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La filosofia attraverso lo schermo

Il volume “Il filosofo e il suo schermo. Video-interviste confessioni monologhi” (Kayak Edizioni, 2016), a cura di Igor Pelgreffi raccoglie gli atti dell’omonimo convegno di studi, tenutosi a Bologna il 19 e 20 maggio del 2015.

 
La sfida, attuale rispetto all’odierno protagonismo comunicativo dello schermo, consiste nel pensare a possibili alternative all’«ordine gerarchico implicito» di ogni corpus filosofico, nelle quali le video-interviste non siano più semplici appendici all’opera di un filosofo, ma vere e proprie «direzioni testuali» che permettano a quest’ultimo di porsi al di fuori della forma-libro, giocando in spazi di manovra che sono invece interdetti nelle «coordinate abituali di lettura» (p. 12).

Il terminus a quo dei contributi inclusi nel volume, veri e propri percorsi concettuali nella filosofia contemporanea, è naturalmente la decisione del filosofo di “andare in onda” e svolgere dialogicamente il proprio mestiere: come afferma con sagacità Fabrizio Scrivano «l’intervista filosofica è un dispositivo verbale che lascia credere che sia possibile saltare ogni ruolo mediano che possa essere posto o immaginato tra la scrittura e la lettura» (p. 199). L’intervista restituisce la figura del filosofo a metà fra la scrittura e la lettura del saggio filosofico, al di fuori cioè da frequentazioni puramente critiche dell’autore in questione. Sembrerebbe che, nell’intervista, la riflessione filosofica adotti una forma più grezza: l’oggetto su cui si riflette, la specifica domanda posta dall’intervistatore, è manifesto ma il soggetto riflettente, l’intervistato senza il saggio, è nascosto dietro alla discorsività eterologica dell’intervista.

Il terminus ad quem invece è un po’ più complicato da individuare. Risulta evidente che l’interesse per le appendici di un corpus possa essere soltanto successivo all’interesse per il corpus. Le interviste aprono un varco fra l’autore e la sua opera e proiettano sul supporto, in questo caso sullo schermo, due non-saperi: il non-sapere del pubblico in generale, in mezzo al quale si trovano lo spettatore dell’intervista e il lettore di questa collettanea; il non-sapere di entrambi l’autore intervistato e l’autore intervistatore, anche quest’ultimo “autore” nel senso delle “direzioni testuali” menzionate all’inizio. Né il pubblico, né l’intervistatore, né l’intervistato sanno di preciso come andrà a finire l’intervista.

Nel saggio di Vincenzo Cuomo, il ruolo dell’intervistatore viene opportunamente delineato, non come colui che si limita a proporre un questionario, ma come l’esperto della comunicazione alla ricerca di un riscontro nella logorrea del filosofo intervistato, la quale avrebbe perenne bisogno di esegesi nei confronti del pubblico. Spettatore, intervistatore e intervistato, si trovano dunque insieme alle prese con il non-saputo costitutivo dell’esperienza dell’intervista di cui si diceva prima, quella «discorsività che tiene conto dell’interruzione», quel «modo di parola altro» (p. 23) dal sapore spesso aforismatico, che si spera emerga a intervista finita.

Un’espressione che sembra adeguata, per riferirsi a questi bonus tracks che si aggiungono al corpus del filosofo, viene fornita nel saggio di Stefano Marino: «elementi di improvvisazione» in cui sia possibile valutare il gioco a cui giocano tanto gli intervistati quanto gli intervistatori, con manovre che si aprono ben al di là dei confini dei «testi più canonicamente teorici» (pp. 156-157). È innegabile infatti che non si è alla ricerca del corpus, rispettivamente, di J. Derrida oppure di S. Zizek, qualora si abbia l’intenzione di guardare i celebri documentari che vedono questi due come protagonisti spezzando la quarta parete. Semplicemente, lo spettatore vuole incontrare un po’ di corpo da associare al corpus filosofico: una certa maniera di sovraesporsi del filosofo, rispetto ai confini del testo scritto, un modello da imitare, qualora lo spettatore e/o il lettore cerchino di perfezionare i propri elementi di improvvisazione.

Si legge nel saggio di Daniele Goldoni che «la natura del filosofico sfugge al monopolio di mezzi specifici» (p. 226, eppure cfr. p. 216: «in Occidente chiamiamo “filosofia” soprattutto pratiche che usano parole»!). Perciò i tentativi odierni di portare la filosofia sullo schermo (per quanto riguarda la filosofia nel milieu italiano, almeno) sarebbero da considerare contenuti ibridi, in cui al filosofico si aggiunge il giornalistico, e alla sovraesposizione del filosofo si deve sostituire, per importanza, una certa «irritazione culturale in assenza di una cosa degna di questo nome» (p. 219, corsivi di Goldoni).

Evidentemente, nella prospettiva di questo saggio in particolare si teme lo scenario in cui non sia possibile per il pubblico spettatore imitare il filosofo sullo schermo, ma possa soltanto farsi complice di una generale decadenza della filosofia. In questo scenario, i valori dell’amicizia, della franchezza e della sincerità vengono sostituiti dalle logiche del mercato e dell’industria culturale: il monopolio che il mercato della comunicazione televisiva pretende sul discorso filosofico, finirebbe per neutralizzare le capacità innovative disponibili al filosofo, costringendolo di conseguenza a scegliere, per ogni video-intervista, fra fare la vedette oppure fare l’incompreso. Del resto, il giornalismo che non racconta nulla di nuovo non varca le soglie del quotidiano, non attraversa le distanze presupposte dal prefisso “tele”: la vigenza insomma diventa equivalente al rating.

A meno che non si voglia ancorare la sfida che pone la collettanea curata da Igor Pelgreffi  alla situazione attuale delle trasmissioni televisive italiane, si fa fatica a vedere come la logica del mercato possa soffocare la fertilità della filosofia, specie quando si tratta di filosofi alle prese con la video-intervista, pronti per sovraesporsi rispetto alla formalità del saggio e della lezione frontale. Per fare ancora l’esempio dei documentari di Derrida e di Žižek, si tratta comunque delle preziose appendici ai corpora di questi due filosofi; sono lungometraggi in cui il montaggio, la normalità della «percezione fotografica» (per usare una felice espressione contenuta nel saggio di Ubaldo Fadini, p. 56) spezza il monopolio del testo scritto sul corpus, trasformando l’epilogo del contenuto cartaceo nell’«addio continuamente presente» (p. 59) della traccia video.

Le interessantissime considerazioni sul “post-mediatico” contenute nel saggio di Sara Baranzoni su F. Guattari, assieme alle notizie su B. Stiegler, farmacologia positiva e Lignes de temps contenute nel saggio di Paolo Vignola, portano nella direzione di una linea di continuità fra tecnoscienza e riflessione filosofica. Lo schermo è sempre posteriore al montaggio, e finisce il non-saputo quando finisce la traccia audiovisiva: massimo esponente di questa incertezza (di questo non-saputo) è il pubblico spettatore, esponenti minimi invece intervistatore e intervistato.

La traduzione della filosofia nello schermo, lungi dal costituire uno spazio teoretico nella «separatezza tra conoscente e conosciuto» (p. 187), apre uno spazio di equivalenza, in cui intervistatore, intervistato e spettatore tornano corpi e si chiamano fuori dal campo gravitatorio del corpus. Piuttosto che presentarci Derrida e Zizek, i loro corpi e il loro non-detto sullo schermo come se fossero le appendici del corpus (come ogni appendice, puramente vestigiali ma comunque da tenere sott’occhio, infine da rimuovere se si irritano) la video-intervista (e non c’è motivo per credere che questo sia valido soltanto per questi due) e le tecniche del montaggio sono un esempio della «plasticità della tecnica» (p. 247) con cui un corpus si traduce in corpi. Con questa stessa plasticità un autore, un intervistatore e un occasionale spettatore immaginano come andrà a finire l’intervista, al di fuori dell’abituale sistema di riferimento, ovvero il saggio filosofico.

Niente aforismi né espressioni memorabili, poiché l’intervista non è nata per essere una fonte, ma per annientare, ogni volta per sempre, «l’idea metafisica che l’umano sia necessariamente innovativo-produttivo» (p. 233) e che l’autore sia, in questi termini, una sorta di umano speciale. La video-intervista, con la regia fotografica che all’occasione corrisponda, con la sua perenne condizione di montaggio ben riuscito, sarà sempre una maniera di immaginare un autore senza appendici.

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