
Il sacco di polvere di marmo al secondo piano
Mio padre, Renato, era saldatore tubista. Uno che aveva iniziato a lavorare a quattordici anni e che già a quaranta aveva subito l’invasione degli ultracorpi (metalli pesanti) e non ci sentiva per i tonfi del cantiere. Un lavoro per lui doveva essere qualcosa per cui ti facevi il culo. Quelli che stavano a un tavolino e non sudavano, non lavoravano. Qualsiasi cosa fossero, ragionieri avvocati o professori, facevano parte di un’unica categoria: i preti. Gente che non aveva voglia di lavorare. Un giorno gli lessi queste parole di Bianciardi da Il lavoro culturale – attribuite a un tal Corinto, muratore invalido e poi bidello stalinista, ma figlio d’anarchici. Fu una rivelazione: gli apparve Mao e rimase a bocca aperta: Viene uno e dice che vuol fare il ragioniere. “Tu”, dico io allora, “vuoi fare il ragioniere, vero?”. “Sì”, risponde quello. “Proprio il ragioniere?” “Sì”, dice lui, “il ragioniere”. “Allora”, dico io, “guarda. La ragioneria è al secondo piano. Lo vedi quel sacco lì, nel cortile?”. “Sì”, fa il ragioniere. “È pieno di polvere di marmo”, faccio io. “La ragioneria è al secondo piano. Ora tu, caro ragioniere, al secondo piano, dove c’è la ragioneria, ci porti il sacco pieno di […]
