Alla ricerca di un cappotto per un’Estate Romana senza Renato Nicolini

Questa notte Renato Nicolini se n’è andato.

Colti dal dispiacere e da una botta di dolore sordo e stordito per questa dipartita, abbiamo deciso di aprire una piccola finestra dedicata a lui nonostante il nostro periodo di chiusura temporanea.

 

Immaginare un’Italia senza Nicolini costringe a dover fare i conti con un brivido simile a quello che ci correrebbe lungo la schiena se provassimo ad immaginarci gli anni di piombo senza l’Estate Romana. Perchè Renato Nicolini – straordinario intellettuale capace di vivere la contemporaneità con la perenne vivacità di un essere umano che incontra la vita sempre per la prima volta – ha saputo regalare alla storia culturale di questo paese uno dei motori più preziosi che la abitano.

Ci sono alcuni precedenti storici che possono oggi aiutarci a ridefinire lo spazio del possibile completamente corroso dalle retoriche dell’assenza, della carenza, dell’impossibilità, dell’inaccessibilità. E le esperienze di cui Renato si è fatto negli anni autore e coautore sono parte fondante di alcuni di questi precedenti.

La generosità e la luminosità intelligenti che hanno consentito a Nicolini di immaginare una stagione tanto radiosa come quella che ha investito Roma nell’estate del ’77, in un paese immerso nell’eredità della cupezza del terrore che ha minato la stagione delle lotte per i diritti, hanno dato la possibilità ad una popolazione premuta a lungo contro le pareti della paura di fare il passo decisivo per tornare ad abitare completamente la propria quotidianità.

Esistono delle persone capaci di dire/sentire “sole” quando il mondo costringe a dire/sentire “notte”, e sono quelle stesse persone dotate della capacità generativa necessaria alla creazione di istanti in cui far ri-nascere il cambiamento.

Renato ha saputo dire “sole” – fatto di musica, teatro, cinema, dibattiti, arte, spazi collettivi, porte e finestre aperte, piazze gremite, strade in festa – alla notte di un’Italia che lottava per il cambiamento ma che a lungo era rimasta incastrata sotto lo scacco del piombo, della polvere da sparo, delle bombe, dei silenzi freddi, delle grida, tra porte e finestre chiuse, piazze sventrate, strade desolate.

E’ stato capace di nutrire in modo determinante la cultura dei diritti che andava fondandosi in un’Italia tenace seppur compressa dalle criminali strumentalizzazioni del conflitto sociale.

I colori della Roma del ’77 hanno tessuto in modo sinfonico le trame delle lotte politiche che in quegli anni rivendicavano la centralità di corpi e soggettività.

L’Estate Romana, ha saputo restituire unità all’eterogeneità dei tessuti sociali e culturali racchiusi nel cuore di una parte massiccia del paese che, rintanatosi per protezione nello spazio dei salotti mancando l’appuntamento nelle piazze dove prendeva piede la lotta pacifica per i diritti, non aveva fatto altro che aumentare la distanza tra le differenze, rendendo ancora più inaccessibile lo spazio del desiderio soprattutto per quelle fasce sociali e quelle zone della città più basse e periferiche.

Così, mentre le persone tornavano timidamente a fidarsi del cielo sopra le loro teste dopo una notte durata troppo a lungo, Roma veniva invasa da una delle più grandi manifestazioni culturali che l’Italia abbia incontrato.

Nell’esplosione della creatività fiorita che ha invaso la Capitale, i confini tra le differenze sono venuti meno: centro/periferia, alto/basso, palco/pubblico, docenti/studenti, piazza/strada, autoriale/popolare, arte del pensiero/arte del corpo.

Nell’estate del ’77 la cultura della contaminazione ha avuto la meglio sulla cultura della paura contenitiva che ha caratterizzato gli anni di piombo.

Negli anni, Renato non ha mai smesso di inventare, creare, ripensare, discutere, scontrarsi, insistere, desiderare. Tra Roma, Napoli e Reggio Calabria, in continuo movimento tra le fervide attività di uomo politico e quelle di instancabile architetto teatrale, sempre in compagnia di Marilù Prati, compagna preziosa con cui ha condiviso, fino alle ultime settimane, l’amore per la scenografia e la sceneggiatura di un mondo migliore.

È stato in prima fila anche un anno fa, nei primi mesi di occupazione del Teatro Valle quando, nonostante il fiato fosse già corto, ha partecipato con entusiasmo, curiosità e passione critica alle assemblee, agli spettacoli, ai dibattiti che restituivano a una città sempre più grigia i colori e i desideri perduti.

Anziché rispondere con difesa/contro-offesiva alla paura dell’attacco, Renato ci ha insegnato che è possibile rispondere con relazione, incontro, contaminazione. Allora asciughiamoci gli occhi e raccogliamo questa preziosa eredità per rendere il nostro presente la realizzazione del tempo che ci spetta.

Pubblichiamo di seguito un prezioso contributo che Renato ha redatto un anno fa per il nostro approfondimento dedicato al Teatro Valle Occupato.

Teatro Valle: facciamo i punti della situazione

di Renato Nicolini (L’articolo è stato pubblicato su questo blog il 6 luglio 2011.)

1. Il Teatro Valle è diventato immediatamente il simbolo della cultura bene comune. È un concetto intuitivo come l’acqua, ma – a differenza dell’acqua – forse si spiega meno facilmente. Per la verità, a proposito dell’acqua bene comune, Adam Smith, il padre dell’economia politica classica, partiva da un paradosso. “L’acqua è l’elemento di maggiore utilità, ma insieme quello che non vale niente”. Nell’acqua cioè si mostra la differenza tra valore d’uso e valore di scambio. E insieme si spiega che qualcosa va sottratto al mercato, per evitare che si trasformi in un elemento distruttivo.

2. A proposito della cultura, si ricanta in questi giorni una vecchia canzone, che risale addirittura al ministro dadaista di Bettino Craxi, Gianni De Michelis: la cultura petrolio d’Italia. Chissà cosa ne avrebbe pensato Pier Paolo Pasolini, che aveva intitolato Petrolio il suo ultimo romanzo sul potere democristiano nelle sue connessioni economico sessuali criminali… L’ultimo a intonarla è stato Luca Cordero di Montezemolo, concludendo assieme al Ministro Galan un convegno di Italia futura.

In questa canzone, la cultura viene associata al turismo, ed (ovviamente) agli interventi dei “mecenati” privati in funzione salvifica…

Insomma, al Ministro Tremonti ed alla sua frase “con la cultura non si mangia”, si risponde {alla lettera}, mostrando come con la cultura si possano confezionare dei bei panini imbottiti… Particolarmente adatti a certi stomaci…

Che Della Valle, primo esempio, investendo 25 milioni di euro in un restauro del Colosseo (scientificamente discusso…), possa remunerarsi ampiamente con i soli benefici d’immagine (senza parlare dell’uso dell’immagine del Colosseo) mi sembra ampiamente fuori discussione…

O che – secondo esempio – Zetema, la società pubblico privata (il pasticcio che si è evitato col referendum sull’acqua), che gestisce in posizione di monopolio tutto il patrimonio museale ed archeologico del Comune, possa seguitare a ricavarne larghi profitti…

Emanuele Emmanuele – terzo esempio – (unico caso in di un ex Cassa di Risparmio – mi vengono in mente le privatizzazioni della Russia di Putin – ha beneficiato un privato anziché un Comune): ha pagato la carica di Presidente del Palazzo delle Esposizioni, e, di fronte alla ritirata del Comune di Roma da Macro e Palaexpò, potrebbe arrampicarsi di un altro scalino e cogliere il frutto, anche economico, di grandi investimenti pubblici…

In lista di attesa la Roma peplum così cara al vice Sindaco Cutrufo; e il ricorso a Fondazioni per gestire Villa Borghese (che toccano il cuore del potente sottosegretario del PdL Giro…).

3. L’esternalizzazione di imprese culturali – difficilmente gestibili dalla burocrazia comunale – mantiene la sua validità. Ma per quanto? Se il Comune dovesse ritirarsi dal Palaexpò – o delegasse pressoché tutto a Zetema: potremmo ancora parlare di imprese culturali pubbliche?

Qualche dubbio viene anche a proposito dell’Auditorium – Musica per Roma, dopo l’incredibile processo dopolavoristico a Giulio Cesare presieduto da Francesco Gaetano Caltagirone (che, penso per il suo contributo economico, è vice presidente dell’Auditorium…)

Anche la vicenda MAXXI fa pensare… Lo Stato italiano ha deciso che, per gestire il MAXXI (una struttura che allo Stato italiano è costata non poco…), lo strumento adatto è una Fondazione… Distinguendo così il MAXXI dalla GNAM, che resta una struttura museale che fa capo al Ministero dei Beni Culturali… Perché? Scelta di garantire una maggiore autonomia di gestione? O disimpegno?

4. Circolano almeno due idee diverse di {valorizzazione} del patrimonio culturale e dei musei e di valore della cultura.

La prima è quella in base alla quale si è creata una direzione per la valorizzazione al Ministero dei Beni Culturali e le si è posto a capo l’ex direttore del Casinò di Campione e del Macdonald’s Italia Mario Resca. In base a questa concezione valorizzare praticamente coincide con vendere più biglietti d’ingresso. Dunque, la pubblicità. Al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo trionfano striscioni in cui le statue parlano inglese per attirare i visitatori di lingua anglosassone: “We were romans”. Da questa concezione è nato lo spot della Regione Calabria in cui i Bronzi di Riace giocano a pari e dispari…

L’altra concezione (l’utilità dell’acqua, secondo Adam Smith) è quella per la valorizzazione della cultura produce effetti paragonabili alla crescita dei livelli d’istruzione, della ricerca, del numero e della qualità dei laureati…

C’è, in altre parole, un beneficio non immediato, differito (un altro esempio è la tutela dei beni culturali, del paesaggio, del territorio…)

5. La prima concezione (quella Resca – Montezemolo – Galan – Emmanuele) produce monopolio anziché concorrenza. Dunque, tra le altre cose, scarsa crescita occupazionale, e scarsa tutela – il monopolio genera anche questo – dei diritti del lavoro.

La seconda concezione genera invece pluralismo, concorrenza, una quasi immediata economia alla piccola scala…

6. Gli occupanti del Valle (credo) esprimono un’istintiva diffidenza per le soluzioni panino. Il Valle è l’ultimo atto di un processo di eliminazione delle competenze tecniche dal Ministero. Il Ministero dei Beni Culturali – a cui lo Spettacolo era stato assegnato – doveva essere, nelle intenzioni del suo fondatore, Giovanni Spadolini, il Ministero dei tecnici e dei competenti. Invece Salvo Nastasi è dominus del Ministero; e l’ETI di Ninni Cutaia è stato sciolto…

Non basta impedire che qualche figura particolarmente priva di scrupoli di politico – attore metta le mani sul Valle. Sia il Comune, sia il Teatro di Roma oggi esprimono progetti {deboli}, puramente formali di difesa del carattere pubblico del teatro… Al di là delle buone intenzioni, è difficile non giudicare il Comune ed Teatro di Roma anche (e soprattutto) per la loro pasticciata gestione della vicenda dei teatri di cintura…

Forse la strada da percorrere è una gestione che associ il Valle alla formazione tecnica e culturale (all’Accademia ed all’Università?)… Ed anche nella sperimentazione di uno stabile d’innovazione di nuovo tipo, adatto alla Roma del 2011, che sappia dare voce e visibilità alle tante voci ed alle tante forme di sperimentazione e di ricerca che oggi si esprimono a Roma… Anche nella direzione dei flash-mob, delle relazioni con le arti visive, del teatro di strada e di paesaggio, di un uso diverso della web cam… La fiducia nella democrazia diretta, nella discussione e nel confronto tra gli operatori, in un ciclo lungo che idealmente si riallaccia agli Anni Sessanta, potrebbe essere l’antidoto al teatro mercantile ed ingessato, dominato dalle camarille dei piccoli poteri… Forse anche qualcosa che spinga di nuovo la stampa italiana ad occuparsi del teatro, praticamente espulso dalle pagine dei quotidiani, visto sotto l’angolazione mondana piuttosto che dell’espressione libera delle idee…

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