Dentro/Fuori. Il lavoro dell'immaginazione e le forme del montaggio

Etica delle immagini e testimonianza di guerra

I casi Eau Argentée e Kobane Calling.

Fotogramma tratto da Eau Argentée

 Eau argentée – Syrie Autoportrait, è un’opera-collage sulla guerra civile in Siria, nata dal dialogo a distanza tra Ossama Mohammed – cineasta siriano esule a Parigi – e una giovane attivista curda, Wiam Simav Bedirxan. Il film è composto da video girati dai due registi negli stessi giorni, ma in luoghi diversi. Mohammed filma il cielo di Parigi e segue le vicende della sua nazione solo attraverso Internet, mentre Bedirxan è a Homs e decide di mettersi in contatto con lui chiedendogli: “Se fossi qui e avessi una telecamera, cosa filmeresti?”. Iniziano così tre anni (2011-2014) di collaborazione, alla fine dei quali i due decidono di montare le loro immagini con altre 1001 trovate in rete.

Eau Argentée non è solo una testimonianza della Guerra civile in Siria, ma è anche l’autoritratto di Mohammed, il tentativo di elaborare, attraverso le 1001 immagini, gli orrori accaduti nella sua terra e la propria relazione con essa in seguito all’esilio a Parigi. Il risultato, però, appare deludente, soprattutto a causa di molteplici tratti (specie nella prima parte del film) marcatamente estetizzanti.

Nella seconda parte del film entra in scena l’altra autrice del progetto, Wiam Simav Bedirxan. Anche per lei, Eau Argentée rappresenta una possibilità di testimoniare i fatti della guerra civile, ma anche di narrare la propria esperienza, nel tentativo di elaborarla. L’ultima fase del film ruota attorno alla decisione di Simav di «inventare» la scuola della Rivoluzione. Il capitolo intitolato Oggi, è dedicato ad uno dei suoi allievi, Omar, le cui immagini rappresentano l’aspetto più intenso di tutto il film.

La nostra questione, che si colloca nel rapporto tra immagini tecniche e spazio politico, può forse giovarsi di un dialogo con la riflessione di Gilbert Simondon sulla relazione tra invenzione tecnica ed individuazione collettiva. La tecnica contrasta la necessità, l’immobilità, l’invariabilità e la perentorietà delle leggi della comunità per introdurvi tutti gli opposti: essa comporta contingenza, mobilità, evoluzione, creatività ed invenzione.

Ogni società chiusa, che ammetta una nuova tecnica, introduce valori inerenti a questa tecnica e per questo opera una nuova strutturazione del suo codice di valori. Giacché non esistono comunità che non adoperino tecniche o che non ne introducano di nuove, non esistono comunità assolutamente chiuse o inevolutive (Simondon 2011, 708).

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L’utilizzo dello strumento della citazione in Kobane Calling: i militanti dell’IS diventano i punk cattivi di Ken il Guerriero

Nel caso di Kobane Calling (2016) l’esigenza politica ha preceduto la decisione di narrarla; Zerocalcare, infatti, riferisce di essere partito con la Staffetta romana per Kobane con lo scopo di garantire un lavoro di tipo umanitario, come la consegna di medicine e l’aiuto all’interno dei campi profughi. Fin dal principio l’obiettivo del fumetto è stato quello di realizzare «una campagna di informazione su ciò che succedeva lì, senza limitarsi al conflitto». Il risultato non vuole essere un reportage, ma un «diario di viaggio o storione», e l’autore vi mette dentro anche l’ironia e tutte le “manie” a cui aveva abituato i lettori degli altri lavori.

È possibile introdurre qui la prima grande differenza rispetto ad Eau Argentée: l’utilizzo dello strumento della citazione. Il grande elemento di forza della narrazione di Zerocalcare consiste proprio nella capacità di rendere familiare e vicino ciò che è lontano, laddove invece il film di Mohammed e Bedirxan sembra che voglia selezionare il suo pubblico: non tutti hanno letto La memoria del corpo di Mosteghanemi, ma ciascuno di noi conosce il formaggio caprino e le olive piccanti (che Calcare utilizza per rappresentare i soggetti curdi di cui preferisce non rivelare l’identità).

È un metodo dissacrante? Farlo significa banalizzare? No, è l’unico modo per raccontare. Quando Calcare fornisce informazioni che dovrebbero essere di dominio pubblico le inserisce in una cornice grigia («Pippone → Skip»), quando riporta le storie delle persone che ha incontrato nei tre viaggi, lo sfondo delle strisce diventa nero. Indubbiamente si tratta di due elementi che hanno la funzione di “guida alla lettura”, un lato didattico è infatti utile e necessario per spiegare le linee generali del conflitto.

Un’altra importante differenza tra Eau Argentée e Kobane Calling risiede nella rappresentazione degli eroi, ed in particolare delle donne curde (combattenti sulle montagne di Qandil). Il film idealizza i protagonisti delle storie e fa corrispondere ciascuno di loro ad un carattere e ruolo specifico. Il fumetto di Zerocalcare è un’osservazione discreta, ma attenta, delle persone incontrate, senza sentire l’esigenza di ricondurre ognuna di queste ad una “tipologia specifica”. Nonostante ciò, è importante non dimenticare che Kobane Calling è innanzitutto una testimonianza di guerra.

«Sai perché non me ne vado mai da Rebibbia? Perché a Rebibbia mi sento al centro del mondo. Dove succedono le cose», racconta Zerocalcare mentre cerca di capire che cosa l’abbia portato lì. Per poi aggiungere, subito dopo: «Ora per la prima volta sento che il centro del mondo è qui». La narrazione autobiografica di Zerocalcare “porta Rebibbia a Kobane”: facendo lavorare gli intervalli tra le somiglianze più disparate e i diversi piani dell’esperienza (nell’attesa di incontrare uno sconosciuto sulle montagne di Qandil, Calcare prova la stessa paura dell’ignoto provata alle feste a sorpresa da bambino). Nel lavoro di Mohammed, nonostante esso si presenti come un autoritratto, si assiste al fenomeno opposto: l’esperienza del regista non aggiunge nulla alla narrazione e non costruisce una relazione con lo spettatore, perché non mette in comune con quest’ultimo i suoi strumenti.

[…]

Se nel film sembra mancare ogni lavoro di presa in carico ed autenticazione delle immagini, nella lettura delle tavole di Zerocalcare «colui che mostra si coinvolge riflessivamente nell’atto del mostrare e ci dice qualcosa su di sé, ci fa partecipi di una sua emozione e di un suo giudizio»1.  ‘Tecnicamente!”, trattandosi di fumetti (“disegnetti”, come dice lo stesso Michele Rech), non è possibile parlare di autenticazione, ma forse spetta proprio allo spettatore/lettore il compito e la responsabilità di compiere un montaggio (e non un collage) tra Eau Argentée e Kobane Calling.  

immaginazione

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Note

  1. P. Montani, L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Roma-Bari 2010, p. 9.
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