Una storia di solitudine

Ricerca, nomadismo e precariato. Considerazioni per una puntata di Propaganda Live.

Da anni ormai avverto in modo sempre più invadente una sorta di repulsione verso la televisione. Troppe serie tv di scarso valore, reality show imbarazzanti, talk show ridondanti. Però il venerdì c’è Propaganda Live. Propaganda dà sempre l’impressione di essere un programma intelligente, capace di cogliere e mostrare i lati più drammatici e contraddittori del nostro presente con un sorriso amaro che conferisce profondità alle cose. Propaganda, alla fine, è un programma di “compagni” e lo si vede volentieri.

Poi arriva venerdì 20 novembre. E a Propaganda invitano Alessia Ciarrocchi, ricercatrice biologa. Pare che parli della ricerca. Non succede quasi mai. Se n’era parlato poco all’inizio della pandemia, quando una giovanissima collega precaria era assurta agli onori delle cronache perché era stata la prima a isolare il nuovo virus e tutti si erano accorti che apparteneva a una mai quantificata schiera di precari. Si stupirono in molti, non certo i suoi colleghi italiani. Se ne parlò qualche giorno, poi tutto ritornò nella norma. Della ricerca e dell’università, in Italia, non si parla, e non perché esista un qualche tabù, una forma di pudica interdizione di fronte all’abisso che si è spalancato da anni e che, dalla legge Gelmini, sembra aver preso una piega irreversibile. Apparentemente direi che non se ne parla perché interessa poco e interessa a pochi.

Per questo uno coglie con favore che in un programma di così grande séguito come Propaganda ci sia una collega, una ricercatrice, finalmente a parlare di ricerca. Gli entusiasmi agonizzano velocemente. Ciarrocchi fa un monologo relativamente breve, sbandierando un po’ di luoghi comuni sull’attività della ricerca e quella specie di democrazia della scienza, mai troppo osannata. Ci sarebbe tanto da dire sui contenuti di questo intervento, che appartengono a un mondo onirico di Alessia Ciarrocchi e sui quali altri hanno già scritto con attenzione. La chiusura dell’intervento, però, lascia sbalorditi, provoca sgomento, produce un’immediata reazione sui social. Indignazione: questa la parola più corretta. Il precariato dei ricercatori è un punto di forza della ricerca e il nomadismo – quel continuo girovagare qua e là, in cerca di una borsa, di un post-doc, di un posto di lavoro a scadenza, che appena si esaurisce fa iniziare una nuova peregrinazione – è una scelta. Diego Bianchi, il conduttore, sempre attento e sensibile alle alterne vicende umane, le fa notare che forse per pochi è una scelta mentre per molti non lo è. La collega potrebbe recuperare lo scivolone gravissimo appena commesso, ma afferma con un sorriso: “no, il nomadismo è proprio una scelta!”.

La domanda che vorrei che ci ponessimo è la seguente: cosa vuol dire precariato e nomadismo? E che tipo di risposta affettiva, etica, politica ci genera la compresenza di queste due forme di esistenza legate ormai indissolubilmente alla vita dei ricercatori?

Proviamo a comprenderlo seguendo un esempio standard di una ricercatrice che chiameremo Soledad. Soledad, a soli 28 anni, ha già conseguito un dottorato di ricerca con una tesi di filologia greca, o di biologia molecolare, o di fisica teorica, o di ingegneria aerospaziale. È il più alto titolo di studio – ricordo che durante la discussione di una tesi di dottorato il presidente di commissione disse che era un onore conseguire un dottorato perché solo lo 0.07% della popolazione italiana riusciva a ottenerne uno – e il primo livello, necessario, per diventare un ricercatore universitario. Stipendio mensile: 1.100 € netti al mese. Nessuna pensione, perché i contributi vengono versati in una cassa speciale dell’INPS, la gestione separata.

Durante i tre anni di dottorato, riconoscendo quanto sia indispensabile l’internazionalizzazione, Soledad parte per 6 mesi o 1 anno, recandosi nel Regno Unito, o in Francia, o in Germania, o in Svezia. Dovunque ci sia un grande centro di ricerca che si occupa di ciò su cui sta lavorando. Alla fine del suo dottorato, i complimenti si sprecano e il giudizio è eccellente. Addirittura, dignità di pubblicazione. Soledad comincia a cercare fondi per pubblicare il libro della propria tesi e mediamente le case editrici chiedono 2.000 €. Nel frattempo ha finito anche i 6 mesi di disoccupazione, che scalano progressivamente dal 75% al 70% – da 800€ a 700 €, circa. Non ha un nuovo contratto e comincia a inviare progetti per partecipare a selezioni universitarie. Finalmente, dopo molto tempo, riesce a vincere un “assegno di ricerca” – un post-doc – di un anno. 1.400 € al mese. Nessun contributo, perché è ancora una lavoratrice para-subordinata e i suoi contributi vanno sempre nella cassa della “Gestione separata” dell’INPS. L’anno finisce. 6 mesi di disoccupazione. Finisce anche quella. Passano altri due anni e, in Italia, non trova nulla. Riesce a ottenere un nuovo assegno, ma questa volta a Singapore, o Taipei, o Rio de Janeiro, o New York. Ormai ha quasi 30 anni. Ma il percorso è lungo, e non lo posso immaginare in ogni passaggio.

Siamo certi, tuttavia, che Soledad passerà ancora molti anni girovagando tra l’Italia e l’estero, cambiando città molto spesso, investendo gran parte del proprio tempo nello scrivere progetti di ricerca nella speranza che qualcuno li finanzi. Se sarà fortunata, arriverà a 40 o 45 anni e otterrà il posto fisso: dopo 20 anni di precariato e nomadismo, svincolata da ogni comunità affettiva, incapace di radicarsi in un luogo per più di uno o due anni, ormai donna di mezza età, sarà diventata una professoressa associata. Gran parte degli stipendi di questi anni non le avranno consentito di accedere a fondi previdenziali – la famigerata Gestione Separata INPS –; non ha avuto diritto alle ferie né alla malattia. La sua vita si è dipanata in una selva di contratti e contrattini spesso mal pagati – come le docenze a contratto, 1200 € lordi l’anno (no, non è un errore: 1.200 € lordi l’anno) – ed è stata sottoposta a un sistema macchinoso e infernale che noi chiamiamo publish or perish: pubblica o muori! Ha dovuto pubblicare, in una dinamica ottusamente competitiva, una quantità abnorme di articoli e libri, sperando che questo le permettesse di riuscire a galleggiare, di sopravvivere accademicamente fino al punto finale: quello del lavoro a tempo indeterminato. Nei lunghi periodi senza stipendio ha avuto due alternative: chiedere alla famiglia mezzi di sostentamento (posto che avesse una famiglia con capacità economiche tali) o fare altri lavori per arrotondare (il più quotato è quello di cameriera, che ti permette di lavorare di sera/di notte e di fare ricerca di giorno).

Sembrerà grottesco o macchiettistico ma questo è il precariato di cui parlava Alessia Ciarrocchi a Propaganda Live. Soledad è la nostra compagna di strada. Ciarrocchi, forse, un po’ meno.

Per rispondere alla seconda domanda, bisogna porsene onestamente un altro paio: se Soledad fosse un’operaia e scoprissimo che ha passato vent’anni della sua vita venendo licenziata, spostandosi da un luogo all’altro, imparando due o tre lingue, senza contributi per la pensione, senza diritto alla malattia, quale reazione avremmo? Saremmo giustamente sconvolti! E se Soledad fosse un’impiegata della pubblica amministrazione e avesse passato questi anni in queste condizioni? Credo, francamente, che se ne parlerebbe ininterrottamente, dalla carta stampata ai salotti televisivi. Ma è una ricercatrice universitaria. E quindi, come dice il suo nome, rimane sola.

Da anni viviamo in un meccanismo, spesso alimentato da una retorica stupida (si pensi all’intervento di qualche anno fa di Stefano Feltri) contro le discipline umanistiche, che punta a offuscare e smobilitare il ruolo dei settori pubblici come settori strategici della nostra società. È l’imperativo aziendale della flessibilità che si è declinato concretamente come precarizzazione del lavoro. Intellettuale, certamente; ma come noi, molte altre realtà lavorative sono state piegate alle stesse necessità. Il precariato, che andrebbe tradotto con il sinonimo di instabilità economica, e il nomadismo, a sua volta pensabile come instabilità affettiva ed esistenziale, non sono una scelta né una forza, ma sono le condizioni strutturali e strutturanti di un sistema iniquo, selvaggiamente competitivo. Un sistema malato, curabile solo con una seria riforma del reclutamento universitario e un poderoso investimento strutturale nel mondo dell’istruzione, dell’università e della ricerca. In fondo, si tratta di una visione del mondo specifica: dalla parte di Soledad, c’è chi crede nella rilevanza del sapere intellettuale per la crescita sociale, politica e morale di una società e di molte comunità. Non solo: crede nella rilevanza della dimensione pubblica, sottratta alle spicciole logiche di mercato. Un sapere intellettuale che può maturare e crescere solo a condizione di ripensare il ruolo dell’essere umano nella nostra realtà quotidiana: sostituire, cioè, la mobilità con l’appaesamento, la produttività con il tempo lento della riflessione, la flessibilità del lavoro con la stabilità economica di una vita progettabile verso il futuro.

È stato bello vedere, per una volta, una ricercatrice in televisione. Sarebbe stato più bello, però, se avesse detto parole di giustizia e dignità per il mondo della ricerca, mondo cui appartiene insieme a noi. Se avesse detto, di fronte a un pubblico attento e trasversale, che per la ricerca e l’università italiana servono soldi, molti soldi – non le bricioline delle ultime leggi di bilancio –, meccanismi di accesso ordinari e regolari, distribuzione equa delle risorse, valorizzazione istituzionale e sociale: in poche parole, una cultura del lavoro nuova, migliore. Ma non l’ha detto, lasciando agonizzare Soledad e noi con lei.

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