Politiche del contemporaneo

Torino, la Knesset e il boicottaggio accademico di Israele

Pubblichiamo un intervento di Ilaria Bertazzi, la ricercatrice dell’Università di Torino che lo scorso mese ha annunciato di rinunciare alla sua collaborazione con l’Università di Tel Aviv. Oggi a Torino si terrà un dibattito pubblico sul boicottaggio accademico di Israele a partire dalla scelta di Ilaria Bertazzi. Domani, martedì 14 marzo, il Senato accademico dello stesso ateneo torinese riceverà dal Consiglio degli studenti (primo caso in Italia) la richiesta di sospendere i propri rapporti con l’Istituto Technion di Haifa, l’università al centro di una campagna nazionale di boicottaggio da parte di studenti/esse e accademici/che per le sue complicità con l’occupazione e la colonizzazione della Palestina. 

Martedì scorso la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato in via definitiva la legge che vieta visti di ingresso o permessi di residenza nel paese a cittadini stranieri che abbiano invocato “il boicottaggio economico, culturale o accademico” contro Israele.

Questa legge, con cui “l’unica democrazia del Medio Oriente” viola pesantemente la libertà di espressione, arriva a seguito di oltre un decennio di iniziative transnazionali di boicottaggio su vari livelli delle istituzioni economiche, politiche e culturali israeliane. Il piano accademico può apparire secondario, ma in realtà ha un peso politico e di riconoscimento non indifferente. Infatti (come messo in luce anche dalle linee guida della campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzione: BDS) le istituzioni accademiche sono un punto chiave della struttura ideologica ed istituzionale del regime di oppressione di Israele contro la popolazione palestinese.

Fin dalla sua fondazione, l’accademia israeliana ha legato il proprio destino a doppio filo con l’establishment politico-militare e con le violazioni di stato dei diritti umani fondamentali della popolazione palestinese. Nonostante gli sforzi di una manciata di accademici interni, tale istituzione rimane profondamente complice di politiche statali ingiuste e in aperta violazione del diritto internazionale. L’obiettivo principale di questa parte della campagna di boicottaggio è l’isolamento dell’accademia israeliana, una campagna che risulta tanto più efficace quanto più va a colpire in profondità i legami di collaborazione della stessa con altre università, centri di ricerca e organismi internazionali. È infatti attraverso il lustro di queste collaborazioni internazionali che l’accademia israeliana cerca di nascondere la propria organicità con le politiche di occupazione, colonialismo, e apartheid dello stato di Israele.

Per un’istituzione europea mantenere legami accademici con Israele equivale a una normalizzazione dello Stato e dei suoi istituti di ricerca sullo scenario internazionale, mentre questo stesso Stato mette in atto politiche di violenza e colonizzazione; significa dare riconoscimento alle strutture che sottendono alla produzione scientifica israeliana e al rapporto di queste strutture con lo spossessamento dei palestinesi ad opera dello Stato.

Nelle ultime settimane, in particolare, in Italia ci sono stati due casi significativi di boicottaggio accademico. Nel primo, per la prima volta in Italia, il Consiglio degli Studenti dell’Università di Torino ha approvato una mozione che chiede la recessione dagli accordi di Uni.To con l’istituto israeliano Technion (sulle complicità di questa università con il sistema di oppressione della popolazione palestinese di veda qui); nel secondo, sempre a Torino, la mia lettera, con cui ho dichiarato pubblicamente di aver rifiutato un lavoro di ricerca sulle energie rinnovabili e i consumi energetici in collaborazione con l’università di Tel Aviv.

La mia è stata una scelta all’interno di un quadro abbastanza drammatico in cui versa la nostra ricerca nazionale. In Italia, i sistematici tagli ai finanziamenti pubblici alla ricerca sono tutt’altro che una litania di lamento dei lavoratori dell’università. Prova ne è il fatto che una delle poche opportunità di lavoro sia rappresentata dalla partecipazione a progetti finanziati da fondi internazionali. Tra questi maxi-finanziamenti, uno dei maggiori a livello europeo è Horizon 2020, che fa parte di un ampio insieme di collaborazioni ufficiali tra Unione Europea e partner internazionali, tra cui figura lo stato di Israele (accordo siglato nel 2014 da Netanyahu e Barroso, con cui è stato dato accesso ai centri di ricerca israeliani a fondi per innovazione e ricerca dell’Unione Europea stessa, in partenariato con istituti europei). Nel periodo 2007-2013 Israele si è inserito in oltre 1500 progetti europei, non solo nell’ambito di Horizon 2020. Lo stesso movimento BDS definisce Horizon 2020 «il più chiaro esempio di complicità accademica supportata dai governi [europei]».

Le notizie del voto del Consiglio degli Studenti e della mia scelta di non partecipare a un progetto di Uni.To in collaborazione con l’Università di Tel Aviv hanno riscosso un certo interesse mediatico, forse anche perché in Italia oggi il rifiuto, personale o collettivo, è considerato un lusso. In un panorama di così ampi obiettivi, interessi e denaro, la possibilità per studenti e giovani ricercatori di non collaborare con lo stato di cose presente, di sottarsi e negarsi a rapporti di cooperazione accademica che rafforzano regimi di ingiustizia come quello di Israele, spesso non viene nemmeno contemplata. Sarebbe più facile non accettare fondi e collaborazioni quando la disponibilità di alternative fosse effettivamente alla portata.

Uno degli elementi interessanti di questo nuovo scenario italiano di boicottaggio è legato anche al fatto che entrambi questi episodi non riguardano soggetti di potere all’interno delle istituzioni accademiche, ma partono dal basso, pur riconoscendo l’adesione di alcuni docenti (anche nel quadro della Campagna italiana per la revoca degli accordi con il Technion).

Schiacciati nel ruolo di un esercito di riserva della ricerca che sopravvive a briciole, o di studenti con poche speranze sulle prospettive di qualità e spendibilità della propria formazione, in un panorama di fondi che provengono da organizzazioni internazionali distanti, queste scelte individuali e collettive assumono una prospettiva anche di coraggio e di rottura di meccanismi sui quali, a prima vista, potrebbe sembrare di avere poco margine di azione, ma che provano invece la propria efficacia nelle reazioni che cominciano a vedersi, a partire dalla legge appena approvata dal parlamento israeliano. Speriamo che molte altri e altre ci seguano.

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