La damnatio memoriae è sempre una soluzione eco...
di Marco De Baptistis Viviamo in tempi sempre pronti al risveglio dell’indignazione. Il più delle volte, essa è tenuta prudentemente a debita distanza dal fulcro dell’evento che l’ha scatenata. Si guarda “da lontano” e ci si indigna assieme a chi ci è vicino, magari seduti nel salotto di casa, oppure in piazze affollate, se si ama stare all’aria aperta. Ciò sembra accadere nonostante il fatto che i sacrosanti motivi che hanno portato all’indignazione – condivisa e condivisibile – sono soltanto ad un tiro di schioppo da noi. Il termine indignazione, pochi lo ricordano, proviene dall’etimologia latina “dignari” che significa “stimar degno”; da lì deriva anche il termine “degnare”. “In-dignare” (non degnare) è dunque semplicemente l’esatto contrario dello stimare, del “ritener degno qualcosa o qualcuno”. Nell’uso comune, il termine “indignazione” è finito per indicare un senso di nausea, di rabbia, persino d’ira, contro ciò che non si ritiene affatto degno o giusto. Ciò, ha però delle controindicazioni: 1) L’ira è un’emozione che funziona solo a breve termine: non si può essere “irati” per una vita intera. 2) Essere costantemente arrabbiati per tempi troppo lunghi non è salutare; anzi, troppa rabbia prolungata può portare a fastidiosi bruciori di stomaco e a brutte […]




