La reputazione di Pizzorno

Alessandro Pizzorno. Come lo racconterebbe un sociologo, oggi?

Particolare di un graffito, Zgrada Papagajka, Sarajevo 2019

Negli ultimi mesi Alessandro Pizzorno è stato omaggiato da colleghi e allievi che hanno illustrato le tappe e i meriti del suo percorso intellettuale,1 richiamando i concetti cardine della sua articolata produzione teorica, l’importanza e l’originalità delle sue ricerche. Anche grazie alla notorietà del personaggio, il profilo di Pizzorno è oggi quello di uno studioso eclettico, di uno scienziato sociale a tutto tondo, che nella sua attività di ricerca così come nelle riflessioni critiche ha attraversato con disinvoltura confini e barriere disciplinari, creando punti di contatto tra scuole e tradizioni di pensiero diverse. In un’epoca segnata da una progressiva frammentazione del sapere e da una supposta convenienza alla specializzazione disciplinare – almeno in ambito accademico – la pluralità di afferenze scientifiche e lo stile controcorrente di Pizzorno sono un invito a riflettere, in termini attuali, sull’opportunità di sviluppare ambienti e campi di studio in cui competenze differenti riescano a dialogare in modo costruttivo. Secondo un approccio critico e consapevole, che non faccia venire meno il contributo peculiare delle singole discipline ma, piuttosto, lo esalti e valorizzi attraverso un costante e rigoroso gioco di triangolazioni tra sensibilità e livelli di osservazione.

A uno sguardo più generale, il carattere poliedrico dei lavori di Pizzorno rivela quanto le sue imprese intellettuali abbiano beneficiato di una formazione che – dalle iniziali esperienze di studio a Torino, Vienna e Parigi – si è sviluppata trasversalmente agli ambiti della filosofia, dell’antropologia, della sociologia e della scienza politica. Allo stesso tempo, le imprese conoscitive realizzate sul piano della ricerca empirica hanno significativamente giovato del vivace clima culturale in cui maturarono le indagini coordinate per conto dell’ufficio studi della Olivetti – dove agli inizi degli anni ’50 erano confluiti i pionieri di una sociologia degli albori, non ancora incardinata nell’accademia italiana – e poi della collaborazione successiva, anch’essa stimolante e fruttuosa, con i sociologi americani nel periodo della cattedra all’università di Harvard. Fasi e snodi di un percorso che è evoluto tenendo insieme la passione intellettuale per l’esercizio speculativo sulle grandi dispute teoriche e il pragmatismo dello scienziato sociale impegnato in studi e inchieste sulle più rilevanti trasformazioni sociali e politiche della sua epoca.

Un ulteriore merito è quello di non aver allentato la presa, nel corso della sua carriera, sui temi cruciali della sua produzione. Senza pretesa di esaustività, ci basta ricordare i lavori su movimenti sociali e forme di mobilitazione, conflitti di classe e meccanismi del consenso, partecipazione politica e lotte per il riconoscimento, dinamiche di industrializzazione e trasformazione delle comunità, processi di costruzione dell’identità individuale e collettiva. Su questi temi è tornato a più riprese, anche a costo di rimettere in discussione i presupposti di riflessioni già maturate, bramando la costruzione di un circuito dialettico autoreferenziale ma tutt’altro che asfittico, aperto al rinnovamento, alla critica riflessiva e alle esplorazioni suggerite dal confronto con studiosi affermati o dalle intuizioni di quelli emergenti.

Non un banale trasformismo, quanto piuttosto l’esigenza di tornare sulle cose, a distanza di tempo e di esperienze, con la curiosità di slegare e riallacciare i fili del discorso per mettere alla prova la coerenza logica e la tenuta, in senso fenomenologico, di argomentazioni e interpretazioni precedenti. Perché, in fin dei conti, le teorie possono circolare, affermarsi, riscuotere visibilità e successo, ma tendono a perdere capacità esplicativa e non essere più adeguate a spiegare la (mutevole) realtà sociale. Una tensione ben visibile se consideriamo la circolarità con cui Pizzorno ha disfatto e (ri)prodotto alcune sue fissazioni intellettuali, di cui abbiamo testimonianza grazie all’affiorare di scritti inediti e alla riproposizione di vecchi lavori, operazioni che hanno spesso consentito di riconnettere le produzioni degli esordi con quelle recenti, mettendo i lettori più attenti nelle condizioni di decifrare il carattere incompiuto del corpus originario di riflessioni e, quindi, di farlo prosperare in nuove direzioni.

Tra i temi frequentati con insistenza nella fase più matura della sua vita vi è quello del riconoscimento, da cui Pizzorno era stato sedotto sul piano intellettuale sin dai tempi del celebre saggio Sulla maschera, scritto in francese nel lontano 1952 e pubblicato soltanto a otto anni di distanza, prima di essere riproposto integralmente in una versione italiana ben più recente.2 Da questo interesse verso i processi di costruzione dell’identità tramite i quali i soggetti indossano maschere e si rendono ri-conoscibili ai propri pubblici di riferimento prende avvio uno dei più originali percorsi di analisi critica e riflessione teorica, che vale la pena ripercorrere.

La metafora della maschera viene utilizzata da Pizzorno per illustrare come nelle società contemporanee le relazioni di riconoscimento reciproco costituiscano la base dei giochi di coordinazione e di interpretazione in cui sono coinvolti gli attori sociali in situazioni di interazione quotidiana. In questa prospettiva, i concetti di riconoscimento e di identità risultano strettamente legati. L’identità individuale è espressione di una combinazione unica e sempre modificabile tra la storia dei riconoscimenti attribuiti a un soggetto e la geografia sociale delle relazioni che li hanno alimentati. Si tratta di un’impostazione che postula il carattere costituivo del contesto sociale, dal momento che lo sviluppo dell’identità viene esclusivamente concepito entro e per mezzo di relazioni.

Il riconoscimento è quindi un fatto sociale, secondo una visione che prende nette distanze dagli approcci atomistici e individualisti di altre correnti di pensiero. L’identità è piuttosto qualcosa di performativo, che si realizza socialmente. Nulla di aprioristico, di innato e di predeterminato: in questa direzione, sarà lo stesso Pizzorno a smarcarsi da possibili fraintendimenti dichiarando di non volersi sovrapporre alla celebre teoria di Erving Goffman sui rituali dell’interazione, scorgendo in essa proprio il limite di concepire l’identità dei soggetti come qualcosa di preesistente e già formato, da preservare attraverso una accorta gestione delle espressioni.

Ricostruzione grafica del Buleuterio di Priene. Immagine di copertina de “Le radici della politica assoluta e altri saggi” (Feltrinelli 1993) 

In una fase successiva, gli studi sui conflitti operai e sui rapporti tra sindacato e stato nelle società europee consentono a Pizzorno di dare nuova linfa all’elaborazione di questo primitivo groviglio teorico. Le azioni operaie di fine anni ’60 vengono interpretate innanzitutto come lotte per il riconoscimento di un’identità collettiva non negoziabile. In quest’ottica, Pizzorno arriva a sostenere che l’azione collettiva e la cooperazione non possano essere spiegate nei termini di una scelta razionale fondata su un criterio di utilità. Propone, anzi, di considerare la presenza di altre persone e la loro partecipazione come un fine in sé, prima ancora che uno strumento per il perseguimento di obbiettivi individuali.  I concetti di identità e di riconoscimento trovano così applicazione nell’analisi del conflitto: in particolare, la sua lettura si pone come alternativa alle interpretazioni dominanti che vedevano nelle rivendicazioni salariali e simboliche la ragioni sostanziali dell’adesione individuale alle azioni collettive degli operai.

In seguito, con meticolosità artigiana, torna a lavorare sull’impianto teorico sviluppato attorno alle questioni del riconoscimento, affinando una serie di argomentazioni che lo portano a criticare in modo più esplicito e diretto i teorici della scelta razionale. La posta in gioco di queste riflessioni ha a che vedere con il rapporto tra decisioni e azioni. Pizzorno parte da una nota debolezza della teoria della scelta razionale, che non è in grado di spiegare l’origine delle preferenze in base a cui gli attori prendono decisioni e valutano le alternative a disposizione (secondo un calcolo costi/benefici). Muovendo dai soliti presupposti, non può ritenere soddisfacente che le preferenze possano scaturire da un tratto del sé immodificabile perché questa ipotesi negherebbe proprio l’aspetto costitutivo e fondativo delle relazioni sociali. Piuttosto, la questione nella prospettiva a lui cara, va ribaltata: è il soggetto che compie la scelta a ritrovare un senso del sé nella preferenza espressa con la decisione adottata.

La chiave interpretativa è quella ricorrente nell’itinerario analitico di Pizzorno: attraverso il riconoscimento degli altri, il soggetto costruisce un’identità in riferimento alla quale può operare delle scelte individuali, giudicando e ordinando le preferenze in modo da garantire continuità del sé. L’identità deve allora poggiare su riferimenti duraturi che le teorie della scelta razionale non sembrano contemplare. Il costituirsi delle identità nel tempo, dipende infatti dalla stabilità delle cerchie di riconoscimento o comunità identificanti: «l’identità personale consiste in una connessione intertemporale verticale tra gli io successivi di un essere umano, cosa che è possibile solo grazie a qualche connessione interpersonale orizzontale tra differenti io individuali».3 Con una manovra intellettuale che lo riconnette al pensiero di Hobbes, Pizzorno chiude il cerchio sostenendo che si debba guardare innanzitutto alle relazioni sociali per scorgere le condizioni che rendono possibile la stessa possibilità di scegliere: a suo modo di vedere, gli scienziati sociali interessati a formulare interpretazioni della realtà sociale, più che sulle decisioni di un individuo, dovrebbero focalizzarsi sulle forme di solidarietà, comunanza e cultura da cui conseguono relazioni di riconoscimento reciproco.

Quest’ultima breve disamina, oltre a consentire di saggiare la tensione critica che ha contraddistinto gran parte delle riflessioni di Alessandro Pizzorno, è utile per accennare alla ricchezza e alla complessità della trama discorsiva che ritroviamo nei suoi scritti. Attraversando una fitta rete di deduzioni intuitive e accelerazioni contro-intuitive, il lettore viene coinvolto in perlustrazioni teoriche inedite ed è continuamente invitato a valutare la congruenza tra premesse, acquisizioni e corollari argomentativi. Anche le critiche più serrate, come quelle avanzate alla teoria della scelta razionale, non assumono mai lo stile di una battuta di caccia con una preda facile: Pizzorno rifugge le scelte di campo a priori e non pare scegliere che tipo di teorico vuole essere, coltiva i propri ragionamenti sul terreno stesso delle teorie destinate a diventare oggetto delle sue critiche, prendendole sul serio e smascherandone dall’interno le eventuali incoerenze logiche. È anche alla capacità di esprimere, senza alcun assillo per la sintesi, una notevole abilità analitica traducendola in un finissimo registro argomentativo che Pizzorno deve la sua reputazione.

Valutazioni positive della sua figura di intellettuale sono ampiamente condivise, dentro e fuori l’ambito accademico, nel contesto italiano quanto nei circuiti – o cerchie? – internazionali. Una raccolta di saggi in suo onore risale addirittura al 2000,4 quasi una ventina d’anni prima della sua scomparsa. Non è dato sapere se il suo recente tentativo di collegare in un quadro coerente il concetto di reputazione alle pratiche del riconoscimento5 si sia avvalso di qualche spunto autoriflessivo. Senz’altro, un’analisi del suo profilo e del suo percorso intellettuale nella prospettiva della reputazione seguirebbe una direzione da lui auspicata: quella di restituire piena dignità scientifica a questo concetto, cercando di emanciparlo dalle teorie del capitale sociale e di sfruttarne le potenzialità esplicative per l’analisi di fenomeni sociali concreti. Possibilmente in combinazione con il concetto di identità e nella prospettiva dei processi di riconoscimento.

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Note

  1. Tra gli altri, si vedano “Ricordo di Alessandro Pizzorno” a firma di Marco Santoro sul blog Le parole e Le cose2, “In Ricordo di Alessandro Pizzorno” di Loredana Sciolla pubblicato sul sito dell’Associazione Italiana di Sociologia e il ritratto “Alessandro Pizzorno, sociologo ed intellettuale senza confini” tratteggiato da Riccardo Emilio Chesta sul sito della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
  2. A. Pizzorno, Saggio sulla maschera, in «Studi culturali», 1, 2005, pp. 85-110.
  3. A. Pizzorno, Il velo della diversità. Studi su razionalità e riconoscimento, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 56.
  4. D. della Porta, M. Greco, A. Szakolczai (a cura di), Identità, riconoscimento, scambio, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2000.
  5. A. Pizzorno, Dalla reputazione alla visibilità, in «Sociologia del lavoro», 104, 2006, pp. 236-263.
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