime secondo la propria prospettiva e il proprio credo, ma lo stesso Centolettori mostra come molti di questi consulenti siano stati in grado di riconoscere l’importanza di un libro anche al di là del proprio parere e sensibilità. Un esempio è Gianni Celati che scrive di Logique du sens di Gilles Deleuze: «Insomma, alla fine, è un libro tutto sbagliato che però offre un modello di non-prudenza discorsiva deliberatamente scelta molto più utile della falsa prudenza dei semiologi aristotelici che oggi vanno di moda. Credo quindi che con Logique du sens bisogna una volta o un’altra farci i conti, traduzione o non traduzione».

C’è poi qualcos’altro che mi ha fatto provare un leggero principio di rancore accusatorio: una certa diffidenza nei confronti di Walter Benjamin. Forse perché Benjamin è una sorta di santo protettore di una tipologia d’intellettuale che, pur di fronte a forti difficoltà materiali o forse anche un po’ in virtù di quelle, molti di noi sentono, a torto o a ragione, vicina, quasi un riferimento rassicurante o un compagno di viaggio di cui fidarsi. Ecco che allora viene da storcere il naso a leggere quello che Cesare Cases, esprimendosi sui volumi delle opere scelte di Benjamin, dice: «E perché il pubblico italiano dovrebbe essere disposto a sorbirsi, di un autore che non ha mai sentito nominare, i prodotti più diversi, dai ricordi d’infanzia o di viaggio ai saggi su Hebel o su Kafka? È contro ogni logica più elementare». Oppure Roberto (Bobi) Bazlen che, ancora a proposito della possibilità di traduzione dei due volumi di Scritti di Benjamin, mette in guardia, dicendo di reputare quel materiale per lo più «intimamente banale» e che «certi diamanti col tempo diventano banalità adamantine». Ma Bazlen si fa perdonare in cento altri modi, di un perdono di cui probabilmente non avrebbe sentito il bisogno.

Elena de Angeli su "Revolutionary road" di Richard Yates, 1991.

Elena de Angeli su “Revolutionary road” di Richard Yates, 1991.

La tentazione di derisione

Leggendo Centolettori capitano anche momenti in cui si sorride a costatare quanto poco lungimirante si sia poi mostrato questo o quell’altro giudizio. Certo: troppo facile, con tale senno del poi. C’è per esempio Elena De Angeli che, dicendo la sua su Revolutionary Road di Richard Yates, dice che «è passato troppo tempo, più nessuno, ahimé, ha voglia di queste cose». E invece il libro è recentemente tornato in auge, ripubblicato da minimum fax con grande successo di vendite, e poi anche trasformato anche in un fortunato film con Leonardo di Caprio e Kate Winslet. Non che ce ne fosse bisogno, ma la bellezza letteraria del breve parere di Elena De Angeli fa presto dimenticare la sua previsione poco azzeccata.
C’è poi ancora Delio Cantimori che si esprime in maniera acida, stavolta su Minima moralia di Thedor W. Adorno. «Il solletico intellettuale non mi fa più effetto. Non mi “oppongo” alla traduzione; ma mi sembra così ridicola e provinciale la cosa che non ho potuto star zitto, e non mi sono potuto astenere dal mettere a profitto della Casa Editrice la mia scarlattina di tanto tempo fa per questo “genere” dal quale mi pare che il libro dell’Adorno non si distingua. Se si vuol fare una collezione per liceali impazienti, … ancora, scusate».

Oppure Giovanni Jervis su Nascita della clinica di Michel Foucault: «Il linguaggio stesso, fiorito, allusivo, immaginoso, seducente e un po’ molle e compiaciuto, mira non di rado a stupire e sedurre più che a convincere».
E poi Roberto Bazlen, ancora lui, stavolta su William Borroughs e il suo Il pasto nudo: «Assolutamente impubblicabile: una sfilza ininterrotta monomane e monotona di oscenità tali che non ti posso nemmeno accennare perché non potresti far archiviare questa lettera». A leggere questo parere, torna in mente quello che Michel Mohrt diceva a Gallimard a proposito dello stesso libro: «Impubblicabile, naturalmente. Non ne vedo il valore letterario». A quella scheda se ne affiancò però anche un’altra, a firma di Raymond Queneau, che del libro riconobbe il «valore lirico e scatologico», portando alla sua pubblicazione e al suo successo.

La tentazione di mitizzazione

Dopo le tentazioni del rancore e della derisione, arriva quella della mitizzazione. La mitizzazione di figure come Roberto Bazlen, nonostante il fastidio che ci potrebbero aver dato le sue valutazioni sopra citate. Celebre la sua scheda in cui dice, con ampie argomentazioni, che L’uomo senza qualità di Robert Musil è «1) troppo lungo 2) troppo frammentario 3) troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamarlo) 4) troppo austriaco». Ma lo dice solo dopo aver affermato senza esitazioni che «va pubblicato a occhi chiusi». Anche Franco Fortini offre uno di questi pareri apparentemente paradossali: appoggia la pubblicazione de La vita: istruzioni per l’uso di Georges Perec pur definendolo «noiosissimo nell’insieme».
C’è poi l’ammirazione forte che si prova di fronte ai pareri di lettura di taglio politico. Come quando Carlo Muscetta scrive di Tiro al piccione di Giose Rimanelli, nel 1951: «Si tratterà di un successo sicuro, perché non gli potrà mancare da ogni parte l’incoraggiamento che merita la sua particolare situazione morale e politica. Gli saranno contro, naturalmente, i fascisti irredimibili; ma i suoi coetanei resteranno scossi a leggere con quanto coraggio e franchezza morale questo giovane ha saputo guardare alla sua dura e tristissima esperienza».

La dimensione politica provoca ammirazione anche nei casi in cui decidere di pubblicare o non pubblicare un libro è una vera e propria questione di coraggio e di controtendenza rispetto alle influenze politiche che coinvolgevano la casa editrice. Renato Solmi dà conto di Où va le peuple américain? di Daniel Guérin, una storia del movimento sindacale americano. Dopo la pubblicazione, l’autore non è più potuto rientrare negli Stati Uniti, dove vivevano sua moglie e i suoi figli. Solmi scrive: «Non vedo perché dovremmo esitare di fronte a una critica radicale e coraggiosa, anche se l’autore non è un socialdemocratico né un comunista. Credo che (anche noi) dovremmo avere il coraggio di tradurre questo libro».

In certi casi l’ammirazione arriva dall’ironia intelligente dei consulenti, per esempio quando Cesare Cases tratta con poca generosità Bertolt Brecht (e un suo libro di racconti e poesie) e poi però scrive: «Ma non dirlo a nessuno, perché troverei coalizzati contro di me gli eretici e gli ortodossi. Ciò che ti esorterà, spero, a far tradurre il libretto».
E, infine, l’ammirazione può passare anche attraverso la commozione, come succede quando ci si accorge di cosa c’è scritto accanto alla firma di Ernesto Rossi, alla fine di una lettera in cui valutava un volume di economia: «Prof. Ernesto Rossi, Confinato politico, (p. Littoria) Ventotene».

Edoardo Sanguineti su "Comiche" di Gianni Celati, 1970.

Edoardo Sanguineti su “Comiche” di Gianni Celati, 1970.

La tentazione di passatismo

Mentre si legge Centolettori, capita spesso di pensare con nostalgia poco giustificata che sono tempi che non torneranno più. Succede in particolar modo quando si riscontra l’idea secondo cui la pubblicazione (o la non-pubblicazione) di un libro potesse essere davvero un contributo concreto allo sviluppo culturale e politico del Paese.
Giulio Carlo Argan scrive a proposito del libro dell’urbanista Pierre George: «È indubbio che la traduzione di esso costituirebbe un contributo importantissimo alla cultura italiana». Bruno Zevi dice, a proposito di un saggio di critica d’arte, che «il libro avrebbe successo in Italia e gioverebbe alla cultura». O Antonio Giolitti che, a proposito de Il lungo viaggio. Contributo alla storia di una generazione di Ruggero Zangrandi, sul passaggio di un gruppo di giovani dal fascismo all’antifascismo e poi: «È, a mio avviso, un libro necessario».

Centolettori ci permette di vedere un po’ più da vicino cosa pensassero veramente i lettori d’eccezione in questione, compreso a volte quanto fossero prevenuti rispetto a certe figure, prospettive e argomenti. Pur in una prevedibile stretta fra industria culturale e industria tout court, e nella complicatezza della rete d’influenze politiche intorno e dentro alla casa editrice, si ha talvolta l’impressione di scorgere anche momenti quasi d’intimità della quotidianità del suo lavoro culturale, come quando Elio Vittorini rifiuta Bianco veliero di Italo Calvino: «Calvino è anche un amico. Non dobbiamo dire a Calvino amico che fa male a se stesso, forse non poco, pubblicando un libro simile?»
Ma queste sono considerazioni quasi voyeuristiche, rispetto a quanto può darci la lettura di questo volume. Oltre alle notizie storiche che ne traiamo, Centolettori è anche un corso di lettura. Intendo per comuni lettori, non per consulenti o altro. Non solo: Centolettori sa mostrarci ancora una volta, e con una concretezza tutta sua, che prendere in mano un libro è né più né meno che un atto di cui doversi ogni volta assumere la responsabilità. Ma è una responsabilità da prendere con entusiasmo, e allora vale la pena concludere con tutta la vitalità del parere di Giorgio Manganelli riguardo la proposta di traduzione di un volume di lettere di Dylan Thomas: «Sìììì! Non perdete un attimo di tempo».

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Si ringrazia la Giulio Einaudi editore per l’autorizzazione a riprodurre le quattro schede di lettura conservate presso l’Archivio di Stato di Torino.

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