Interviste / Milleuna

Portare il romanzo più in là – Intervista a Sergio Peter

Dettato è il primo libro di Sergio Peter, oltre che la prima uscita della collana “Romanzi” di Tunué, diretta da Vanni Santoni. «Quattro quinti di realtà, uno di sconfinamento» è la formula che la collana si prefigge (secondo un’idea di letteratura descritta con lo stesso termine anche da Antonio Moresco) e che in questo caso diventa un ripercorrere i luoghi e i personaggi dell’infanzia e della memoria. Pubblichiamo un’intervista all’autore sulla genesi e la poetica del suo romanzo.

sergio_peterMaria Teresa Grillo: Dettato è un ritorno ai tuoi luoghi, quelli della tua infanzia, e ai personaggi che lo abitano. Potrebbe essere pensato come una piccola Recherche, ma più dello spazio che del tempo, e decisamente indirizzata verso la ricerca linguistica, la lingua parlata dai diversi personaggi. Tu come lo presenteresti?

Sergio Peter: Dettato è un viaggio nei posti: andare a vedere le origini dello spazio nominato, a sentire le voci affioranti. È, come recita il motto della collana di Tunué, una forma di sconfinamento: un po’ perché si va a visitare territori non ufficiali e persone qualsiasi, e quindi prova a esplorare le regioni del rimosso, i margini, quello che la grande Storia Monumentale e i Grandi Romanzi non considerano. Ed è anche un tentativo di sconfinamento linguistico per dare spazio alle parlate, al ritmo, al dialetto, ai deliri, su su fino alla poesia. È perciò una risalita all’indietro, a un tempo premoderno e assurdo, volevo vedere la forma primeva della lingua. A camminare è un instabile io narrante, un bambino anche adulto, che a volte affida la parola ad altri, e il suo sguardo, il suo orecchio, si muovono a balzi: ma voi ora non dovete ascoltare me che sono nessuno per quell’opera ormai, sono già morto; voi dovete invece prendere Dettato ed entrare nel rituale che inizia con le Antifone e seguire le pagine con un atto di fede, unirvi al canto; procedere come ciechi in quei prati, e trovare l’aria per respirare. Guarda, io purtroppo rispondendo alle domande vado sempre fuori tema, e mi succede anche quando scrivo, come mosso da una continua amnesia, frase dopo frase, mi rimangono solo frammenti scomposti, sconnessi; dove ritrovo la ratio per riordinare il tutto? La direzione, il senso profondo, se c’è, è sempre in là.

M.T.G.: Il titolo del tuo libro fa venire in mente due cose: l’oralità che si trasforma in scrittura, e una specie di mise en abyme dell’autore, della sua autorialità. Il primo collegamento è più evidente, nel romanzo, i cui coprotagonisti sono effettivamente i luoghi della tua infanzia e i personaggi che li abitano, che si raccontano. Il secondo è forse più forzato. Che ne pensi?

S.P.: Col fatto che per tanto tempo ho letto e studiato Celati e la scuola emiliana dell’oralità, per forza di cose quell’influsso dev’essere entrato a far parte del libro ed è, spero, un bene. Celati, tramite l’influsso di Handke e di Ghirri, ha fatto un lavoro preziosissimo che è subito significato per la nostra cultura, un nuovo modo di narrare: uscire all’aperto, farsi investire dall’inatteso, dall’imprevisto, da quelle che lui chiama le apparenze. Uno scriba che si sveste dell’abito di dottore sapiente e cartesiano piegato su di sé e va allo scoperto, nudo; un fabulatore che ignora quel che gli capiterà e come ne scriverà. Solo un grande lavoro di pulizia dello sguardo e di ripensamento del modo di lavorare permette di raggiungere una qualche forma compiuta leggibile. Io ci ho provato, restando per ore su ogni singola parola, tentando di essere fedele ad atmosfere e spirito, più che mero registratore passivo e razionale. Vuol dire emozionarsi, mettersi in un atteggiamento di accoglienza affettiva di luoghi e persone, per portarli nel testo. Questo certamente si avverte di più in certi capitoli, dove la fantasticazione e il pensiero divagante hanno la meglio. Non mi interessava tanto la questione dell’oralità tout court, quanto della riproduzione scritta di certe parlate ripetitive e sbagliate, regno dell’errore, dell’erranza, e cioè l’idea che letterario sia per eccellenza l’antiletterario: andate a chiedere a quei personaggi come Ermanno, o come Mario, cos’è la letteratura; loro non lo sanno, ma la fanno ogni giorno, con ripetizioni e straordinari giri di frase, con intercalari e cadute, loro non hanno letto libri, ma colgono da terra, coltivano, ecco la loro cultura. Che è straordinaria. Per questo non è la questione dell’oralità, quella centrale: perché significherebbe altrimenti che la mia ricerca poteva indirizzarsi anche sul personaggio, per esempio, di uno studente che ascolta parlare impiegati sul tram. Non è questo, ma altro: far parlare il bambino come bambino, e il matto come matto, e la donna come donna, e l’animale come animale, l’analfabeta come tale. Dettato è il titolo quindi perché provo a scrivere come nei temi non si potrebbe, e a trascrivere gli echi dalle radure. Quanta terra ancora resta da far fruttare nella narrativa.

La questione della mise en abyme è molto complessa e mi vengono in mente i frattali di Mandelbrot su cui ho scritto un racconto per Scrittori Precari, Il frattale di P.

Io so solo che a rovinarmi è stato Bernhard, che pensò bene di mettere al mondo quel capolavoro che è l’Autobiografia e che conobbe il nipote di Wittgenstein, ma probabilmente questo non risolve la questione, o forse sì… C’è poi il fatto che ho letto Calvino, e questo complica ulteriormente le cose. Penso che ogni tentativo di formalizzazione o schematizzazione di opere letterarie sia errato e limitativo. Tendenzialmente ritengo che ogni seria opera letteraria debba riflettere internamente su se stessa, più o meno esplicitamente, perché ogni seria opera letteraria si pone su un fronte, combatte una guerra: quella di portare la forma-romanzo un po’ più in là . È la famosa questione della sperimentazione, fare questo pensando ad alta voce facilita anche le cose: a pagina 89 il narratore scrive «questa è la fine delle tue parole», dopo che a pagina 13 un secondo io narrante, a lui rivolto, aveva scritto «Lo stelo che ha in mano viene dal luogo dell’accaduto». Aggiungo solo che il narratore, durante la stesura del romanzo, io come autore ho imparato a conoscerlo così bene, dai suoi ricordi, dalla sua genealogia, che alla fine ho deciso di chiamarlo come me.

M.T.G.: Sono stati fatti tanti nomi a proposito del tuo libro: Calvino fra tutti, ma anche Celati, Pavese, Parise. Tutti autori di prosa, o principalmente di prosa. Eppure il tuo libro odora molto di poesia.

S.P.: È vero e possiamo dire che, almeno Parise e Pavese, sono scrittori con una prosa molto curata e poetica. Io sono sempre stato un appassionato lettore di versi, ancor prima che essere lettore di romanzi. Penso a uno dei primi libri in cui mi imbattei a casa, un libro di poesie giallo. È stato grazie ad Ungaretti e poi a Brodskij, a Campana, a Guerra, a Handke, e a Esenin se ho intuito la potenza della parola, la capacità di commuovere e di far vedere le cose nel buio di una camera. Io non stavo bene in quegli anni lì, e iniziai a scrivere poesie, e a fare giochi di parole. Quindi penso che questa impronta originaria sia rimasta, con la cura per il ritmo interno della frase, e la musicalità del capoverso: penso che ogni serio prosatore debba avere a cuore questa cosa, nel tentativo di portare la forma-romanzo sempre più in là, oltre, in nuove aree linguistiche. Qui poesia volevo diventassero quelle lettere piene di errori, o la trascrizione della voce dell’incantatore di canestri. Ma anche un certo scavo minimo, frasi brevi come nei dettati, che significano la scoperta della parola prima da parte del bambino. Se il lettore non è spinto da una trama, e nemmeno dall’analisi psicologica dei personaggi e neanche da un’indagine storica o sociologica, allora per far sì che proceda bisogna cercare di scrivere poeticamente.

M.T.G.: In un’intervista recente hai detto che il libro è nato da una serie di frammenti che ti sei ritrovato a scrivere una volta tornato a Grandola dopo un periodo trascorso a Milano per i tuoi studi universitari. La distanza ti aveva permesso di «rivedere quegli stessi luoghi con uno sguardo commosso e nostalgico e di iniziare così a raccontarli». Ci spieghi cosa è successo dopo, l’avventura editoriale di questo libro, il modo in cui ha preso forma, come sei entrato in contatto con Vanni Santoni e la casa editrice Tunué?

S.P.: Dunque, Dettato ha visto la luce dopo un lungo periodo di letture e di sedimentazione umana. Diciamo che, dal mio punto di vista, era inevitabile che nascesse, è un commiato dalla morte, la lettera di un superstite, sono tornato dall’Ade con questa pianta di melagrana. I brani che compongono il romanzo, i capitoli, escono da un primo nucleo scritto nell’estate del 2011. Io scrivevo in balia del ricordo. Solo, in quella casa paterna, senza un lavoro, mi uscivano queste parole. Poi succede questo, tutto abbastanza casuale e bello da raccontare, perché significa che chiunque può farcela, se ha le carte in regola: nel gennaio del 2013 leggo su una rubrica de «L’Indice dei libri del mese» che Tunué inaugura la nuova collana. E allora faccio la cosa più ovvia, mando una mail alla redazione. Senza un agente. Senza nessun previo contatto. E peraltro con quasi nulla pubblicato prima, tranne qualche raccontino qua e là.

Il bello è che a Vanni Santoni Piamuro (il manoscritto originario aveva questo titolo) è piaciuto subito: un giorno ho ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto – e c’è da dire che di solito non rispondo, ma quella volta per fortuna sì – ho premuto la cornetta verde: «Ciao, sono Vanni Santoni, ho deciso che ti pubblichiamo». (Sbiancai e bevvi una Franziskaner). Per me era la risposta a una vocazione che sentivo da sempre, quella di scrivere, già dai temi alle elementari, nessuna gioia più grande. Ho conosciuto di persona Tunué al Salone del Libro di Torino del 2013, Massimiliano Clemente: dalla stretta di mano, dallo sguardo, capisci che sei di fronte a grandi visionari, a pionieri dell’editoria come per esempio Kurt Wolff, un piccolo editore che nei primi anni del Novecento pubblicava per esempio gente come Walser o Kafka in piccoli volumetti neri. Dopo tutto questo, un motivo per leggere Dettato, me lo chiedo da solo, potrebbe forse essere quella casa-albero in copertina.

 Prima di tutto bisogna risalire alla genealogia delle sorgenti e delle condutture, non è una questione da lasciare in secondo piano in riferimento a quelle storie lì che tu senti sorgere dice, dice che se in quei posti non ci fosse stata acqua da bere e per bagnare i campi, grazie agli acquedotti e ai canali sotterranei sottolinea, non ci sarebbe passato nessuno, neanche la madonna si sarebbe fatta viva in quei dintorni, non si fa niente senza l’acqua, neanche i miracoli. Ogni fonte ha il suo nome, così come i prati, ha iniziato a farfugliare a mezza bocca l’Ermanno, io non capisco più di tanto, dice esiste tutta una precisa nomenclatura dei siti prativi qui intorno, ma esiste dove? Gli chiedo, nella mia testa risponde, ma non me la sono inventata da un giorno all’altro, anzi me l’ha trasmessa nell’orecchio da ragazzo il mio defunto padre Pietro che riposi in pace; basta veramente poco, un albero, un sasso, un taglio diverso dell’erba, di qua è l’agostano, lì è già il terzuolo, basta veramente un niente e i posti cambiano denominazione.

 dettato

 

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