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Antropologia della deindustrializzazione

Una recensione al libro di Tommaso India Antropologia della deindustrializzazione. Il caso della Fiat di Termini Imerese (Firenze, Editpress, 2017), l’ultimo di una serie di recenti volumi dedicati alla deindustrializzazione in Italia, che segue di pochissimo La Fabbrica di Marta Vignola.

antropologia-della-deindustrializzazioneQuesto volume sembrerebbe indicare e insieme confermare il bisogno generazionale, oltre che contingente, di confrontarsi con il recente passato industriale del Paese. E, più in particolare, del Mezzogiorno: ossia quella vasta ed eterogenea area, che, dismesso il mito economico “sviluppista”, vede sé stessa nuovamente confrontarsi con ciò che, per lo meno dai tempi dell’Unificazione, appare come la sua dimensione “naturale”: il deserto.

Antropologia della deindustrializzazione, per dirla con un autore caro a India, James Ferguson, appare così come un libro sulle “disconnessioni”: ossia su quei deliberati processi economici e politici che, nella supposta era delle connessioni globali, consistono viceversa nell’interruzione delle relazioni e nella periferizzazione radicale di aree che, in ogni caso, solo raramente si ritrovano prossime al “centro” dei processi direzionali, politici ed economici che contano (accantonando, naturalmente, tutta le problematicità insite in un dualismo che contrapponga rigidamente “centro” e “periferia”, come una certa sociologia insieme storica ed economica ha polemicamente sottolineato).

A offrire lo spunto per questo studio di caso è la storia prima dell’insediamento e, poi, della dismissione dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. Una vicenda iniziata nel 1970 e conclusasi nel 2011, che ha prevedibilmente segnato la vita della comunità siciliana proiettandola, nel corso dei decenni, nel susseguirsi delle rappresentazioni sulla “modernità” e, specialmente, di quelle relative al lavoro: dal Fordismo alla “fabbrica flessibile”, passando per quella “postmoderna”, fatta della precarietà e flessibilità non dei processi lavorativi o dello stock, ma del lavoro umano.

India analizza così la successione e l’accavallarsi di differenti culture politiche, identità correlate al lavoro, meccanismi di disciplinamento relativi al corpo dei lavoratori, relazioni con il tempo, aspettative e desideri, e trasformazioni occorse nei rapporti tra i sessi.

Pur con qualche problema metodologico – dovuto alla relazione in qualche parte “lasca” con i dati e alla probabile sovra-rappresentazione di alcune categorie (quella dei “sindacalizzati”, in particolar modo) – l’autore è comunque abile nell’individuare tipologie operaie e conseguenti trasformazioni collettive – che si manifestano dapprima nella duplice e classica “doppia presenza” nel mondo dell’industria e in quello della terra (in modo per nulla diverso da quello che, altrove, ha fatto parlare di “metalmezzadri”) – accompagnata da profonde trasformazioni culturali derivanti dall’incontro con l’organizzazione e la razionalità tipiche della grande fabbrica. Una storia che, in modo particolare all’inizio dell’insediamento industriale, potremmo definire di coesistenza di atteggiamenti, forme di sussistenza e immaginari. Per esempio, la convivenza di visioni circolari e lineari del tempo, proprie rispettivamente del mondo rurale e della fabbrica. Oppure quella già menzionata, relativa alla simultanea presenza di attività connesse alla terra e all’industria, che produrrà per qualche tempo un doppio reddito o, comunque, una sua significativa integrazione, accrescendo e introducendo nuovi consumi e stili di vita. O, ancora, la continuità delle relazioni clientelari applicate al reclutamento che, però, si scontreranno presto con altre logiche emergenti in seno alla fabbrica. In particolare con l’affermarsi, specie nella prima generazione di lavoratori, di una cultura politica e sindacale quasi del tutto inedita per l’area.

antropologia-della-deindustrializzazioneA partire da questa fase, che è anche – per scomodare il Goldthorpe di The Affluent Worker – quella dorata dell’“opulenza”, inizia presto quella della “discesa”. Quella transizione, cioè, che passerà attraverso le trasformazioni dettate dalla lean economy: il controllo di qualità, la produzione correlata alla domanda e la crescente automatizzazione dei processi industriali. E, contemporaneamente, la trasformazione culturale dei lavoratori: più colti e qualificati dei padri, da un certo punto di vista; ma anche meno “politici” e capaci di immaginare “resistenze”. Per esempio quelle minime, relative al cibo e alla costruzione di spazi temporaneamente autonomi interni alla fabbrica, sottratti al controllo e assegnati, dal basso, alla convivialità. Senza contare, naturalmente, le grandi lotte sindacali. Oppure più liberi delle madri, come nel caso di quelle operaie in grado di competere con i colleghi uomini e determinate a “fare carriera” nei reparti produttivi dell’azienda, anziché negli uffici, come pure ci si potrebbe immaginare. Ma anche più esposte a forme di autosfruttamento che si manifestano attraverso gli incidenti, un certo “auto-abuso” relativo al corpo e a nuove forme di “docilità”. Che, comunque, riflettono le trasformazioni politiche complessive (quelle rese evidenti e avviatesi a partire dalla “Marcia dei 40.000”), oltre che quelle relative alla produzione, ai nuovi metodi di controllo dei tempi del lavoro e, infine, alle nuove scomposizioni e sovrapposizioni dei movimenti che accompagnano il lavoro da un punto di vista tecnico (e delle “tecniche del corpo” connesse).

Dal punto di vista metodologico, il libro fa ampio uso di interviste in profondità, di osservazione etnografica del contesto e, soprattutto, della biografia. Per certi versi, infatti, questo è un libro che parte dal Sé: dalla propria esperienza di figlio di un lavoratore della Fiat di Termini Imerese e, pertanto, dal proprio immaginario di individuo cresciuto negli immediati margini dell’industria ed esposto a quelle trasformazioni di senso che, di norma, accompagnano le differenti fasi attraversate dai grandi stabilimenti industriali in aree come quelle poste al centro del volume. Aree, cioè, desertificate da un punto di vista economico e quasi interamente dipendenti dalla presenza industriale, avvertita, a seconda delle stagioni economiche, come madre, matrigna, garante del futuro, landmark paesaggistico, sinonimo di morte e una moltitudine di altre cose che mostrano come l’industria non sia solo un “oggetto”, ma un’entità profondamente connessa alla vita, alla “buona vita” e persino alla morte.

antropologia-della-deindustrializzazioneQuello di India, inoltre, è un libro che ha il pregio di connettere la dimensione locale e quella generale. È cioè uno studio dedicato a un caso, che non dimentica tuttavia neanche per un istante le connessioni che collegano la “località” al “tutto”. Appare così ricchissimo di riferimenti bibliografici e teorici che mostrano efficacemente le similitudini tra il caso siciliano e quello dello Zambia alla fine della corsa al rame, oppure le relazioni ideali che intercorrono tra Termini e la Malesia industriale studiata da Ong. È, insomma, un libro molto colto. Che, tuttavia, proprio in ragione di questo carattere, temo avrà poche possibilità di intercettare pienamente la comunità di riferimento. Ricco, infatti, di lunghe citazioni in inglese, spagnolo e francese, non accompagnate da traduzione, difficilmente risulterà pienamente leggibile e comprensibile per quegli operai posti al centro della narrazione che, idealmente, dovrebbero essere anche interlocutori privilegiati di un testo del genere.

La qual cosa ci conduce al classico problema di come rendere pubblica la scienza sociale e fare sì che essa possa coinvolgere la società civile, includendola in quei discorsi specialistici che pure la riguardano, sottraendola così alle semplificazioni dominanti. Per esempio quelle di chi – proprio come mostra il libro – propone nuovi miti economici relativi al futuro e, così facendo, propaganda visioni in fondo demagogiche e semplicistiche. Più o meno lo stesso problema, insomma, che incontriamo parlando di immigrazione, lavoro e welfare; lì ove lo scontro è tra chi propone ricostruzioni e soluzioni identitarie di apparente buon senso, che nulla però hanno a che fare con i “fatti” e con la complessità delle dinamiche economiche e politiche in atto. Come scrivere di queste cose è serio tanto quanto i problemi che analizziamo. E su questo, credo, dovremmo tutti interrogarci nella nostra funzione di lavoratori della cultura, riflettendo cioè su altri e più adeguati modi di scrivere libri e comunicare la complessità.

Tuttavia, critica delle politiche della scrittura a parte, il libro di Tommaso India è un ulteriore e assai utile tassello alla storia recente del Paese, che non delude e getta ulteriore luce sui significati del mito dell’industria nella società italiana.

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